Tradurre Francesca Bianchi

Intervistando Giovanni Arduino abbiamo avuto la prova che i traduttori sono personaggi ben lontani dallo stereotipo che abbiamo in mente. Un traduttore è prima di tutto una persona con molti interessi, che si documenta continuamente su cose diverse a seconda della traduzione che deve fare e con cui, è bene dirlo, non si parla solo di libri! Ci è venuta voglia di continuare a incontrare queste figure editoriali troppo spesso lasciate a parlare tra di loro.

Partiamo anche questa volta da un punto e vediamo dove si va a finire. Incontriamo Francesca Bianchi, nata a Livorno, ha vissuto a Barcellona, adesso vive a Torino. Traduce dallo spagnolo libri, serie TV, documentari.

La incontro proprio nella sua città natale, lei vorrebbe portarmi al mare ma c’è troppo vento, quindi decidiamo di incontrarci in un bar molto carino vicino al porto. Ci sediamo e ordiniamo due bicchieri di vino; dovremo parlare molto, c’è bisogno di idratarsi. Rispettando diligentemente il mio ruolo di intervistatrice, sono io la prima a parlare.

Partiamo dalle cose importanti: siamo abituati all’idea del traduttore come di qualcuno che se ne sta chiuso nel suo antro circondato da dizionari, una figura che per statuto deve rimanere nell’ombra, perché sì, è importante, ma lasciamolo dove sta. Mi capita spesso di notare che nei siti degli editori nelle schede libro manca il nome del traduttore. Tu invece addirittura ti sei aperta questa pagina Facebook che si chiama La traduttrice agra (il richiamo a Bianciardi viene da sé) in cui addirittura ti auto promuovi. Cosa hai da dire a tua discolpa?

A proposito di questo oggi leggevo un libro che mi ha prestato un amico in cui addirittura non c’è scritto il nome del traduttore da nessuna parte. Il libro è Quello che ho visto nello spazio, edito da Red Star Press, che pubblica un sacco di cose bellissime. Dato che è scritto da Gagarin e un giornalista che si chiama Vladimir Lebedev, immagino lo avranno scritto in russo…

Per la pagina Facebook che dire, a parte che nell’ombra ci rimango comunque perché sto davanti a un computer? Alla fine ci sentiamo tanto simpatici e hipster, come si dice adesso, ma stiamo lì dietro in pigiama, da soli. L’ho fatto perché me l’hanno detto, mi hanno detto “Fallo!” ma io in realtà non ci credo molto, non credo che funzioni, alla fine non mi pare che dopo aver aperto questa pagina Facebook la mia vita sia cambiata, ma non è una cosa che si può vedere a breve termine. Io mi diverto a condividere cose che mi interessano, etimologie di parole nuove che scopro, curiosità sulla traduzione e sui traduttori e mi piacciono particolarmente le immagini animate.

Comunque vedremo se servirà a qualcosa, se funzionano alcuni incastri, alcuni libri che farò di qui a boh… cinque anni? Anche se non credo che avrò pazienza di aspettare cinque anni… o forse dovrei.

Tu infatti questa pagina l’hai aperta con una scadenza.

Sì, io l’ho aperta con una scadenza per dire “Ho quasi quarant’anni, mi devo dare una mossa”. Se entro un anno non riesco a vivere solo di traduzione, posso anche mettermi a fare qualcos’altro!

Perché di traduzione non si vive…

C’è chi ci vive. Tanti, forse la maggior parte, fanno il classico mestiere del traduttore, ovvero l’insegnante, e poi fanno anche il traduttore. Quindi fanno a tempo pieno l’insegnante e a tempo pieno il traduttore. Sinceramente non so come facciano, magari hanno anche dei figli. Può anche darsi che io sia lenta, io per fare un libro ci metto molto tempo e faccio davvero solo quello dodici ore al giorno, ma nel vero senso del termine: mi alzo, faccio colazione, lavoro, mi fermo giusto per mangiare e a volte faccio una passeggiata per non impazzire. Per me è un lavoro davvero totalizzante, capita che per settimane non veda nessuno se non chi abita in casa con me.

Prendiamo anche qualcosa da mangiare insieme a questo vino?

[Segue pausa di dieci minuti in cui la cameriera ci illustra dettagliatamente tutti gli ingredienti di tutti i tramezzini disponibili. Abbiamo scelto quello salmone e avocado]

Un anno fa comunque mi sono trasferita a Torino per seguire un Master in adattamento, doppiaggio e sottotitolaggio di materiali audiovisivi e ho cominciato a lavorare anche come traduttrice in questo campo.

Io sono una curiosa, quindi ti chiederò un sacco di cose. Tradurre è quello che hai sempre voluto fare? Per te è stata una “vocazione”, è un sogno d’infanzia o c’è stato un episodio che ha fatto scattare questo tuo interesse per lo spagnolo e per la traduzione?

Io in realtà non sono nemmeno laureata in Lingue, sono laureata in Storia del Cinema e forse anche lì avevo visto la situazione e mi sono detta “Mah, trovati altro” [ride].

Avevo questo professore all’università, si chiamava Antonio Melis e purtroppo è scomparso di recente. Teneva un corso di Letterature ispanoamericane e seguendolo ho lasciato un po’ da parte il cinema per concentrarmi di più sul suo lavoro e sulla sua materia. Poi mi iscrissi a un Master di traduzione all’Università di Siena dove lui insegnava e subito dopo mi propose di tradurre un libro. È stata la mia prima traduzione. Purtroppo poi la casa editrice è fallita e la traduzione non mi è mai stata pagata. Certo a ripensarci adesso avrei dovuto capire qualcosa… [ride]

E invece ti sei appassionata alla traduzione a tal punto che hai persistito e a un certo punto hai instaurato un rapporto di collaborazione con La Nuova Frontiera. Ci sei arrivata grazie a questo primo libro un po’ sfigato o per altre vie?

In realtà è tutto merito di Raul Schenardi, un traduttore molto bravo che lavora anche per Sur. Lo conobbi mentre facevo uno stage stranissimo in una casa editrice, Caminito, che consisteva in me seduta in uno scantinato buio davanti a un computer a cercare notizie sull’America Latina. Iniziammo una piacevole corrispondenza, era un periodo in cui avevo mille idee, mi ero anche messa in testa di portare in Italia dei libri fatti da una casa editrice argentina che si chiama Eloisa Cartonera e produce libri fatti con il cartone dei cartoneros. Ma forse è meglio che non mi perda in questo discorso, che poi non ne esco più…

Ma no dai, racconta!

Beh, avrei voluto fare la stessa cosa qui e avevo coinvolto anche quelli di Caminito, li avevo addirittura portati a Stoccarda a conoscere uno dei fondatori che abitava lì per un periodo. Poi loro volevano prendersi tutto il merito dell’idea e allora decisi di farlo da sola, ma non ce la feci, perché il responsabile della distribuzione con cui mi stavo accordando si mise in modo molto carino a distribuire dei titoli a mia insaputa. Ma tu mi avevi chiesto de La Nuova Frontiera…

Sì, volevo capire come ci sei arrivata ma comunque me lo stai raccontando prendendola larga.

Nel 2007 andai a vivere a Barcellona e una mattina su un giornale, credo fosse El País, lessi di una nuova corrente letteraria di scrittori latino-americani che facevano queste cronicas. Mi sembrò una cosa bellissima, a metà tra giornalismo e letteratura, finzione e non finzione e decisi che volevo portare questi autori in Italia. Ovviamente sempre pensando in piccolo [ride] contattai subito alcuni autori, creai una bozza di collana, gli detti un nome, programmai le uscite praticamente per dieci anni. Ne parlai a Raul Schenardi e lui mi consigliò di proporre l’idea a La Nuova Frontiera, che ovviamente conoscevo già. Gli scrissi, loro mi risposero entusiasti, ci incontrammo e da lì cominciammo a lavorare insieme. Dei libri che avevo proposto io pubblicammo solo Corpo a corpo di Gabriela Wiener, un libro molto interessante.

Certo forse dire “corrente letteraria” significa storicizzare qualcosa e magari era un po’ presto, ma di quei nomi che erano indicati su El País come membri di questa nuova onda, chiamiamola così, l’unica tradotta in Italia è stata Gabriela Wiener?

Sì, poi abbiamo fatto altri libri. Un po’ mi è dispiaciuto, anche se erano scrittori giovani e quasi sconosciuti quello che facevano era qualcosa di molto interessante. Comunque ho collaborato con La Nuova Frontiera per qualche anno, traducendo e curando un blog, e poi ci siamo divisi per divergenze di vedute su alcune cose.

Dopo La Nuova Frontiera hai lavorato con Eris Edizioni. Per loro hai tradotto un saggio, un fumetto e un romanzo. Con loro hai fatto un lavoro diverso, prima di tutto perché non gli hai proposto un collana…

Eh no, dagli errori si impara! [ride]

E tutti i libri che hai fatto con loro comunque glieli hai proposti tu?

Sì, con Eris ho fatto Fate fuori il vostro capo, licenziatevi!, Quello che mi sta succedendo e Challenger. Tutti titoli proposti da me e che loro hanno accettato, fidandosi a loro rischio e pericolo.

Questa è una cosa secondo me molto interessante, cioè una traduttrice non è solo una persona che lavora “a servizio” di una casa editrice, ma è in primis qualcuno che fa ricerca e che propone alle case editrice dei libri da tradurre, in base alla loro linea editoriale e ai loro interessi. È giusto?

Non potrebbe essere altrimenti. Potrebbe essere diverso solo se tu fossi un traduttore organico, interno a una casa editrice, come succedeva negli anni ’50, quando i traduttori lavoravano in redazione e traducevano quando c’era bisogno.

È fondamentale che tu sia aggiornato sul tuo mercato editoriale di riferimento e che tu capisca a chi è giusto proporre quello che ritieni interessante.

E secondo te c’è qualcosa di interessante in America Latina o in Spagna e che in Italia non arriva e non è mai arrivato? Parlo di autori contemporanei.

Sai, io sono più “fissata” con l’America Latina, la letteratura spagnola è diversa. Se ti chiedessi di dirmi un nome di un autore dell’America Latina?

In effetti mi viene da dirti Cortázar, tranne pochissimi altri nomi più “recenti”, non so… Onetti, Mariana Enriquez…

Per l’America Latina dopo Cortázar, Garcia Marquez, la letteratura del boom e il realismo magico, qui in Italia non è arrivato molto e comunque non con quell’effetto. Certo in quegli anni quasi tutto si deve al lavoro di un’agente letteraria bravissima, che si chiamava Carmen Balcells. Sur ultimamente sta pubblicando nomi interessanti come Andres Neumann, Alejandro Zambra, ecc.

La Nuova Frontiera si è sempre occupata di scoprire i nuovi nomi di quel mondo, oppure autori che erano stati un po’ trascurati: Pacheco, ad esempio, che è uno scrittore bravissimo. A me fra le varie cose piacerebbe tantissimo portare in Italia una scrittrice molto brava che si chiama Maria Angelica Bosco, scrivilo per favore e speriamo che stavolta non me lo “rubino”…

La scrivania della traduttrice

Per questa domanda penso che servirà un altro bicchiere di vino. Ti sembra che in generale in Italia si pubblichino dei bei libri? È vero che nessuno legge? Di chi è la colpa?

Sì, ordiniamo del vino. Secondo me non è vero che non si legge, leggono sempre gli stessi. Alla fine io non credo che dobbiamo leggere tutti per forza, per quanto per me leggere sia fondamentale. Bisogna riconoscere che nella vita ci sono periodi in cui non si riesce a farlo o non se ne ha voglia, è anche giusto vivere al di fuori di un libro, fare delle altre esperienze e magari ai libri tornarci in un secondo momento.

Credo anche che il problema sia che il mercato si auto-fagocita, che si pubblicano troppi libri e che i lettori non possono bastare per la quantità di libri che si pubblicano. Soprattutto penso che questi libri non possano essere tutti belli. Non è possibile che un editore riesca ogni anno a trovare anche solo quaranta libri meritevoli di pubblicazione e soprattutto che tutti rispettino la sua linea editoriale. Mi sembra molto difficile, direi davvero impossibile.

Su questo sono d’accordo. Io credo anche che un editore debba rischiare, soprattutto quelli che siamo abituati a chiamare “I piccoli” ma anche restare aderente a una linea editoriale che rispecchi in qualche modo quello che vuole comunicare al mondo. Cosa ci dici degli editori con cui hai lavorato tu?

Fortunatamente gli editori con cui ho lavorato hanno una buona coscienza della loro linea editoriale e fanno molta ricerca senza affidarsi solamente agli agenti. La Nuova Frontiera ultimamente si è spostata su altri mondi, cosa che sinceramente non condivido molto perché snatura la linea della casa editrice, ma in generale si è sempre occupata di ispanofoni e lo ha fatto bene.

Su Eris Edizioni non c’è niente da dire, fanno tantissima ricerca sia sulla collana di fumetto che su quella di narrativa, hanno delle buone intuizioni e hanno coscienza di quello che fanno, e questi sforzi gli vengono riconosciuti. Poi appunto i titoli che ho fatto con loro glieli ho proposti io, hanno osato, ma li hanno accettati perché li hanno sentiti adatti a loro. Mi piacciono le loro scelte e il fatto che lavorino in modo molto aderente alla loro linea editoriale, che poi spesso si traduce in “deve essere malato” [ride].

Ma secondo te qual è la più grande difficoltà del tradurre? E traducendo autori viventi, quanto è importante, se è possibile, instaurare anche un rapporto con loro per districarti nei passaggi più difficili?

Guarda, ti dirò una cosa mio malgrado: secondo me la traduzione è impossibile, nel mio mondo dei sogni non dovrebbe nemmeno esistere. Mi piacerebbe che le persone potessero imparare quante più lingue possibili, perché non si riuscirà mai a rendere tutte le sfumature di significato e tutti i giochi di parole da una lingua all’altra. Poi ci sono anche dei “momenti di grazi” del traduttore, in cui si riesce a rendere tutto molto bene e questi momenti rendono questo mestiere sensato, ti fanno capire che ne vale la pena, ti senti ripagata degli sforzi.

Il rapporto con gli autori (quelli vivi, ma anche quelli defunti) è fondamentale, traducendo un autore io quasi lo “stalkero”, per riuscire a cogliere quanti più riferimenti possibili. Ho tradotto solo autori viventi e ho avuto con tutti loro un rapporto epistolare molto stretto, gli ho sempre fatto tante domande e tutte molto precise, perché cerco sempre di assicurarmi che tutte le sfumature che ho tentato di tradurre siano azzeccate.

[lunga pausa di riflessione]

Sì, più o meno la risposta è questa, sicuramente mi sarò persa qualcosa. Si sa, è così, come la traduzione!

Senti, c’è un libro che in assoluto hai amato di più traducendolo?

Senza dubbio Challenger. Soprattutto sono felice di esser riuscita a farlo arrivare in Italia, ci è voluto un po’ di tempo e un bel po’ di fatica, ma non ho desistito soprattutto perché quando l’ho letto la prima volta ho pensato “Oh, finalmente.”

Finalmente?

Sì, perché ti devo confessare che ultimamente molti libri che ho letto mi hanno annoiato. Questo invece è molto particolare, per non usare un termine un po’ inflazionato, cioè “attuale”. È un libro di 73 capitoli e tutti i capitoli sono un genere a sé, un libro che ti diverte, ti fa paura e ti coinvolge. Mi ricordo in particolare una sera in cui stavo finendo di tradurre un capitolo che secondo me è spaventosissimo ed ero a casa da sola; giuro che ho avuto davvero paura. Narrativamente è un piacere, è un libro scritto molto bene, una serie di incastri in cui i personaggi sono belli e funzionano perfettamente. Lui è uno scrittore veramente all’altezza dei grandi della letteratura di fantascienza e allo stesso tempo Challenger non è proprio un libro di fantascienza. Tradurlo è stata una grande prova perché la sua è una lingua molto particolare, che appunto cambia a ogni capitolo. Spesso ho chiesto all’autore di consigliarmi film e libri da leggere per riuscire a cogliere quante più sfumature e dettagli possibili. Spero sinceramente che sarà letto e apprezzato quanto l’ho apprezzato io, che l’ho amato prima di tutto come lettrice.

Dovrò tagliare tantissime cose per non fare un’intervista-fiume, ma ti va di dire qualcosa che non ti ho chiesto?

Sì, ho da poco iniziato a lavorare con Add Editore, è appena uscito La crepa di Carlos Spottorno e Guillermo Abril. Per il resto grazie, mi sono molto divertita.

 

Rachele Cinerari

Soffre di un disturbo di personalità multiple. Una di loro vive a Torino e perlopiù passa il tempo in mezzo alle parole.

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