Tradurre Francesca Crescentini

Ormai lo sapete, ci siamo presi la briga di dimostrarvi che i traduttori oltre a essere persone normali e non (o almeno, non solo) dei polverosi topi di biblioteca, sono anche persone mooolto interessanti. Oggi incontriamo addirittura l’eccezione delle eccezioni, una persona che non soltanto non rispecchia lo stereotipo del traduttore solitario e nell’ombra, ma che lo ribalta completamente, perché scandisce la sua vita tra il lavoro con le parole scritte e il lavoro con le parole pronunciate tramite i video dei suoi seguitissimi social network.
Ha tradotto qualche avventura di James Patterson, qualche episodio di Minecraft e, nientepopodimeno, anche la grande Joyce Carol Oates. Si chiama Francesca Crescentini, ma molti la conoscono con il nome del suo blog: Tegamini.

Francesca avrebbe voluto portarmi in un bel bar da sciure, ma gli imprevisti della diretta hanno fatto sì che Cesare (suo figlio, che chi segue Tegamini conosce come Minicuore) stesse un po’ male e quindi abbiamo optato per incontrarci a casa sua e devo dire che è stato molto bello poter conoscere il gatto-star Ottone. Ci sediamo e io mi innamoro di un centrotavola con dei dinosauri di ceramica, facciamo un caffè e subito iniziamo a parlare.

In generale si dice che dei traduttori non parli nessuno e su Finzioni abbiamo inaugurato questa rubrica proprio per negare questo assunto. Tu però ci spiazzi perché non solo parli di te stessa, ma addirittura lo fai con una mini autobiografia, divertente, in terza persona.

[Ride] In realtà ho scoperto di non essere capace di parlare di me stessa, specialmente in terza persona. Di solito ci arrivo per vie traverse, accumulando storie e aneddoti discutibili. In generale, ogni volta che mi chiedono «Tu cosa fai?» mi confondo un po’.

Proprio nella tua bio si parla di un percorso iniziato con Einaudi. E il tuo blog Tegamini quando è nato?

Esatto, sono laureata in Economia – ho studiato Economics for Arts, Culture, Media and Entertainment alla Bocconi. Ho iniziato con un lavoro da addetta stampa in una mini agenzia PR di New York. Avevano tanti clienti italiani e cercavano di continuo studenti delle nostre parti per utilizzarli alla Diavolo veste Prada: ho portato caffè, bollito uova, comprato materiale per i lavoretti scolastici del figlio della capa. Dopo due settimane di questa roba, però, ho chiesto se potevo mettere le mani sul loro sito (che era abbastanza agghiacciante) e mi sono riscattata con una mansione che mi sembrava più utile. Quando è scaduto il visto sono tornata in Italia, ho trovato un annuncio sul portale dell’università per un tirocinio in Einaudi. Ho fatto sei mesi di stage mentre finivo la tesi della specialistica, poi contratto a progetto e poi, emozione massima e massimo gaudio, sono stata assunta a tempo indeterminato. Un evento senza precedenti, dati i tempi grami che correvano. Sono entrata al marketing e sono rimasta lì, con mansioni diverse: analisi di mercato, andamento dei titoli, magazzino… poi, visto che le cose da fare erano sempre moltissime, ho iniziato anche a scrivere per il sito e a occuparmi dei copertinari. Mi sono avvicinata un un po’ di più all’editoriale, insomma.

Ma scusa, divago troppo: Tegamini è nato nel 2010, quando sono arrivata a Torino per il nuovo lavoro e non conoscevo nessuno. L’ho aperto – senza un particolare intento strategico, a dirla tutta – semplicemente perché mi piace scrivere, volevo scrivere e, probabilmente, volevo anche (auto)farmi compagnia. È rimasto sostanzialmente invariato, un contenitore un po’ buffo per parlare delle cose che mi incuriosiscono e che mi somigliano, nella speranza che possano interessare o essere utili anche agli altri.

E mi pare a qualcuno siano interessate, no?

Sì, in effetti sì. Tegamini cresce costantemente e questa è una cosa molto positiva. Ora, ovviamente, non c’è più il blog e basta, c’è un ecosistema formato da diversi canali social. Il bello è che se hai delle cose da raccontare ci sono tante opportunità per farlo, e puoi provarci utilizzando molti linguaggi diversi. Alla fine il mio tratto distintivo (credo) rimanga la scrittura e il punto di vista piuttosto surreale. Mi pare di avere una scrittura abbastanza caratteristica e le persone mi spiegano spesso che si leggono anche pezzi che riguardano argomenti a loro completamente estranei. Ma succede perché amano comunque il mio modo di raccontare. Il che mi rende felicissima.

Il fatto che tu abbia successo come blogger e, tremo un po’ per la parola che sto per usare, instagrammer fa sì che tu venga contattata anche da aziende che con i libri non hanno a che fare, per chiederti di promuovere i loro prodotti, come ti senti nei confronti di questa cosa?

Dipende. A volte si spalancano opportunità stupefacenti. Altre volte, invece, la cialtroneria è in agguato. La verità è che bisogna scegliere con molta attenzione – evitando, possibilmente, di perdere il senso della realtà. Cerco sempre di lavorare su quello che mi somiglia o che mi interessa davvero. E spero tanto che si capisca.

Prima di parlare di traduzione, vorrei chiederti come ti è venuto in mente di creare la rubrica dei #LibriniTegamini, perché mi sembra una buonissima idea sia per consigliare libri, sia per interagire con le persone che ti seguono usando i social network in modo intelligente.

Ho iniziato su Snapchat, che nell’estate 2016 viveva il suo periodo d’oro – anche se i numeri non sono mai stati mirabolanti, soprattutto se confrontati con quelli di altre piattaforme. Si era creata una bella micro-community, però. In quel periodo ero in maternità, voluminosa come uno Snorlax, e chiacchieravo felicemente da quelle parti. Sono dell’idea che i social non debbano essere una mera autorappresentazione e ho pensato che potesse essere saggio e divertente anche creare dei contenuti che seguissero un certo filone – che poi è anche quello che secondo me devi fare un po’ ovunque, se vuoi avere un minimo di utilità per il prossimo. Anche perché mi chiedo per quale motivo uno dovrebbe sedersi lì e sciropparsi quel che dico, altrimenti. All’inizio parlavo delle cose che mi succedevano, di quello che scoprivo e di quello che leggevo. Poi, però, sono cominciate ad arrivare delle richieste di consigli “librari” e ho pensato fosse più utile rispondere pubblicamente che in privato, visto che magari quei consigli potevano risultare azzeccati anche per altre persone. Così sono nati i #LibriniTegamini, che ormai ho trasportato su Instagram data la dipartita quasi completa di Snapchat. Ad essere sincera, sono sempre molto stupita del fatto che le persone mi diano retta e che non manchino di riferirmi com’è andata con lettura.

Vorrei parlare un po’ del tuo lavoro di traduttrice, ma confesso che faccio fatica finora a capire in che punto della tua vita tu sia riuscita a iniziare a tradurre.

[Ride] Hai ragione! Dunque, ho iniziato nel 2012. Una collega con cui lavoravo da anni si era appena spostata in GeMS e mi aveva chiesto di entrare nel suo gruppo di lettori, per la narrativa straniera. Ho letto le robe più diverse per un paio d’anni… e temo che le mie schede fossero anche un tantino troppo appassionate. Facevo tutto nei tempi morti – diciamo così – e il pendolarismo Milano-Torino mi lasciava qualche oretta in più da dedicarci. Questa ex-collega è poi rimasta improvvisamente a piedi con un traduttore. Sapendo che con l’inglese non ho problemi che, incidentalmente, tendo a saper scrivere in italiano, mi ha chiesto se volevo fare una prova per rimpiazzare il traduttore fuggitivo. Dev’essere andata bene, penso, perché mi hanno assegnato questo romanzo per ragazzi – che era pure adattissimo a me. E da lì ho iniziato, allegramente. L’editoria poi è un mondo minuscolo… e se qualcuno si trova bene con te è raro che ti abbandoni. Ho iniziato a lavorare parecchio nel filone ragazzi e piano piano sono apparse anche altre proposte. Ma ho sempre tradotto nei ritagli, fino a pochissimo tempo fa. A settembre ho intuito che potevo stare in piedi occupandomene a tempo pieno e ho deciso di provare, per una volta, a fare quello che mi piace davvero – e che pare non mi riesca malaccio. E ora, dopo Einaudi e un paio di anni da copy in un’agenzia digital, faccio la traduttrice e la piccola blogger. Insomma, non ho più bisogno di considerare la traduzione come l’identità B da supereroe che si trasforma per combattere il crimine di notte.

Prima era complicato. Spesso tornavo a casa alle dieci di sera e mi riducevo a lavorare di notte e nei weekend. Alla fine mi sono detta: «È una cosa che ti viene bene, che fai volentieri e che ti riesce», e mi è sembrato che avesse senso portarla finalmente avanti come attività “vera”. Penso sia sempre saggio dedicarsi a qualcosa che ci rende distintamente molto felici e, nei limiti del possibile, assecondare i talenti. Sprechiamo spesso le nostre risorse, incaponendoci su strade che non sono le nostre. Ma so anche bene che è difficile avere la possibilità di farlo. Io ci ho messo degli anni a decidermi e a costruirmi una “solidità”, diciamo. Sono anche stata molto fortunata, perché ho avuto la possibilità di arrivarci per tentativi, quasi. Non mi sono svegliata con il sogno di fare la traduttrice anche se, inconsciamente, forse tante scelte che ho fatto mi hanno permesso di acquisire le competenze per riuscirci, imparando anche parecchio del settore in cui poi avrei dovuto operare.

Mi sembra di capire però che, a parte l’essere fortunata come dici tu, in realtà sia servito molto anche il coraggio con cui ti sei buttata nelle occasioni che ti si sono presentate.

 Sì, è vero, ho sempre tentato – chiaramente cercando di scegliere le mie opportunità con un minimo di intelligenza. Non ho studiato lingue, ho imparato l’inglese per passione, in pratica. Al liceo avevo una professoressa di inglese bravissima, ma forse è stato più merito di mio padre. Ha imparato da autodidatta. Si studiava i testi di Bob Dylan, era abbonato a Time e ci guardavamo a rullo le videocassette di Speak Up. Durante la scuola avevo una quantità incredibile di penfriend e raccontavo continuamente i cavoli miei a sconosciuti che stavano in posti assurdi. Anche internet è stato utilissimo. E anche Harry Potter. Dal secondo in poi, ordinavo il libro in inglese appena usciva. Insomma, tenevo l’inglese costantemente in esercizio, non lo percepivo come una cosa “da studiare”. Era una componente funzionale e “normale” all’interno delle mie giornate.

Niente, questa passione per la parola scritta e per l’inglese a un certo punto si sono intrecciate. Ed eccoci qua. Il casino vero è che quando qualcuno mi chiede consigli per diventare traduttore io sinceramente non so mai bene come rispondere, quindi mi vergogno anche un po’ perché, ad esempio, non ho idea di come funzioni una scuola di traduzione.

Tu peraltro hai iniziato traducendo letteratura per ragazzi, responsabilità massima.

Esatto. Mi diverto moltissimo, ma in effetti percepisco di avere una grande responsabilità. Il destinatario del tuo lavoro è qualcuno che potrebbe diventare un futuro lettore oppure uno che non guarda nemmeno l’etichetta dello shampoo. Chiaro, tanto lavoro lo fa la trama – ci sono libri che farebbero appassionare chiunque e, lì per lì, ti pare quasi che la lingua non sia così decisiva… ma poi ti accorgi – per l’ennesima volta – che sei tu a dover trovare ogni volta le parole per convogliare quello che succede. E ti viene da pensare che se poi questi potenziali lettori non leggeranno più forse sarà anche per colpa tua, perché non sei riuscita a mettergliela giù abbastanza bene. E li hai persi. Ma sono felicissima quando scopro che il lavoro è stato apprezzato. Sarò matta, ma vado anche a leggermi le recensioni di Amazon, per dire, e quando trovo cose tipo: «Ah, che bello, mio figlio ha adorato questo libro e si è divertito un sacco», io sono super contenta, come se il libro lo avessi scritto io.

Beh, in un certo senso è così.

Un po’ sì. Anche se la mia ambizione è l’invisibilità totale. Il libro deve somigliare all’autore. Ho fatto dei libri buffissimi, che sono stati però anche infernali, a tratti. Ad esempio, mi sono trovata a tradurre un Patterson in cui il protagonista sogna di fare il comico. E nel libro ci sono circa ottomila freddure, battute e giochi di parole. E lì sei tu che devi farli funzionare e trovare il modo di renderli in italiano. I libri per ragazzi, poi, hanno un livello di imprevedibilità diversa da molta narrativa per per adulti, lì può veramente succedere di tutto e devi essere preparato a fronteggiare gli eventi più diversi. Uno dei libri che ho fatto con più gioia… aspetta che te lo vado a prendere!

Eccolo, L’incredibile diario segreto di maiale! Un’avventura in una fattoria popolata da animali parlanti e ambiziosissimi. Intreccio a parte, ci sono state decisioni campali da prendere a livello di lingua, proprio. Maiale, poverino, non si sa esprimere proprio benissimo. È volutamente sgrammaticato… ma bisogna decidere come sgrammaticarlo. Perché non puoi mandare in stampa un libro che terrorizzerebbe una maestra delle elementari. Pure della maestra, ti devi preoccupare.

E invece per i libri da grandi…

Il primo è stato l’adattamento di un videogioco, Total War: Distruggi Cartagine, un mattone di cinquecento pagine scritto da un archeologo serissimo, quindi terminologia militare e compagnia danzante. Poi ci sono stati i libri per Il Saggiatore, Gli Argonauti di Maggie Nelson che è stato un bel rompicapo. La Nelson è una poetessa e un’accademica – e la sua scrittura rispecchia queste due anime, affrontando temi delicati e fondamentali – genere, identità, femminismo, cambiamenti del corpo, transessualità, pedagogia, maternità. Poi ho lavorato al primo volume del Wonderland Quartet di Joyce Carol Oates, che è stato molto impegnativo ma anche straordinario. Quel libro mi genera un’ansia infinita, ogni volta che vado in libreria e lo vedo lo apro a caso, leggo e mi dico: «Ah, ok, qua scorre sempre, fantastico», e lo rimetto giù.

E ti è mai capitato l’orrore del traduttore, cioè riprendere in mano un libro dopo qualche tempo e trovarci, che so, un calco bruttissimo?

Hmmm, direi di no. E spero non sia perché di errori non ce ne sono e non per la mia pessima memoria! Anche perché, devo dire, ho avuto la fortuna di lavorare con dei revisori e dei redattori veramente molto bravi. Al Saggiatore sono scrupolosissimi, così come in GeMS. Ed è molto rassicurante. Ad esempio, in un libro così lungo e complesso come il romanzo della Oates, fatto di tanti registri diversi, con un’epoca storica da gestire in un certo modo, contesti particolari da ricostruire, linguaggi precisi da trovare, ecc. serve molta ricerca per immergerti in quel mondo. Ed è bello quando ti rendi conto di non essere completamente solo e che c’è qualcuno, dall’altra parte, che se ne sta preoccupando quanto te ne preoccupi tu. Va anche detto che tendo a consegnare una cosa che per me è stampabile, non consegno traduzioni piene di dubbi irrisolti. Di solito tendo a far bene da subito, non a buttare giù roba provvisoria e ripassarci sopra successivamente. Con i redattori e i revisori si collabora per raggiungere la potenziale perfezione, però punto davvero a dare qualcosa di buono fin da subito. Mi pare anche rispettoso nei confronti di chi ci metterà le mani dopo di me. È bello poi quando lavori con qualcuno che dall’altra parte si è fatto le stesse ricerche e si è posto le stesse questioni, quindi puoi parlarne, puoi rivedere insieme certe scelte, confrontarti su un punto di vista.

Con la Oates – soprattutto nella prima parte del Giardino delle delizie, quella di Carleton – ci sono tante ripetizioni, ad esempio. Ci sono perché servono a farti capire da dove vengono i personaggi. Si esprimono così perché, semplicemente, non conoscono altre parole. Il loro lessico è molto funzionale a descrivere la realtà materiale, ma con quei termini non hanno modo di gestire i sentimenti complessi, ad esempio. E risultano ridondanti, confusi. E tu devi tradurre una frase ridondante, così com’è. Ed è bello bello quando il revisore ti rimanda indietro il testo e ti dice che suona come dovrebbe suonare. Quello è il migliore dei complimenti.

È importante lavorare per restituire la stessa sensazione, anche se so bene che è fondamentalmente impossibile. Sono d’accordo con la traduttrice che hai intervistato prima di me, anche io sogno un mondo in cui io non sono necessaria. Ma intanto che servo ancora, faccio del mio meglio per restituire al testo la sua voce “originale”. Per non esserci, insomma.

Ah, tornando alla domanda: non mi ricordo strafalcioni giganti. Una volta, però, in un libro della serie di Minecraft, ho sbagliato un termine. Ho chiamato i “villici” in un’altra maniera che non mi ricordo neanche. E non mi è ancora andata giù.

Curiosità: quanto ci metti in media a fare un libro?

Dipende da un milione di cose, però un libro medio ci metto due-tre mesi, e tendo a lasciarmi spazio per la riletturona finale. È importantissima, almeno per me.

Una cosa curiosa di questi romanzi da ragazzi, spesso fantastici e spesso anche strutturati in saghe è che ogni volta devi entrare in un universo a sé con tutti i termini di riferimento precisi di quel mondo, con le sue regole e via dicendo.

Esatto, ed è difficile. Per dire, da poco ho tradotto un altro di Patterson della serie Scuola Media, che viene dopo altri sette libri che strutturano un mondo ben preciso, un libro che ha anche un tono comico molto spiccato. E mi sono fatta mandare tutti gli altri libri della serie per orientarmi meglio dentro all’universo di Rafe e per capire come parlano i personaggi, oltre che per imbroccare cose più banali – come non stravolgere soprannomi già apparsi e faccende simili. Ogni volta devi fare i compiti, insomma.

E senti, parliamo di Cesare che è qui con noi. Tu gli leggi dei libri?

Certo, ha tutti i suoi librini e i suoi album delle parole, ma capita che io gli legga ad alta voce quello che sto traducendo, soprattutto mentre faccio la revisione finale. Leggere ad alta voce mi serve per capire se il testo gira o come può essere migliorato. Gli leggiamo anche Dahl, sono libri splendidi e molto musicali, un po’ come delle filastrocche ipnotiche. E Cesare apprezza, anche se ancora è davvero molto piccolo e la concentrazione che serve per apprezzare un libro non è ancora la sua dote più spiccata.

Altra super curiosità: hai una libreria di fiducia o delle librerie di fiducia?

Ci sono delle librerie in cui mi piace molto andare, poi è anche vero che se voglio comprare un libro lo compro ovunque mi trovi. So cosa non mi piace, a livello di struttura anche, ad esempio non amo le catene gigantesche. Però adoro la Rizzoli in Galleria, qui a Milano. Mi piacciono le librerie piccole che fanno una bella ricerca, per esempio Verso Libri. Se vado da Verso è rarissimo che non compri niente. Purtroppo, però, quello che leggo io non è sempre facile da trovare in libreria, soprattutto la narrativa in lingua. E quindi mi sposto online.

Ci vuoi raccontare un po’ di cose che succederanno nella tua nuova vita da traduttrice a tempo pieno?

Allora, sicuramente il nuovo Patterson che ti dicevo, che uscirà credo a breve. Poi una bellissima e da me amatissima Enciclopedia dei Dinosauri che è già uscita per Nord-Sud e anche un manualetto su come disegnare in stile kawaii. Poi ho consegnato un romanzo per Garzanti, una sorta di giallo molto “British”. Ho in programma una graphic novel per una collana che apprezzo tantissimo anche da lettrice e sto lavorando su un saggio fantastico sull’ubriachezza. Insomma, proposte assai disparate. Da cui imparare tanto.

 

Rachele Cinerari

Studentessa di letterature comparate, vive a Torino e perlopiù passa il tempo chiedendosi il significato delle parole.

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