Tradurre Giovanni Arduino

I traduttori sono personaggi solitari. Siamo abituati a pensarla così, a immaginarceli chiusi in casa dietro a un computer (oggi) o una macchina da scrivere (ieri). Ma insomma, anche loro saranno persone normali, con una vita normale, che lavorano come tutti, che frequentano persone luoghi eventi come tutti. Oppure no?

Dei traduttori si parla poco ma si dicono tante cose: conoscono i libri meglio degli autori stessi, sono dei nerd delle parole, non si sa mai che faccia abbiano… Ma perché non provare a parlare direttamente con loro? Li andiamo a scovare, li tiriamo fuori dai loro studi, li portiamo a respirare un po’, facciamo loro qualche domanda e vediamo che succede.

Iniziamo con qualcuno che lavora nell’editoria da anni e anni, che ha lavorato per Sperling & Kupfer, Frassinelli, Mondadori, Piemme, e altri. Che ha fatto l’editor, il revisore, lo scrittore, lo sceneggiatore e che oggi è perlopiù conosciuto come traduttore di Stephen King: Giovanni Arduino.

Ci incontriamo a Torino, sua città natale, in un bar di Piazza Zara.

Iniziamo dalle origini. Oltre a essere traduttore di Stephen King hai lavorato molto come editor per varie case editrici e tradotto tanti altri autori oltre a King. Ti va di raccontarci come sei entrato nel mondo dell’editoria?

In un modo abbastanza particolare, durante l’università. Volevo fare lettere e puoi immaginare cosa pensasse mio padre. Il caso volle che avessi un amico all’Isef che mi disse che c’erano un sacco di testi che avevano bisogno di traduzioni e io dissi che ero disponibile. Ho iniziato così, senza sapere assolutamente niente di traduzione. Per un giro interuniversitario poi sono arrivato al Politecnico a tradurre discorsi di professori dall’italiano all’inglese che addirittura pagavano a riga. In pratica mi sono ritrovato a fare l’università da nababbo. E quando mio padre mi ha chiesto “quindi come fai con le tasse dell’università eccetera”, lo avevo fregato! [ride]

Poi sono successe altre cose divertenti, ad esempio che un mio amico che lavorava a Roma mi disse che c’erano dei tipi che, visto il successo di Dylan Dog e di splatter vari volevano fare delle imitazioni, loro si trovavano a Milano (ed è così che ho cominciato a spostarmi su Milano) e in realtà facevano soprattutto porno. Alla fine decisero di fare due riviste (Gore Scanners e Bloob) di cui io curavo i redazionali e sono andate avanti un paio di anni. Per loro ho fatto anche qualche sceneggiatura.

Nel frattempo feci anche il militare, avrei voluto fare obiezione di coscienza ma una settimana prima di iniziare mi dissero che avevano preso un altro al mio posto e che mi avevano reinserito nelle liste di leva, simpatici…

Allora mi sono detto “L’unica è fare il carabiniere”, per quanto fosse la cosa più tremenda ma mi serviva qualcosa che mi lasciasse del tempo “libero”, perché nel frattempo avevo iniziato a fare il lettore per delle case editrici e a fare le prime traduzioni letterarie. Anche lì tramite un amico conoscevo questo Maresciallo che dopo un po’, mentre ero immerso in un lavoro d’estate, mi chiamò dicendomi che sarei dovuto andare a Fossano e partire a fine agosto. Sono partito in fretta e furia e ho fatto il carabiniere per un poì più di un anno, e quello che era divertente era che nel frattempo continuavano ad arrivare i pacchi enormi pieni di materiale dalle case editrici.

Poi nel ’91 durante un Salone di Torino l’allora proprietario di Sperling&Kupfer, Tiziano Barbieri, mi disse “Ma senti ma tu che collabori tanto con noi, non potresti diventare interno? Mi costi meno se ti assumo”, discorsi che all’epoca erano fattibili. Ed è così che sono andato a lavorare alla Sperling, prima come editor della straniera e poi come traduttore, per sei mesi ho fatto la spola da Milano a Torino ed era una roba da spararsi, anche perché lavoravo dalle 7:30 alle 20. Poi mi sono trasferito e sono rimasto a Milano fino al 2005. Nel frattempo ho vissuto anche un po’ a Bologna e un po’ a Roma dove nel 2006 ho anche fondato Elliot, eccetera. Poi sono tornato a Torino nel 2010 e ho cominciato a lavorare come freelance e fare anche altre cose che non avevo fatto prima se non raramente: ad esempio revisioni di sceneggiature cinematografiche e anche sceneggiature mie, ogni volta coperte da segreti e firmate con certi pseudonimi che a pensarci mi vieni ridere; è una cosa che mi piace molto, mi diverte e mi rende anche molto bene.

E di tutti i libri che hai tradotto di King, c’è qualcosa che in assoluto è stata la più difficile da rendere in italiano?

Beh, il libro che sto facendo adesso non è facile, anche perché è molto lungo. Poi è scritto da lui insieme al figlio e non è per niente come tradurre King da solo, che ormai conosco molto bene. Il figlio (Owen) viene da New York, scuole di scrittura, un ambiente abbastanza fighetto.E poi, come dire, sono 900 cartelle! Due stili diversi che a volte si uniscono, 900 cartelle… Appena ci salutiamo torno proprio sulla traduzione.

E c’è qualcosa in particolare che ti ha insegnato tradurre King?

Mah, ho imparato traducendo tutto, ovviamente più traduci e più impari. Io non ho mai fatto scuole, la mia conoscenza dell’inglese deriva da un anno passato negli Stati Uniti e dal fatto che leggevo un sacco di fumetti – Capitan America, storie dell’orrore e cose così – che non arrivavano in Italia e quindi li compravo in inglese, così come anche ascoltando la musica. Anche se va detto che a me piacciono i Ramones, che non sono proprio il massimo come testi [ride] ma se non altro mi sono fatto una certa cultura sulle malattie mentali e sugli psicopatici. Ovviamente anche leggendo libri, ma devo dire che ho iniziato a leggere “libri veri” molto tardi.

Eh perché si sa, i fumetti non sono libri veri… anche se ultimamente sono stati “rivalutati” in Italia.

Beh, rivalutati sì ma fatico a chiamare ad esempio Zerocalcare un fumettista classico, che oltretutto bravissimo quando fa quello che sa fare ma quando vuole fare cose più “serie” è una grandissima noia. A me piaceva ad esempio Jacovitti, e mi piaceva Andrea Pazienza nei lati in cui più ricordava Jacovitti. Mi piacciono molto i fumetti quando vanno sul surreale spinto… comunque tornando alla tua domanda di prima ho imparato da tutto. Spesso e volentieri mi succedeva, soprattutto all’inizio, di non capire delle cose, e grazie al cielo avendo degli amici americani gli telefonavo e gli chiedevo spiegazioni su alcune cose impossibili da tradurre. Ho imparato piano piano gli “sgami” del mestiere…

Assistendo a delle lezioni in alcune scuole di traduzione ho notato che questi “sgami” mancano. Stanno ore a rimuginare su aspetti che, ok giusti ma dovrebbero imparare a superarli. Moltissime regole devi impararle ma spesso e volentieri anche metterle da parte, perché applicandole tutte una traduzione diventa illeggibile, la pratica è un’altra.

Ognuno ha ovviamente il suo metodo di lavoro. Io cerco subito di uniformare tutto senza lasciarmi il grosso alle revisioni successive, faticherei troppo. Un’altra cosa importante per me ad esempio è non transigere su alcune revisioni, se sono convinto di una cosa e per me la revisione è totalmente fuori luogo io difendo la mia traduzione a spada tratta. Mi è anche successo di non firmare la traduzione e firmarla con uno pseudonimo, cosa molto spiacevole, ma insomma… d’altronde se difendo una mia versione non lo faccio a caso, non si tratta di un’opinione, è qualcosa che io posso dimostrare con delle evidenze. Se dall’altra parte trovo un muro di gomma, arrivederci…

E devo dire che lavorando come editor ho notato spesso che i traduttori non sono certo dei “cuor di leone” nel senso che spesso e volentieri non difendono le loro traduzioni, questo forse anche per paura di non ricevere lavori in futuro. Per quanto mi riguarda se trovi persone del genere, che non ti daranno un lavoro solo perché hai “difeso” il tuo lavoro, meglio perderli che trovarli, potrai avere solo problemi da persone così. È anche vero che quello del revisore è un lavoro molto difficile, ma non si deve cadere nella trappola del “metto una correzione ogni tanto così vedono che ci sono”.

E hai dei particolari escamotage per rendere bene cose difficili o atmosfere particolari?

Guarda, con Stephen King è molto semplice perché sostanzialmente ci piacciono le stesse cose: ascoltiamo la stessa musica, leggiamo le stesse cose e guardiamo gli stessi film. Poi ovviamente a lui piacciono anche molte cose che a me fanno schifo ma in linea di massima: Ramones, Bruce Springsteen, AC/DC, tutte cose che conosco molto bene, come anche le letture.

Avendo lo stesso “imprinting” è piuttosto facile capire a cosa si riferisce, poi certo lui ha venti anni più di me. Sicuramente è la curiosità che è importante, per esempio in alcuni romanzi – come l’inutilmente bistrattato Doctor Sleep, che poi altro non è che la sua concezione di un romanzo young adult – si vede benissimo che è curioso di leggere e conoscere anche cose che vanno oltre le sue competenze e la sua generazione, è curiosissimo di vedere cosa leggono le nipoti, che ne so si è letto tutto Hunger Games…

E anche tu sei curioso allo stesso modo…

Sì, fin troppo. Alcune cose non le leggo perché proprio non ci riesco. Per dirti la maggior parte degli scrittori italiani degli ultimi dieci anni… proprio non ci riesco. A volte li leggo anche per farmi un’idea o per lavoro o se devo esprimere un giudizio, ma quando mi trovo di fronte a cose brutte, già viste, già sentite, che sembrano una brutta replica di una replica di una replica…

Io non parto mai prevenuto e anzi mi piace molto sorprendermi, ma è un po’ quello che mi succede anche con tanti film italiani. Prendi Lo chiamavano Jeeg Robot, sì ok e quindi? Cosa mi stai dando? Sono cose che ho già visto e che ho già visto fatte meglio, oltre al fatto che è un film tremendamente romano, che se uno non conosce Roma non capisce tantissimi dettagli.

Era proprio una cosa che avrei voluto chiederti, se c’è qualcosa di italiano contemporaneo che ti abbia colpito…

Beh certo ci sono delle eccezioni che spuntano nei posti più inaspettati. Per dire, visto che ci eravamo conosciuti in quella occasione [una presentazione al Salone del Libro, ndr], La carne di Cristò mi era piaciuto e mi stupivo molto quando dicevano che fosse un libro difficile.  Ecco un’altra cosa che mi fa incazzare è quella: il concetto di libro difficile. Ma cosa vuol dire? Al massimo lo può dire un venditore perché non sa cosa dire di un libro, ma di base non vuol dire niente.

In generale a me piace qualcosa che mi porti a fare una bella passeggiata, ma deve essere proprio bella. Non mi interessa avere informazioni dai romanzi, non mi interessa imparare cose, se voglio documentarmi su qualcosa vado alla fonte. Quindi o voglio che ci siano davvero cose talmente imprevedibili… poi vabbè anche a me spesso piacciono cose che sono proprio delle cagate, lo ammetto.

La scrivania del traduttore

A questo proposito io ti ho sentito spesso dire una cosa su cui sono d’accordissimo e cioè che il genere non esiste. Quello che mi interesserebbe capire è perché lo dici e in che senso.

Certo, il genere non esiste. Può esistere per comodità ma poi si è sempre “pasticciato”. Nelle riviste tascabili e addirittura nei pulp esistevano dei nomi da autore di fabbrica e si sapeva che facevano novelle coi mostri, con sesso, ma in realtà anche questo era per classificare a livello commerciale, si vede anche nei pastiche lovecraftiani o in alcuni romanzi di Richard Matheson. Si vede in tutti quelli che sono considerati “i grandi scrittori del genere” che il genere sia fantascienza, letteratura dell’orrore o quello che è.

Peraltro sul genere fantascienza sono state dette mille cose, se è vero che il genere non esiste forse è vero che esiste ancora meno il genere fantascienza…

Ma poi il fanatismo è una bruttissima cosa, da ragazzino avevo fatto due fanzine e mi ero sentito dare del fascista perché per una fanzine che parlava di film avevo posto dei quesiti tipo boh:

Le 120 giornate di Sodoma di Pasolini è un film di genere? Se sì, quanto, quale genere? I film di Jodorowski sono di genere? Beh sì probabilmente in parte ma quindi? In che cosa uno splatter è diverso da Le 120 giornate di Sodoma?

Il genere è molto comodo dal punto di vista commerciale, e certo lo si può usare in quel senso, anche se adesso anche gli americani lo usano molto meno…

Poi certo, la cosa importante è che se tu scrittore “pasticci” con quello che è comunemente chiamato genere lo devi conoscere molto bene. Devi conoscere precursori e grandi nomi, sennò fai delle vaccate. Ma questa è logica, è come voler costruire un tavolo senza saper assemblare i pezzi.

Prendi Stephen King, lui non è mica nato dal nulla, se uno osserva bene molte delle cose che usa anche adesso le ha prese da altri: un po’ da Ed McBain, un po’ da Richard Matheson e tanti altri.
Se sai usare la materia escono fuori delle cose meravigliose e sono le migliori. Prendi ad esempio Nick Pizzolatto: lui ha scritto di tutto, ha fatto anche True Detective, i suoi racconti sono bellissimi, i suoi romanzi anche. Lui ci infila veramente dentro di tutto! Ed è una cosa che gli riesce perché ha la padronanza di certi immaginari, atmosfere eccetera, e non è mai il calco o la citazione messa lì, come può essere in Stranger Things. È qualcosa che è dentro di te e quasi è nel tuo DNA. Un po’ come David Lynch e tanti altri… Lynch di base fa noir, ma va oltre! [ride]

Ma senti la stai guardando l’ultima stagione di Twin Peaks?

No, perché devo lasciare che decanti un po’ tutto e che passi l’hype. Questa fruizione bulimica secondo me non può portare che danni…

Anche alla traduzione…

In che senso?

Beh, mi è capitato di guardare Twin Peaks, come altre serie che vengono sottotitolate in una notte, e notare degli errori di traduzione allucinanti. Ma non su cose complicate, anche su giochi di parole piuttosto elementari.

 Ah beh, certo. Ovviamente c’è anche da distinguere traduzione da adattamento. Spesso e volentieri chi fa l’adattamento non si cura molto della precisione della traduzione, basta che scorra il discorso. Anche quel mondo è abbastanza un casino. Ora peraltro tutti sono spaventati da Netflix perché hanno paura che crei monopolio e che elimini gli intermediari… ma sono i traduttori e i “subber” per primi a svalutare tantissimo il mercato. I subber che poi vengono reclutati in massa da certi editori a tradurre in quattro lo stesso libro senza la minima uniformità pagati 4€ a cartella… insomma…

Per quanto mi riguarda mi piace tantissimo lavorare come script doctor perché mi danno compiti ben precisi (che il più delle volte è rendere più “frizzanti” i dialoghi). È molto bello, mi sento tipo killer, vai, fai e torna. Sono tutte persone serie, c’è rispetto e fiducia reciproca e insomma mi trovo bene.

Ma ti succede spesso che ti chiedano di edulcorare le traduzioni?

No beh una volta è successo che abbia sostituito tutti i vari jesus e jeez con p***o d*o ma perché mi avevano fatto girare le palle, pretendevano che cassassi tutti i “cristo”, in generale le richieste di edulcorare arrivano come norme redazionali e richieste di uniformità redazionale. Poi ci sono i casi tipo Glenn Cooper, che già di per sé è un casino da tradurre perché è scritto malissimo.

Quindi tradurre un libro scritto male è più difficile di tradurne uno scritto bene? Forse ti sembrerà un’ovvietà…

Ma mica così tanto un’ovvietà, perché se ti lasci andare, you go with the flow e lasci perdere, passi sopra a incongruenze varie e tralasci gli errori più palesi è un conto, ma io non ci riesco, quindi alla fine arricchisco lo stile per rendere migliore un libro pessimo ed è una faticaccia. Poi spesso in questo tipo di romanzi alla Dan Brown si trovano un sacco di passi didascalici della serie “ti insegno qualcosa”, magari scopiazzati da Wikipedia, e questo succede anche nei libri per ragazzi… che, voglio dire, un libro per ragazzi deve essere tutto tranne che didascalico! Della serie “Hai capito? No?” e tu “Sì ho capito ti prego basta”, “ Ma no dai te lo spiego ancora una volta”.

Torniamo un attimo su Stephen King, al Salone del libro c’è stata una festa dedicata a Stephen King in cui sostanzialmente sei stato un po’ la star. Che è una cosa che non succede, tutt’altro rispetto ai soliti incontri dedicati alla traduzione che purtroppo sono sempre chiusi e dedicati agli addetti ai lavori. Ti è piaciuto, lo rifaresti?

Beh, forse la seconda parte non la rifarei. In primis perché mea culpa io non sono tanto bravo a lavorare in gruppo. Posso discutere, posso rivalutare le mie posizioni ma quando ho una idea chiara in testa non riesco facilmente a scendere a compromessi… so che è un aspetto tremendo ma è così. Mi sarebbe piaciuto molto invitare le persone più disparate che non c’entrano niente con Stephen King. Una cosa più giocosa, meno istituzionale e più spontanea, non lo so… anche fossero stati J-Ax e Fedez! Anche perché essere un po’ sopra le righe, uscire un po’ dagli schemi, è divertente! Sennò che palle, spariamoci…

L’evento lo avevi organizzato insieme a Loredana Lipperini, con cui avevi già collaborato in altre occasioni, tra cui due libri scritti a quattro mani che io ho trovato molto interessanti. Mi interessava capire com’è nata questa collaborazione e come avete pensato di scriverli insieme.

 Intanto grazie, mi fa piacere che tu li abbia apprezzati. Io e Loredana ci conosciamo da molto tempo, sono stato ospite quando lei curava i vari “Lampi” a Milano verso la fine degli anni ’90. Dopo lei aveva scritto questi fantasy con lo pseudonimo Lara Manni e poi ci siamo incontrati di nuovo a Roma e abbiamo deciso di scrivere questi libri su idee che avevamo in testa e alla fine li abbiamo fatti.

Il primo, Morti di fama, pur essendo uscito nel 2013…

Diventa sempre inquietantemente più attuale.

Esatto. E avete altro in cantiere?

In realtà sì, però adesso lei è impegnata con il suo nuovo romanzo, io sono bloccato con lavori vari quindi non so onestamente quando riusciremo a lavorarci. Poi è anche vero che scrivere un libro comporta una cosa che a me non piace molto, cioè le presentazioni [ride]. A me non interessa stare simpatico alle persone, a chi organizza, a chi ascolta, cioè se accade bene, ma se non accade pace. E non mi piace neanche molto star lì a fare grandi discorsi…

A me appena finita la traduzione che sto facendo piacerebbe concentrarmi di nuovo sui lavori di sceneggiatura, quindi per un po’ penso non se ne parlerà.

Rachele Cinerari

Soffre di un disturbo di personalità multiple. Una di loro vive a Torino e perlopiù passa il tempo in mezzo alle parole.

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