Tradurre Giulia Ansaldo

I traduttori, queste strane figure editoriali. Continuiamo a scoprire il loro mondo, questa volta parlando con Giulia Ansaldo, traduttrice dal turco, dal francese e, nientepopodimeno, dal persiano. Ci incontriamo a Torino, il bar in cui ci sediamo è pieno ma riusciamo a ordinare un caffè e trovare un tavolino dove sederci, per fortuna all’ombra. Mi chiede subito di promettere che non le farò nessuna foto, prometto.

Perché proprio la Turchia?

Eh, perché… in realtà la mia è sempre stata più una curiosità di Istanbul, avevo questo mito… la città con il mare, il porto, Est/Ovest, lo stereotipo un po’ comune di quella città. Volevo andare lì ma poi quando sono arrivata in Turchia non sono arrivata a Istanbul, ho fatto un volontariato europeo a Batman, in Kurdistan. Quindi l’approccio è stato decisamente particolare, un primo impatto a effetto, imparare il turco in un luogo in cui si parla curdo. L’idea della traduzione era un’idea più antica che ho deciso di riprendere dopo questo anno perché mi ero impegnata così tanto per arrivare a padroneggiare un minimo la lingua e volevo sviluppare questa cosa.

Tu però traduci anche dal francese…

Diciamo di sì, ho tradotto un libro per L’Orma delle lettere di Napoleone. Per il resto con il francese lavoro solo per traduzioni tecniche.

Te lo chiedo perché questa è una cosa molto curiosa. È molto affascinante che ci siano persone che traducono da più lingue. Per te magari è un concetto assodato ma spesso si perde di vista il fatto che tradurre non significhi solo conoscere una lingua, quanto entrare in un universo culturale di riferimento che non è il tuo, almeno fino a quel momento, che non è quello che ti ha “plasmato”, diciamo così.

Io peraltro traduco anche dal persiano… per ora ho fatto solo un libro di poesie ma sono stata da poco tre mesi a Teheran a fare un po’ di ricerca. Ho studiato in Francia, con il turco e con il persiano è difficile lavorare, nel senso che sì siamo pochi ma c’è anche poca richiesta, mi piacerebbe molto lavorare con il francese anche per traduzioni letterarie.

Quello che dici è giusto, non è il sapere una lingua che ti consente di tradurre, ma se sai tradurre puoi applicare questa tua competenza ad altre lingue e quindi sì, tradurre da diverse lingue si può, anche se ovviamente si deve studiare tanto. Io ad esempio sto studiando per riuscire a diventare capace di tradurre bene anche dal francese, che per me è molto più difficile. Essendo abituata a tradurre dal turco dove hai un altro universo linguistico e sintattico da decifrare… il francese è più difficile per via della somiglianza con l’italiano, comporta molti più rischi di calchi ad esempio. Faccio molta più fatica dal francese ad avere una resa italiana scorrevole e fluida, perché il turco è altro, completamente altro.

Senti, tu hai tradotto di recente un libro di Hasan Ali Toptas, Impronte, com’è avvenuto questo incontro con Del Vecchio?

Noi ci siamo conosciuti a una fiera e fa ridere perché quando mi hanno proposto il libro è stato strano, perché io avevo già letto un libro di Toptas ma non ci avevo sinceramente capito niente. E i lettori in Italia si dividono molto tra chi lo ama e chi non lo capisce. Anche in Turchia è così, c’è chi dice “Ah mamma mia bellissimo” e c’è chi dice “Ma come fai a leggere un libro così?” anche se lì lui è più conosciuto ovviamente, non molto tempo fa c’è stato un firmacopie con una fila lunghissima di adolescenti. Ma insomma le opinioni sono varie. Le recensioni uscite in Italia sono bellissime ed entusiaste, ma a livello di pubblico purtroppo non ha avuto moltissimo successo.

Peraltro Del Vecchio ha questa abitudine bellissima di far scrivere al traduttore una sorta di intervento personale nel libro.

 Sì, la scatola nera del traduttore, è una cosa molto bella anche secondo me.

A proposito di questo libro c’è un aspetto su cui è interessante riflettere: non è ambientato nella città, ma in un luogo rurale. Molte persone turche mi hanno ripetuto questa cosa particolare della Turchia e cioè che ci sia una differenza abissale tra la città, che poi è Istanbul, e tutto il resto. Cosa che vale per molte nazioni ma loro ritengono che ci sia in particolare lì. Tu sei d’accordo? E soprattutto per descrivere questa ruralità qual era il tuo riferimento geografico?

In Impronte la città grande c’è, ma è marginale e non è mai nominata direttamente, è una città che si guarda da distanza, dall’alto, ci fa forse pensare a Istanbul ma non si dice mai che sia proprio quella città. Spesso il libro è ambientato è in territori tra la Siria e la Turchia non lontani da dove ho vissuto io, quindi ho fatto spesso riferimento proprio a quei luoghi. Avendo fatto molti viaggi in autobus per quelle zone, quando Toptas nel libro racconta di quelle piane, di quella secchezza, di quel giallo, io me la vedo davanti. E in effetti è una domanda interessante perché non so come avrei potuto vederla e dirla se non la avessi vista realmente. Quando racconta invece dell’infanzia, ambientata in un villaggio, con tutto l’immaginario di paese, il matrimonio tipico eccetera, è diverso perché io non ho conosciuto direttamente quei luoghi di cui parla, però in qualche modo sono riuscita a entrarci tramite i racconti di altre persone, ma anche attraverso altri libri.

Questa cosa che tu dici del divario tra Istanbul e il resto è reale, poi però se si va a vedere bene dentro a Istanbul c’è davvero tutto. C’è anche la mentalità del paese, magari non ci sono le colline brulle ma ci sono le persone che vengono da lì. I quartieri di Istanbul sono assurdi, in centro metri il paesaggio cambia completamente e si entra in un mondo diverso. A Istanbul ritrovi tutto, geograficamente non c’è la campagna, ma c’è tutto ciò che la fa vivere, c’è il fattore umano.

Di questo libro di Toptas si dice che sia un libro con un linguaggio molto complesso. Un libro in cui c’è molto di onirico, in cui si passa spesso da situazioni concrete e reali a situazioni che sembrano sogni e forse lo sono. E immagino tu sia impazzita a rendere tutte queste flessioni. Questo è una caratteristica che hanno molti scrittori turchi, no?

Toptas è particolare, ha una lingua molto “letteraria”, diciamo così. È capace di scrivere una pagina senza mettere un punto, eppure la sua è una lingua molto matematica. Riesce a far tornare tutta un’equazione di un periodo lunghissimo, tu ci metti tre ore a tradurre una pagina ma alla fine torna tutto, non avanza niente. Con altri scrittori non succede così, lui ha una precisione e una capacità nell’utilizzo della lingua che per quanto sia assurdo pensare di tradurre un periodo lungo una pagina, riesci a seguirlo. E la cosa incredibile è che mentre fa questa cosa con la lingua, magari fa parlare una palazzinara ex-prostituta e poi invece ti parla dell’infanzia e ti propina una serie di oggetti che stanno dentro una stalla usando anche termini veramente precisi, spesso termini che magari si usavano cinquant’anni fa. Quindi io non solo ho dovuto cercare tutti i significati di queste parole così precise, ma anche capire in che modo quelle parole venivano dette in Italia cinquant’anni fa. Mi sono chiesta continuamente quanto tempo ci sarebbe potuto volere in passato a tradurre un libro del genere senza internet, con tanti dizionari specifici, eccetera. Poi nonostante questa “letterarietà” della lingua ci sono tantissimi personaggi e c’è tantissima oralità, tutti parlano molto a lungo e tutti parlano in modo diverso. Tutto il libro è fatto di qualcuno che parla e che parla attraverso letterarietà. Non so se mi sono spiegata.

Quindi hai anche dovuto imparare tantissime parole in italiano.

Ok, se dici così allora mi sono spiegata. È andata esattamente così. E penso non mi sia mai successo così tanto come per questo libro.

La scrivania della traduttrice

Cosa hai tradotto dal turco, oltre a questo libro di Toptas?

Ho appena tradotto un altro suo libro che dovrebbe uscire entro l’anno sempre per Del Vecchio, un po’ diverso da questo, con meno coralità e un po’ più cronologico, diciamo. Poi ho tradotto un libro di Asli Erdoğan per Keller e ne sto traducendo un altro che sarà una raccolta di articoli non edito in Turchia, articoli del giornale che è stato chiuso e per cui è stata arrestata. Ho tradotto un altro libro di Can Dündar, un altro giornalista turco e un libro di Bejan Matur sui combattenti curdi. Questi sono libri sono molto diversi da quello di Toptas, molto più di attualità, di cronaca e ovviamente il lavoro di traduzione è completamente diverso, qui c’è molta più attenzione alla resa meno gusto della lingua. In effetti finora ho tradotto più libri così che libri narrativi, non esattamente per scelta.

Per noi la Turchia è un mondo lontano, che non conosciamo se non per quello che ci viene raccontato dai media o da qualcuno che c’è stato o ci ha vissuto; è comunque sempre una conoscenza mediata e filtrata e ho la sensazione che non si riesca mai a capire davvero com’è la situazione, più che altro la situazione culturale. Abbiamo l’idea di una dittatura totale in cui la libertà di espressione e stampa è quasi totalmente negata, anche se poi c’è invece d’altra parte chi pensa che questo non sia vero.

Beh, vero è vero, certo che a vedere solo quello ci si perde tanto altro. Questo è un aspetto che c’è, ed è qualcosa con cui la Turchia convive con alti e bassi da anni e anni. La repressione effettivamente si è allargata ultimamente e tocca più aspetti del quotidiano, specialmente ad esempio se sei un giornalista o un accademico, quindi anche uno studente. Un po’ di pesantezza per le strade si sente e la situazione è effettivamente difficile, noi però qui abbiamo una percezione distorta perché sentiamo qualcosa solo quando c’è qualcosa che non va. La situazione culturale in Turchia è variegata e vivissima, a partire dalla scrittura per arrivare, che ne so, alla musica elettronica… e non solo a Istanbul come si potrebbe credere; ad esempio ci sono tantissimi festival di letteratura curda.

Proprio a questo proposito con quattro colleghe abbiamo creato un sito di cultura e società turca. Sono solo articoli, racconti, vignette, notizie sul mondo culturale della Turchia. Appunto perché della Turchia vogliamo far vedere altro, la conosciamo, ci abbiamo vissuto e vogliamo far vedere tutto quello che c’è, non solo la cronaca negativa. Il sito si chiama Kaleydoskop. È proprio un tentativo di far vedere tutto il resto, tutta la vita culturale che c’è e che è importante.

È una bellissima idea. E già che siamo qui ti vengono in mente degli scrittori che sarebbe veramente importante tradurre ma che in Italia non sono arrivati?

Tanti. Uno in particolare che scrive racconti ed è interessante perché non è un “istanbuliota”. Si chiam Murat Özyaşar, è abbastanza giovane, ha scritto due raccolte di racconti. Lui è curdo ma scrive in turco e la sua è una lingua davvero interessante con dei giri di frase tipici del curdo, quindi spesso suona strana. Racconta sono storie semplici ma danno un bello spaccato della società. Poi uno più classico, Tahsin Yücel, era stato pubblicato in Italia da una casa editrice che poi ha chiuso, sarebbe davvero interessante recuperarlo. I suoi sono romanzi molto ironici, racconta mondi paralleli e contemporaneamente analizza la situazione politica. Un altro che manca totalmente e che per i turchi è uno scrittore fondamentale, che ha racconta i cambiamenti di Istanbul, la vita dei pescatori, la vita quotidiana, è uno scrittore degli anni Quaranta e si chiama Sait Faik Abasıyanık.

Ultima cosa: cosa ne pensi di certe occasioni di mondanità editoriale, cioè le fiere del libro?

È esattamente mondanità editoriale. Però ogni tanto serve, ad esempio gli editori Del Vecchio li ho conosciuti così e ne sono molto felice, è una mondanità che ha la sua potenziale utilità. Poi mi piace osservare che rappresentazione ha la Turchia in queste fiere, non riesco mai a capire bene che ricezione reale abbia, sicuramente c’è molto lavoro da fare. Con certe lingue un po’ meno sdoganate ovviamente occorre tantissimo lavoro di ricerca, di scouting. Per Toptas no ma tutti gli altri libri che ho tradotto li ho proposti io e questa è una parte davvero fondamentale del lavoro del traduttore. Queste ricerche le faccio partecipando alle fiere in Turchia, leggendo molto, conoscendo le agenzie e proponendo agli editori. Però spesso anche gli editori sono coraggiosi, Del Vecchio lo è stato con Toptas così come lo è stata Marcos y Marcos con Gunday.

Rachele Cinerari

Soffre di un disturbo di personalità multiple. Una di loro vive a Torino e perlopiù passa il tempo in mezzo alle parole.

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