Una cosa piccola ma buona – 2

La foto di copertina è di Federico Tamburini

[Una cosa piccola ma buona è una mini-rubrica che racconta due libri brevi ma belli, due cose piccole ma buone con qualcosa in comune, da qualche parte. La prima puntata la trovate qui]

La letteratura è costellata di personaggi carismatici, di veri protagonisti, in termini di prestanza, carattere, attitudine. Si muovono nel mondo con padronanza e sicurezza, come ci si aspetta da una persona che dovrà reggere il peso di una storia di centinaia di pagine.

Poi ci sono personaggi che riescono ad essere protagonisti anche senza avere la statura e la potenza che si dicono essere necessarie. Sono quelli che vengono definiti “persone comuni”, uomini e donne con una vita “come tante”. Il caso più eclatante, e quello che forse viene alla mente con più facilità a tutti, è Stoner di John E. Williams (Fazi Editore).
Ci sono due storie su questa scia, e sono due storie che mi si sono appiccicate addosso, che non se ne vanno con il tempo. Hanno al centro della narrazione qualcuno che cambia la vita delle persone che incontra, che sembra camminare in punta di piedi ma traccia una linea segnando un passaggio, che sembra mantenere una sorta di delicatezza, una sorta di integrità e fedeltà a se stessi e agli altri, che li rende speciali.

Senza fare rumore

Quando al Salone del 2014 mi avevano chiesto di partecipare alla presentazione del nuovo romanzo di Paolo Giordano (Il nero e l’argento, Einaudi) nella sala convegni di un albergo al Lingotto, avevo storto il naso. Avevo quasi disprezzato La solitudine dei numeri primi e non avevo letto Il corpo umano. Sentivo una sorta di avversione nei confronti di Giordano. Pubblicava, trovando un incredibile successo; gli chiedevano commenti sul Corriere della Sera. Un solo anno più di me e tutta l’invidia di cui ero capace.

Quando questo libro mi è finito tra le mani, poco più di 100 pagine di Supercorallo, ero pronta, penna tra i denti, a stroncarlo. Poi è successa una magia.
Il nero e l’argento è una storia di equilibri. Quello della voce narrante e di sua moglie Nora sembra riuscire a esistere in una forma accettabile grazie alla signora A., assunta come domestica durante la gravidanza a rischio di Nora, e rimasta poi dopo la nascita del bambino come tata. Ma la loro Babette è più di una tata, è più di una domestica. È la persona che tiene insieme i pezzi di quella famiglia, che tiene dentro i margini i silenzi e le incomprensioni, un punto di riferimento della loro giornata a cui tornare ogni sera.

Quando la signora A. si ammala e decide di lasciare il suo posto di lavoro, di uscire dalla quella famiglia, la giovane coppia si sente persa, in pericolo. Si sente esposta alle intemperie del mondo senza un ombrello da aprire per proteggersi.
Più di tutto: si scoprono fragili e vedono la loro fragilità. Che sia un modo per rimettere insieme i pezzi secondo un ordine preciso per capirli meglio oppure no, Il nero e l’argento prova a mescolare le vite dei protagonisti, quella della voce narrante e della moglie, quella della moglie e della signora A., quella della signora A e del protagonista, per vedere cosa si mescola e cosa rimane insolubile, cosa la signora A. ha loro lasciato, consapevoli o no, e cosa loro si troveranno in tasca dopo il suo addio.

Ho incontrato Davide Longo e Maestro Utrecht quasi due anni dopo. In una libreria indipendente di Parma, era venuto a presentare il suo libro, uscito con l’allora appena nata NN editore. Aveva parlato per due ore senza presentatore o moderatore. Ero rimasta abbastanza sconvolta dalla possibilità e dalla capacità di un autore di tenere banco da solo, raccontando del suo libro e di tutto il percorso fatto prima di scriverlo e mentre a quella storia ci passava attraverso. Soprattutto: mi sembrava incredibile come la storia di un uomo comune potesse diventare così speciale.
Più o meno succede questo. Stefano M., chiamato Maestro Utrecht, viene trovato morto sotto un ponte di un autostrada in Olanda, il corpo ridotto a dieci kg. Davide Longo incontra la sua storia durante una residenza per scrittori stranieri in Olanda. A parlargliene è il coordinatore della Fondazione Stichting Vrede van Utrecht. Stefano M. è stato seppellito in Olanda, nessuno dei familiari si è presentato al suo funerale e si è preoccupato delle sue esequie, ma un’associazione del luogo, la Lonely Funeral, un’associazione è composta da poeti che presenziano ai funerali di chi viene sepolto senza familiari e amici, scrive qualche riga per lui.
Da quel momento la storia di Maestro Utrecht e di Davide Longo che indaga nella vita di Maestro Utrecht si mescolano, alternandosi nei capitoli.

Chi era Maestro Utrecht? Come è arrivato in Olanda? E perché è morto solo, sotto un ponte? Qualcuno lo aveva amato? Aveva amici? O era solo al mondo?

Con una cartina mentale aperta, seguiamo il peregrinare di Stefano, la sua lingua stramba, i suoi incontri e le sue partenze. Tocchiamo la solitudine e la condivisione con gli altri; ci stupiamo del suo garbo, scoprendo che anche nel silenzio e nella compostezza si possono cambiare le vite degli altri, si possono cambiare i binari e le traiettorie di alcune vite.
Mentre succede, Davide Longo indaga e racconta la sua esistenza, le ridà la dignità che aveva e che quella morte sembra aver portato via.

Un’altra volta è la frase in esergo a dirci molto di queste storie.

“Colloca le porte sempre una di fronte all’altra, in modo che uccelli, i pipistrelli e il vento abbiano una via d’uscita. Con l’ulteriore vantaggio che la cosa potrà diventare un flauto, se ne ha voglia”. (Percival Everett)

Maestro Utrecht è un flauto, e lo stesso vale per la signora A. Le porte attraverso le quali la loro voce si è propagata sono le persone che hanno incontrato.

 

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

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