Veronica Roth, la fanciulla da 200 milioni di copie

Il nostro incontro ravvicinato con Veronica Roth è avvenuto durante la tappa milanese del tour europeo che ha portato la ventottenne autrice della saga di Divergent a incontrare i suoi, fedelissimi, lettori italiani.

A ridosso dell’uscita nelle sale del riadattamento cinematografico dell’ultimo capitolo della serie, Allegiant, il trattamento riservatole dai fan non poteva essere più caloroso: letteralmente, non poteva esserlo, tanto che proprio a Milano, lo staff della Rizzoli Galleria si è visto costretto a chiudere l’ingresso alla libreria, lasciando scontenta e senza autografo una folla di adolescenti (e non solo) che agitava al vento l’ultima edizione dalla copertina metallizzata made in De Agostini.

Piccola digressione curiosa da addetti ai lavori: mi sentivo già abbastanza soddisfatta dell’incontro con Veronica Roth per i motivi di cui a breve parleremo, ma davvero nulla mi faceva presagire di avere rivolto domande dirette e avere consumato il mio brunch spalla a spalla con colei che evidentemente viene considerata un mostro sacro da un’intera generazione. L’ho cominciato a capire quando, a fine intervista, ho trovato un mucchietto di ragazzi in incognito fuori dalla location nella speranza di beccare di sfuggita la scrittrice. Poi il fenomeno Roth mi si è palesato quando, durante il pomeriggio, scorrevo sui social foto di file transennate che nemmeno al concerto dei Take That all’epoca. Fin poi a sorridere nell’intercettare la polemica a posteriori avvenuta per l’esclusione di un sacco di lettori delusi a livello personale dal proprio beniamino che: 1) poteva fermarsi ancora mezz’ora 2) poteva affacciarsi a salutare 3) poteva evitarsi il post su Instagram con la faccetta triste e il “mi dispiace” in italiano 4) visto che aveva firmato delle copie in più, poteva almeno farle distribuire… ecc. Delle blogger poi presenti in fila avrebbero ricevuto nei giorni successivi da parte della casa editrice alcuni volumi autografati, ma nemmeno questo ha placato l’insoddisfazione di scambiare uno sguardo e un sorriso con colei che esercita di fatto un magnetismo potentissimo nei riguardi dei giovani.

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Partiamo proprio da questo target tanto amato dalla narrativa degli ultimi anni, gli young adults: il fenomeno Divergent li riguarda in pieno e si piazza, senza vergogna di citare fratelli maggiori e forse migliori, in seconda posizione solo a un altro gigante: The Hunger Games di Suzanne Collins. Con il primo blockbuster condivide la distopia: un genere fecondo da sempre (1984, Brave new world i capisaldi), che con gli anni ha vissuto una vera mutazione, non per forza in peggio, passando da contenitore letterario per una critica socio-politica nei confronti delle forme di governo contemporanee fino ad arrivare oggi ad essere principalmente un pattern meno pregno di messaggi, ma che conserva la sua struttura formale e ben si adatta alle esigenze di lettura, voracissime, dei più giovani, i quali passata la balìa delle tempeste ormonali hanno – quasi per definizione – bisogno di un mondo alternativo che non li respinga in cui far germogliare le orde di impulsi, istinti, idee, sentimenti, in una parola, interiorità, che prepotentemente affiorano nella psiche.

Veronica Roth si butta giù per eccesso di umiltà quando afferma di scrivere semplicemente romanzi di azione: in realtà quell’azione che ti toglie il fiato in Divergent è esattamente l’ingrediente segreto in più che incatena i giovani lettori alle pagine e arricchisce una distopia sì in leggera carenza d’ossigeno, ma comunque ancora funzionante – si arriva persino a fantasticare sulla genetica, frontiera attualissima e futura per definizione, tanto da essere presa sul serio anche da pensatori del calibro di Alejandro Jodorowsky, che ne parla nel suo Corso accelerato di creatività. Il cinema, che ha azzannato entrambi i casi editoriali appena citati, ha colto perfettamente il colmare di questa lacuna e non si è fatto sfuggire l’occasione, semplicemente.

Quanto mi ha colpito e inaspettatamente fatto gioire è che al centro di tutto questo movimento, più abituale per una rock star forse, ci sia la letteratura e, per di più, si tratti di una letteratura rivolta a menti in formazione. Per Veronica non ci sono dubbi: la categorizzazione young adult non la frena in nessun modo, a dire il vero nemmeno se ne è mai posta il problema in fase creativa. Voleva solo parlare di una giovane donna, Tris, perché era il soggetto più vivo che le venisse in mente. E questo è stupendo e sovversivo per il mondo degli intellettuali adulti, che spesso i numeri di Roth se li sogna: i ragazzi sono più interessanti, anche perché vivono ponendosi domande a cui desiderano profondamente trovare risposte.

Una volta sfondata la porta dell’esordio – il primo capitolo della saga esce che l’autrice ha da poco compiuto 22 anni – il target di riferimento diventa chiaro per chiunque e la Nostra ingrana un’ulteriore marcia, rendendosi conto del fatto che, oltre l’urgenza di raccontare una storia e di trascendere le proprie paure personali attraverso la narrazione, si affaccia in lei un nuovo interesse: fare di tutto affinché gli adolescenti leggano. “Perché leggere è intanto un ampliamento del pensiero, ma soprattutto perché sviluppa l’empatia e insegna a relazionarsi con il diverso da sé”, così spiega l’autrice. Quando la mission è tanto chiara quanto nobile, il successo lo si merita.

Insomma Veronica Roth vuole dare il buon esempio (ha raccontato dei suoi coinvolgenti tour per le scuole statunitensi al fine di promuovere la lettura) e lo vuole fare con grazia, graciously dice spesso, come si deve. Un concetto, questo del fare le cose per bene, che passa dalla scrittura, in particolare dall’imporsi una disciplina propedeutica al fiorire di tale arte: per adesso bisogna però ammettere che, almeno su questo livello, non è proprio tutto oro ciò che è metallizzato e, da lettore esterno, si deve dire che la letterarietà della saga non è a prova di bomba. Si tratta di una scrittura semplice, che smarrisce lo slancio, a cui si perdona volentieri ogni debolezza molto presto nella serie. Ma permettetemi: che importa, a un certo punto, se la storia è comunque capace di iniziare al mondo della conoscenza? Parola di cui leggere è sinonimo, oltre e nonostante i tanti begli stereotipi con tazze di caffè, plaid e gattini.

Inoltre non si può dire che l’autrice non ne sia consapevole, altro aspetto che non ha mancato di sorprendere la sottoscritta, abituata a tanti gentilissimi e affabili scrittori internazionali, anche votati alla modestia, almeno apparentemente, che difficilmente però non tradiscono un precipitarsi sulla difensiva quando si tratta di modelli letterari e colleghi più bravi.

Roth compila quotidianamente un diario da quando ha 11 anni – costanza, questa sconosciuta! – abitudine che ha spinto un insegnante a consigliarle di scegliere un college con un buon corso di scrittura. Lei era interessata anche alla psicologia, così ha finito per trovare un ottimo compromesso. Non vanno più in là di così i virtuosismi da scrittrice di questa ragazza che si mostra, a un pubblico di perfetti sconosciuti non anglofoni, limpidissima nelle sue fragilità, che sono palesemente diventate la sua forza più grande. Niente sogni di gloria e fantasie à la Virginia Wolf 2.0 quindi, ma solo una vita che l’ha istradata fin da subito a leggere e a scrivere tanto con scelte di istruzione conseguenti, un flusso naturale. Nessun problema quindi a riconoscere il privilegio che le è toccato, specialmente pensando – e lo dice lei stessa – a scrittori ben più abili che ancora brancolano nell’anonimato e con i quali Veronica entra in contatto, talvolta promuovendoli e inserendoli in line-up di festival letterari, solo perché se lo meritano e a lei piacciono, le insegnano qualcosa. La sua è un’educazione ancora in fieri, che l’autrice nutre portando avanti le due buone abitudini di sempre – leggere di tutto e non smettere mai di scrivere, comunque ed ovunque, anche sul tapis roulant e nonostante i social media, anzi servendosene come feedback – in aggiunta a una buona dose di guardarsi in giro, di non stancarsi mai di relazionare le impressioni raccolte dal mondo esterno con la propria interiorità, i propri limiti, le proprie fobie, le proprie risorse.

Non è il ritratto di una santa quello che mi interessa rendere – e nemmeno l’apologia di una ragazza autentica, stanca per il jet lag, catapultata in un vecchio continente che voleva accaparrarsi a ogni costo un piccolo pezzo della sua persona. Quello che invece mi ha colpito, scardinato ed è stato un vero e proprio balsamo per gli occhi che guardano al futuro è stata la consistenza di un role model privo di affettazione, un non personaggio ma una persona, autentica, con i pregi e i difetti che le competono, che è di fronte a un pubblico per gli altri più che per se stessa. Che non è lì per promuoversi, ma per promuovere la lettura, che parla dei libri che l’hanno formata come qualcosa di imprescindibile, che ammette di aver dovuto rileggere Dune per capirlo davvero e che non cerca scuse ma ragioni, motivi, un terreno comune per dire ai ragazzi che per loro nel futuro, qualunque esso sia, c’è un posto al sole fantastico e che per conquistarselo devono solo conoscersi e imparare a pensare. Libri in mano.

 

[Foto di copertina di Federico Tamburini]

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

2 Commenti
  1. Ho accompagnato mia figlia tredicenne al “firmacopia” a Roma, ultima tappa del tour italiano: file analoghe di adolescenti in attesa dell’autografo le ricordo, alla mia epoca, solo per i Duran Duran. Ma, a parte confermare che sì, la Roth poteva anche fare un saluto a chi non era riuscito ad ottenere l’autografo e che sì, è una persona semplice, timida e allo stesso tempo disponibile al contatto umano, vorrei spendere due parole sugli adolescenti che la leggono. In quella folla di ragazzine (pochissimi i ragazzi, proporzione 1 a 100) ho visto veramente una bella gioventù, interessata, che argomentava bene la propria passione per la saga di Divergent e la lettura in generale, in grado di scambiare qualche parola decente di inglese, rispettosa ed educata, gioiosa ed euforica nell’attesa. Avendo letto anch’io tutta la saga, per il piacere di condividerla con mia figlia, ed avendola anche apprezzata pur nella sua semplicità, credo che la Roth abbia un pubblico ben selezionato, decisamente più giovane di quanto lei stessa forse si aspettasse (la ragazzine che ho visto io in fila erano tra i 12 e i 15 anni, non oltre), ma soprattutto lontano da un altro tipo di letteratura young adult molto in voga ora, la versione under 18 della chik lit.
    Sono tornata a casa con una bella sensazione: possiamo credere in una società futura migliore se a crearla saranno questi giovani che ho incontrato, quelli che stiamo crescendo. Distopia la mia?

  2. Ciao Carol, grazie del tuo commento da insider!
    Mi metto nella tua squadra e spero proprio che la nostra non sia distopia! Anche se mi ci metto, se penso a questi ragazzi, a quelli che leggono, non importa che cosa, proprio non ce la faccio a vedere un futuro senza speranza. Sono gli adulti che mi preoccupano ogni tanto…