Voglio essere mio amico?

Eau Claire è un luogo strano e bellissimo dentro un altro luogo strano e bellissimo, il Wisconsin. Un aspetto mirabile del Wisconsin è la sua volontà di estensione, ma non nel senso che è grande, quanto piuttosto che le sue parti (città, boschi, strade, case) si estendono più di quello che chiunque legittimamente si aspetterebbe. Prendono lo spazio e lo striano uniformemente, senza lasciare troppi vuoti e troppi pieni; funzionano per appropriazione e si fondano sulle pause, come la musica di Miles Davis (nato, tra l’altro, non troppo lontano da lì, ad Alton, Illinois). Prendi, appunto, Eau Claire, una cittadina di sessantamila abitanti grande come una cittadona da duecentomila. Eau Claire è più di quello che dovrebbe essere, ed è costruita sulle distanze tra un luogo e l’altro, tra una casa e l’altra, tra un mall e l’altro. Eau Claire risiede negli spazi vuoti.

Nickolas Butler abita lì o, meglio, abita lontano da lì, pur essendo ancora Eau Claire, in un ranch circondato da prati, alberi e bufali. E proprio a Eau Claire, e nei luoghi del Wisconsin, è ambientato Il cuore degli uomini, romanzone che esce oggi per Marsilio, la storia di un giovane scout disadattato che, nella maturità e dopo la guerra in Vietnam, diventa il capo scout dello stesso campo in cui andava da piccolo. E i personaggi de Il cuore degli uomini funzionano un po’ come il luogo dove vivono: sono più di quello che dovrebbero essere, sono esattamente come vorrebbero essere e diventeranno semplicemente quello che potranno essere. Come Nelson, il giovane, poi di mezz’età, poi vecchio protagonista delle vicende narrate. Ma andiamo per ordine.

Se provate a fare una ricerca sui compagni delle medie che avete perso di vista, scoprirete probabilmente qualcosa che, dentro al cuore, avete sempre saputo: i più bulli, i più “fichi” di allora, hanno una vita da adulti molto meno soddisfacente dei bullizzati, degli “sfigati”. A meno che, certo, i bulli alle elementari non foste voi, in tal caso per favore non venite a casa mia a farmi le mutandate.

La spiegazione di questa dinamica così diffusa è difficile da isolare: forse sta nel fatto che ognuno di noi ha un certo numero di cartucce da sparare, e se le consumi tutte nei primi anni di vita poi non te ne rimane più nessuna. Oppure, più probabilmente, che le difficoltà di un bambino e di un ragazzo preso in giro dai compagni di classe lo aiutano a rafforzarsi, ad acuirsi, a migliorare, e a formare quel sano spirito di rivalsa verso il mondo che fa così bene alla crescita, mentre i prepotenti si credono troppo sicuri di sé per prendere coscienza di loro stessi e della configurazione futura che li aspetta. Non lo so, fatto sta che succede molto spesso, e mi sembra pure giusto.

Una cosa meno banale da dire, forse, è questa: il legame più importante che un bambino o un ragazzo preso in giro dai compagni di classe deve instaurare non è tanto l’amicizia con i suoi aguzzini, quanto piuttosto l’amicizia con se stesso, il farsi pace. Perché è chiaro che la prima domanda che uno si pone, in quella condizione è: perché? Perché io? Cosa cambia tra me e loro? Qual è la differenza? Forse che sono ciccione? O che ho gli occhiali? O che non so giocare a calcio? Ed è altrettanto chiaro che la prima risposta che uno si dà, in quella condizione, è: sì, sono ciccione e con gli occhiali, magari balbetto e ho paura del pallone, quindi sono peggio di loro.

In un periodo della vita in cui le amicizie vanno per branchi e affinità, il vero problema allora è provare a essere affini con se stessi, accordarsi, accettarsi. Peccato che sia impossibile, e quindi si sta male, e si sta male parecchio.

Copertina Nick 1
http://stateplatesproject.com/

A questo proposito, negli ultimi mesi, sono tornati in auge i libri che parlano di amicizie, soprattutto maschili (penso a Paolo Cognetti, ovviamente, e ai discorsi che ha contribuito a costruire attorno al suo Le otto montagne), filone che, dopo Due di due di Andrea De Carlo, si era piano piano esaurito nel disagio e nella nevroticità dell’adulto solo ma con famiglia, profonde riflessioni nella testa e un pochettino di marcio nel cuore. Nick Butler, che ne sa una più del diavolo, ha fatto ancora meglio, scrivendo un libro che sì, un po’ parla dell’amicizia tra due maschi nel corso degli anni, dai primi campi scout fino alla vecchiaia, ma che più di tutto racconta un protagonista, Nelson, che per tutta la vita prova a fare amicizia con se stesso. In questo modo, Butler verticalizza l’orizzonte dei rapporti, rendendolo più profondo e, di conseguenza, più ficcante.

Ma la cosa è ancora più complessa. Perché Il cuore degli uomini è tutt’altro che il monologo interiore di un disadattato, abbraccia personaggi, punti di vista e decenni diversi tra loro, e la costruzione del protagonista passa attraverso le vite di tutti gli altri.

Nelson è un nerd prima che i nerd dominassero il mondo. Gli piace stare al campo scout, gli piace suonare la tromba la mattina presto e all’imbrunire, gli piace cucinare crostate perfette sul fornellino a gas ed essere il cocco del capo. Il problema è che lui non piace a nessuno, tranne un po’ a Jonathan, di qualche anno più grande e con una pietas decisamente più marcata rispetto agli altri ragazzi. Dentro di sé, tuttavia, Nelson è più di quello che dovrebbe essere, e il capo scout lo capisce prima di tutti gli altri. Il suo essere emarginato, infatti, lo porterà a dominare quelli che lo emarginavano: è proprio una cosa inscritta nella sua emarginazione. E così diventerà quello che voleva essere, dunque un leader, per poi, dopo la guerra in Vietnam, riconfigurarsi “solo” come quello che poteva essere, dunque lo stesso capo scout che, cinquant’anni prima, aveva dato il via a questa dinamica.

Ecco un buon modo per diventare amici con se stessi: sapere di essere meglio di come ti vedono gli altri, provare a essere ciò che si vuole e, alla fine, capire di essere diventati le migliori persone possibili secondo le proprie possibilità.

Ancora di più. Prima parlavamo di pause tra una cosa e l’altra, e di come queste pause si carichino di un significato che, poi, andrà a riempire retroattivamente gli spazi vuoti che le stesse pause hanno lasciato dietro di loro. Ecco allora che un’altra cosa mirabile di questo romanzo sono gli spazi bianchi. La prima parte è ambientata nell’estate del 1962, quando Nelson e Jonathan sono pre-adolescenti. La seconda parte inizia nel 1996, quando Nelson e Jonathan hanno ampiamente scavallato il mezzo del cammin della loro vita; l’ultima sezione si chiude nel 2019, quando Nelson e Jonathan sono due vecchietti. In mezzo ci sono figli, mogli, morti, amanti e la guerra in Vietnam. In mezzo non c’è nulla, se non la vita che possiamo dedurre e una pagina bianca a delimitare la fine e l’inizio dei capitoli. Ed è molto solleticante vedere come un uomo di cinquant’anni, seppur diversissimo da quando ne aveva tredici, mantenga sempre alcune costanti, quasi impercettibili, che danno continuità alla sua identità. Ed è molto gratificante vedere come Butler riesca a mantenere la coerenza interna dei personaggi fotografandoli solo per pochi momenti intervallati prima da trenta, poi da vent’anni.

Nelson è ancora Nelson, anche dopo cinquant’anni e una guerra terribile in mezzo. E così Jonathan. Ecco che Butler, narratore come ce ne sono pochi, riesce a trovare, isolare e mettere in discorso la Nelsonità, la Jonathanità, quell’idea platonica secondo la quale esistono dei “tipi” eterni e universali che definiscono la specie di riferimento.

Come abbia fatto Butler a fare tutto questo in poco più di quattrocento pagine rimane misterioso e toccante; forse molti di noi non sono ancora riusciti a fare amicizia con loro stessi, di certo chiunque legga questo libro vorrebbe fare amicizia con Nick.

ButlerCUOREpiatto

Nickolas Butler – Il cuore degli uomini – Marsilio 2017 – 416 pagine – diciannove euro

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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