Allen Ginsberg

Ah, la beat generation! Ah, San Francisco! Ah, New York! Ah, le psichedeliche devianze divine del Peyote! Come vorrei, anche solo per un minuto o due, essere stato lì. Con l'ebreo Allen e con Jack e con Lawrence e con Gregory e con Neal.

Cisco, anni '50. Allucinazioni uditive: un paio di palline colorate, vino, jazz, cannoni a minacciare il mio culo vergine e forse un reading alla Galleria Six. Ah!

Perchè, perchè bisogna sapere che Allen Ginsberg la sua allucinazione uditiva, che io non avrò mai e tu nemmeno, l'ha realmente avuta: Harlem, anno del Signore 1948: leggono una poesia di William Blake: Allen è in estasi: Allen sente la voce di Dio: Allen sostiene di non essere fatto. Ah!

Insomma io, io della beat generation potrei stare qui a scrivere giorni, settimane. Ma non è questo. È che Allen Ginsberg ha scritto una roba che, che mi ha turbato per mesi, che mi turba oggi, ancora.

Cisco, ottobre 1955.

«I saw the best minds of my generation detroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through…».

Infinito, inarrivabile, ineguagliabile urlo di disagio e di denuncia e di disperazione. O forse no. Ma comunque.

Al bando! Quando la City Lights Bookstore di San Francisco, proprietà di un certo Lawrence Ferlinghetti, poeta, pubblicò, nel 1956, il poema Howl, la benpensante opinione pubblica statunitense non aspettava altro: al bando. Il primo emendamento. Libertà. Di culto. Di parola. Di stampa. La censura. La galera. La galera.

Ci vollero nove (9) esperti di letteratura. Ci volle un giudice. Ci volle il senno del giudice. Alla fine vinsero loro, i poeti.

E il beat hotel. A Parigi. Il beat hotel. Tutti questi beat, nelle loro stanze, a fumare, a bere, a vivere di ispirazione, a scopare donne a scopare uomini a scopare tra loro, a fare la storia, a scrivere poesie, a scrivere romanzi, a scrivere cose.

Per dire, Allen ha scritto Kaddish, a Parigi. Il poema per la madre, per Naomi Ginsberg, donna pazza, donna elettroshockata, donna internata.

E poi fu Londra, la Royal Albert Hall, i reading gratis, Bob Dylan, l'India, il Krishnaismo, il National Book Award, il cancro al fegato, la morte nel 1997.

Il verso lungo di Ginsberg è il figlio buono del verso lungo di Whitman. Con la differenza che Ginsberg è immagini. È immagini. È musica psichedelica. È giornalismo gonzo in versi. È sfacciatamente frocio. È dannatamente beat. È decisamente hippy. È follia. È Peyote. È lingua parlata.

«…O victory forget your underwear we're free…».

Brividi.

Andrea Meregalli

Vivo con Isabella e Arturo Bandini. Lavoro come giornalista freelance aka una maniera edulcorata di lavorare come giornalista precario. Faccio gli articoli e i siti e i social e i comunicati stampa e gli speech e il seo e la seo: parità di genere. Ho un blog di letteratura e ho scritto un libro, come tutti.

3 Commenti
  1. “Ho visto ciglia finte di vent’anni sventolare gambe per infinite strade senza marciapiedi
    morire di perché sudati, su ciuffi ferrosi di uomini scavati da un’icona, venuti alla sera sul seno di straniere senza nome rinvenuti nelle case senza gradini, resuscitati dalla confessione, in piedi sui banchi di chiese per famiglie, ad un passo dal centro commerciale.”
    Allucinante e folle anche il film: http://www.mymovies.it/film/2010/urlo/