carver Raymond Carver

Biografie edulcorate / Raymond Carver

Carver sì. Carver no. Carver boh. Alla fine sì. Raymond Carver. Un tipo spesso. Ma perché tutte queste remore? Non è forse, il Carver, un maestro della short story? Un precursore della teoria dell’omissione? Uno che ha frequentato, proprio come me, corsi di scrittura? Non è forse un poeta, perdiana? Sì! Lo è! Lo è, dannazione! E si direbbe anche un fottuto alcolizzato cronico! Ma non è facile come sembra. Il Carver, intendo. Una biografia del Raymond. Un po’ Bukowski un po’ Hemingway un po’ Paul Gascoigne.

Nasce nel nord, stato di Washington, è il 1938. Vent’anni dopo è già sposato, ha una figlia e ha all’attivo molteplici traslochi. Con la giovane moglie si trasferisce in California. Poi tornano nel nord, dove Raymond mette in bolla la consorte per la seconda volta e attacca con i corsi di scrittura creativa. E finalmente. Arriva il mentore. Tutti voi stavate aspettando un mentore. Io lo aspetto tuttora. John Gardner. Chi? John Gardner. Ah, certo, John. Il professore che inizia il buon Raymond ai piaceri della letteratura seria, con fronzoli e, perchè no, altisonante. Sicché, il nostro uomo della biografia attacca a frequentare gli ambienti intellettuali: coppe di champagne, mani sotto il mento, voce impostata.

I racconti di Carver incominciano a essere pubblicati su riviste più o meno importanti. Ma il grano si fa attendere. Nel 1964 ottiene una borsa di studio di 500 dollari per un master di scrittura creativa. Che figata. Ma se ne va a Sacramento e trova lavoro come custode di un ospedale, un ottimo impiego (secondo lui, ovvio) che gli permette di scrivere lontano dalle due piccole pesti. Come commenta lui stesso: «Devo dire che l’influsso più grande sulla mia vita, e sulla mia scrittura, è venuto, direttamente o indirettamente, dai miei due figli. Sono nati prima che avessi vent’anni, e dal primo all’ultimo giorno che abbiamo vissuto sotto lo stesso tetto, circa diciannove anni in tutto, non c’è stata una singola zona della mia vita nella quale il loro pesante, talora malefico influsso non sia arrivato.»

Verso la fine dei sessanta per Carver la musica cambia. Ha più tempo per scrivere e, soprattutto, si butta nella poesia. Vive un decennio (’60-’70) relativamente tranquillo, con lavori impiegatizi e racconti e poesie pubblicate qui e pubblicate lì. Nei primi anni settanta vedono la luce raccolte di poesia e di racconti. Ma l’alcolismo, di cui soffre praticamente dalla nascita, lo trascina sul lastrico. E qui ha inizio un tira e molla piuttosto noioso. Lavori che cambiano, racconti e poesie, litigi con la moglie, botte alla moglie, corna alla moglie, sputi alla moglie. Insomma, ci siamo capiti.

Nel 1977 conosce Tess Gallagher, una poetessa. E indovinate un po’. Dice ciao ciao alla prima moglie e si accoppia con la Tess. Il connubio è una bomba. Specialmente nei primi anni ottanta. «Non ho mai vissuto prima un periodo in cui scrivere mi abbia dato tanta gioia. Mi sentivo ardere.»

Viaggi. Premi. Racconti. Poesie. Deve solo scrivere. Allora fallo, Ray. Do it. Ma, rogna nera, nel settembre 1987 un’emorragia al polmone. Un anno dopo, metastasi al cervello. Eppure sono di questi anni le sue poesie più belle. Toccanti. Tristi. Rassegnate. Si prepara alla morte con dignità e con paura raffinata. Se ne va il 2 agosto del 1988. A me piace ricordarlo così.

«E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Sì. E cos’è che volevi? Sentirmi chiamare amato, sentirmi amato sulla terra.»

Andrea Meregalli