No, grazie

I ferri del mestiere / No, grazie

In casa editrice le proposte che rifiutiamo vengono chiamate: “ I no grazie”. Tutto quello che arriva viene guardato. Molto viene scartato: in questi casi si manda una e-mail all’autore in cui una breve motivazione fa da cornice a un cordiale “No, grazie”.

Ora, è statisticamente accertato che gli italiani non leggono…ma posso assicurarvi che scrivono moltissimo. Non voglio qui fare biscottate apologie della lettura…che Firmino l’abbiamo letto tutti (e oltretutto sarei anche curiosa di conoscere chi è riuscito ad arrivare alla fine: io, personalmente, non ce l’ho proprio fatta), ma sfogliando le molte proposte che quotidianamente finiscono nella cassetta dei “No, grazie” mi accorgo di come buona parte della gente che scrive non sia in realtà la stessa che legge. (Basti pensare che normalmente si intende come lettrice circa il 40% della popolazione – salvo poi constatare che l’80% di questi lettori legge dall’1 ai 2 libri all’anno). Insomma, in Italia si pubblicano molti più titoli di quanto non si legga. Vivo sintomo di creatività dei nostri connazionali…forse troppa.

Premettendo che la casa editrice in cui lavoro pubblica sostanzialmente titoli di non fiction, negli ultimi mesi sono arrivate proposte molto particolari, dalla vera storia di Dracula, a un emozionante thrilling (giuro, thrilling e non thriller) sui vampiri di Roma. Un romanzo interamente scritto con sms (Marra anyone?), una storia su come i fiori che crescono nei nostri giardini di casa abbiano un’anima e interagiscano quotidianamente fra loro. Una volta è arrivato un romanzo di amore e integrazione etnica ambientato sulla striscia di Gaza e di fronte alla nostra risposta negativa (sempre perché noi pubblichiamo non fiction), l’autore ha replicato che lo scenario in cui il romanzo era ambientato era assolutamente indifferente e che si poteva tranquillamente sostituire con l’Afghanistan o l’Iran se lo preferivamo (?!?).

Arrivano descrizioni di invenzioni abbastanza assurde e di guinness dei primati parecchio improbabili. Autobiografie, saghe familiari, libri fantasy. Una volta un signore molto simpatico ha chiamato tutti giorni per diverse settimane per proporre non un libro ma un’intera collana. Alla risposta che non è prassi, non è così che si fondano le collane perché ci vuole una certa ponderatezza e coerenza con la back list dell’editore, la risposta è stata che se il nostro era un problema di collocazione non c’era problema: la collana poteva anche essere slegata dal nostro catalogo e potevamo chiamarla semplicemente con il suo cognome. 

Arrivano raccolte di poesie, libri per bambini, ricettari, storie di eremiti. Certo, è sempre spiacevole dire a chi ha prodotto un’opera dell’ingegno che il libro non fa per noi. Tuttavia lo si incoraggia sempre a provare con altri editori che possono essere più adatti alla sua opera. Molti ringraziano, molti si offendono, molti credono che la nostra sia una decisione per partito preso e che per qualche strano motivo ce l’abbiamo con loro. E così dopo qualche tempo capita di scartare un pacco della posta e di ritrovare quello stesso titolo che avevi respinto con l’aggiunta di un post-it: “edizione aggiornata e rivista dall’autore” (come se ci fosse stata una prima, una seconda, una terza edizione…e non invece tante diverse stesure). 

Una volta è addirittura arrivato un libro che avevamo scartato il mese precedente tale e quale: erano cambiati solo il nome dell’autore e il titolo. Sfortunatamente (per l’autore) ce ne siamo accorti. Alcune volte certi professori ti spiegano per filo e per segno, al telefono, il libro che hanno in mente… te ne parlerebbero per ore usando quel simpatico intercalare “Come lei sa”, come se tutti in casa editrice fossimo degli specialisti tanto dei riti tribali congolesi attorno alla salma del morto, quanto dell’ermeneutica filosofica sulle essenze angelicate. Ai nostri delicati interventi che tentano di porre un freno a quell’inarrestabile fiume in piena (“Mi perdoni ma finché non manda qualcosa di scritto sarà difficile poter valutare la sua proposta”), la risposta sconcertata è che prima di buttar giù qualcosa vorrebbero avere la certezza della pubblicazione, perché il tempo a disposizione scarseggia.

Detto questo, nonostante a volte tu ti chieda che lavoro fai e se una bella laurea in psicologia non sarebbe stata forse più opportuna della tua, capitano anche i libri giusti. Alcuni calzano a pennello e alcuni sai che dovranno essere aggiustati. Di molti accetti la sfida. Di fronte ad altri ti rassegni a rifiutarli, seppure a malincuore, perché sai che non avranno un mercato o perché non rispondono alle linee editoriali del catalogo dell’editore. In quei casi sai che finiranno in altre mani e che grazie a quelle probabilmente decolleranno…te ne dispiaci e tuttavia apprezzi il fatto che la tua è una casa editrice che cerca di essere coerente. Valore da non sottovalutare…e al quale sai di poterti appellare quando di fronte a La mia vita di architetto tra verità e leggenda ti capiterà di dire “No, grazie”.

Agnese Gualdrini

 

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

5 Commenti
  1. Che casa editrice è?
    No, perché ho nel cassetto da un pezzo "Vita e sogni di un orologio da parete" e mi piacerebbe sottoporvelo. In alternativa, se proprio non sapete in che collana collocarlo -non riesco nemmeno a immaginare un'altra motivazione per cui dovreste scartarlo-, posso modificare soggetto e ambientazione e inviarvi la seconda stesura, "Apologia di un orologio da polso".
    Fatemi sapere, ci conto.

  2. Questa rubrica è davvero molto bella, la seguo sempre con piacere. L'articolo di oggi mi è proprio piaciuto molto, non mi resta che condividerlo un po' in giro!
    🙂