Solo lo stile ci potrà salvare?

I ferri del mestiere / Solo lo stile ci potrà salvare?

“Sottopongo alla vostra attenzione questi scritti che ho trovato tra le carte di mio padre”

La domanda che sorge spontanea è: ma perché? Non che voglia nuovamente tediarvi con la trafila di proposte assurde che arrivano ogni giorno… ma dopo un paio di anni che sto qui posso dire che esistono, ebbene sì, dei tratti salienti che le accomunano.

La prima, innegabile, implacabile, a tratti divertente ma il più delle volte fastidiosa è L’AUTOBIOGRAFISMO. Tutti amano parlare di sé (soprattutto perché tutti abbiamo delle vite straordinarie). Un esempio – ho giusto sottomano un manoscritto con allegata una presentazione breve del testo – “Mi chiamo Piero e sono un medico quarantenne. La storia parla di un medico quarantenne…”. Qualche giorno fa è arrivata una telefonata di un tizio che mi chiedeva se potevamo essere interessati a un libro che aveva in mente: “Storia del grasso. Dal medioevo a oggi”. Io rispondo che in linea teorica avremmo anche potuto prenderlo in considerazione. “Ma lei è uno storico?” “No.” “ Ah, perché sa, il taglio delle nostre collane è abbastanza accademico…è un medico?” “No. Sono solo un tipo molto grasso”.

La seconda sono gli ERRORI di ORTOGRAFIA. “Un’altro giorno insieme”, “Senza tè” (che nel caso specifico, ho verificato, non indicava la piacevole e gustosa bevanda ma una tale Iole fuggita con il badante dell’anziano suocero – emblema della contemporaneità, questa fuga d’amore, in effetti), periodi sospesi, consecutio temporum nonsonemmenocosasia (“ma ribadisco che il mio sogno, quello che mi hanno impedito di fare perché alla fine mi hanno costretto a diventare avvocato come papà, era fare lo scrittore”).

La terza è la SOFFERENZA. Tutti soffrono. Tutti sono oggetto di immeritate tragedie esistenziali. La maggior parte dei romanzi che arrivano (nonostante, sempre, noi non pubblichiamo propriamente romanzi) iniziano raccontando un funerale.

Insomma, in generale, buona parte della letteratura fatta da esordienti è una sorta di “sfogatoio” (termine inesistente ma che rende bene l’idea): scrivo perché ne ho urgenza. Perché ne ho bisogno. Scrivere è qualcosa che mi serve. Per esempio a liberarmi da qualcosa che mi assilla. A chiudere un capitolo della mia vita, a oggettivare la mia ansia (difficilmente, quasi mai, a comunicare la mia serenità e tranquillità). Del resto si tratta di un dilemma antico quanto la storia del pensiero e della letteratura: c’è chi vede la verità solo attraverso gli occhi dell’inquietudine. Chi nella lucidità dell’esperienza libera da assilli. Entrambi i casi generano letteratura? Secondo me sì.

Non credo di essere d’accordo con chi afferma (es. Sandro Veronesi) che ciò che distingue il dilettante dallo scrittore professionista sta nella capacità che il secondo ha di scrivere libero da ingombri (ansie dettate dal fatto che la fidanzata mi ha lasciato, il mio cane è morto, ho perso dei soldi al gioco). Tutti siamo più o meno ingombranti. E una scrittura neutra, tranne forse quella dell’elenco telefonico e di un manuale sul funzionamento del frigorifero, grazie a Dio non esiste: chiunque, inevitabilmente, finisce per parlare di sé. Dunque, è una questione di modi. Di come si è autoreferenziali. O quanto si è banali nell’esserlo. Insomma, questioni di stile.

Agnese Gualdrini

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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