fc La mètis dei Greci

Labirinti / La mètis dei Greci

Al di là delle sue valenze religiose il labirinto, racconta Karolyi Kerényi, è il modello astratto della congetturalità, del pensiero dialettico. Kerényi si riferisce alla mètis, l’intelligenza pratica dell’antica Grecia. Ogni rinvio è al bel libro di Jean Pierre Vernant e Marcel Detienne: Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, Laterza, 248 pp. 16 euro. La mètis è “la capacità di aderire solidamente alla realtà in maniera complice, camaleontica, ambigua, duttile. Quella forza illusionistica, quell’astuzia e plasticità consentono la vittoria appunto là dove nessuna soluzione o scioglimento si farebbe strada nell’intelletto comune (Corrado Bologna)”.

Il labirinto, allora, è al tempo stesso modello e metafora di questo modo del pensiero, la mètis, abbandonato dalla filosofia greca e che ritorna con preponderanza nell’epoca contemporanea. A riproporcelo è la letteratura, quella del flusso di coscienza, facendosi interpretante di un mondo in cui il raziocinio ordinante non basta più a comprenderlo. Il labirinto è allora il “modello sempre uguale e sempre variato di qualcosa che abitiamo da sempre, tanto che non possiamo non pensare nei termini che esso stesso ci impone”, come sostiene Umberto Eco nella prefazione allo splendido e imprescindibile volume di Paolo Santarcangeli, Il libro dei labirinti (illustrato, Frassinelli, 348 p. 34 euro). Amante dei labirinti, Eco ne parla anche in Postille a Il nome della rosa (in Alfabeta n.49, 1983, pp. 19-22).

Il primo errore dunque, è quello di voler pensare il labirinto. Si tratta invece di pensare col labirinto e dentro il labirinto. Perché esso è appunto un modello del pensiero da cui è difficile uscire quando lo si pensa. Vediamoci chiaro, personaggi dotati di mètis, che ne sono in qualche modo l’esempio e la sostanza, erano Ulisse o, naturalmente, Dedalo. Nella puntata scorsa si osservava come quelli di Dedalo fossero degli insight, dei passaggi di livello o cambiamenti di prospettiva. Per far passare un filo attraverso a una conchiglia ne legava l’estremità a una formica e attirava l’insetto all’altro capo spargendovi del miele.

La dea Meti (da cui poi deriva il nome meticcio, e tutti sanno la superiorità del meticciato) è la prima sposa di Zeus, personificazione della saggezza e dell’astuzia, figlia di Oceano e Teti. Relegata rapidamente nelle profondità del suo ventre, Zeus mette presto fine alla sua carriera mitologica. Dicono Vernant e Detienne che il re degli dei temeva forse un figlio più astuto di lui.

Ma quali sono i caratteri della mètis, come appropriarsene per renderla fertile nella vita comune? Sia chiaro, la mètis è proprio il contrario del pensiero metodico, non si apprende se non praticandola. L’imprevedibilità, il polimorfismo, la flessibilità e l’adattamento, ecco l’adeguamento alla situazione è forse ciò che caratterizza al meglio la mètis (e che ne descrive l’indescrivibilità se non per casi particolari). La mètis accomuna il polipo e la volpe, e presiede tutte le attività ove l’uomo deve apprendere a far fronte a forze ostili, troppo potenti da essere controllate direttamente, ma che si possono usare malgrado loro, senza affrontarle apertamente. 

Casi particolari dunque: ne è un bell’esempio quello di Antiloco, descritto da Omero nell’Iliade. Nel canto trentatreesimo, Antiloco sfida Menelao nella corsa ai carri. Dotato di cavalli meno forti usa uno stratagemma per vincere: approfitta di una strettoia della pista per gettare il suo carro in obliquo verso quello di Menelao, che, sorpreso dalla manovra, è costretto a rallentare per evitare lo scontro. Sembrerà una banalità ma l’episodio mette in luce l’essenziale della mètis. Esercitata in situazioni incerte e ambigue è la capacità di sfruttare l’occasione, portare all’atto le potenzialità del contesto. Consiste in pensieri rapidi e non riflettuti, ma densi e frutto dell’esperienza passata. Non lascia niente al caso ed è la forza di rendere favorevole il caso stesso. E’ allora il pensiero del trucco e della trappola, del camouflage e del mascheramento. 

Oltre ad avvicinarsi sensibilmente a un certo pensiero cinese, la mètis ci riporta alle avventure di Dedalo nella Grecia antica, ovvero, all’inizio del percorso. Si sa, ogni ricerca sul labirinto non può che essere labirintica. Vedremo come uscire da questo impasse o come sprofondarci ancora di più.

Matteo Treleani