Tre metri sopra il cielo

PROLOGO

Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia, edito da Feltrinelli, bla bla. L’istante in cui ne ho sentito parlare per la prima volta dev’essere caduto nel 2005, avevo i capelli lunghi e sono andato dal barbiere e lui mi ha detto, mmm, tipo caparezza, mmm, vabè, che faccio tagliamo corti? Mentre i miei capelli cadevano a terra, la consapevolezza dell’esistenza di 3MSC cresceva sulla mia testa. Non è stato un periodo facile. I barbieri tagliano sempre più di quanto uno voglia davvero. Il mio amico Gio si divorò 3MSC a Budapest, avido, pure in un pub in cui ci tirarono delle noccioline addosso. Non doveva essere un periodo facile neanche per lui. Ci sono momenti stampati nelle nostre teste. Sono tanti, nel mio caso. Spesso ero dal barbiere, con una rivista in mano; altre ero davanti alla tv, o al mare. Talvolta sul treno. Ecco, il treno. Siete sul treno. È il 2005, ma pure il 2006 o il 2007. È un treno regionale, andate all’università. C’avete pantaloni improbabili che sconfesserete pochi anni dopo. Magari sono a coste. Vi guardate intorno, trovate almeno uno se non due o tre 3MSC aperti davanti a facce eterogenee e vagamente turbate. Poi guardate meglio in giro, oltre la porta della carrozza, là verso una prima classe off-limits. Lì c’è Moccia, col cappellino, che vi sorride. Non è un incubo. È successo. Non a me, ma a qualcuno sarà successo.

O Moccia non prende mai un treno regionale?

CORPO

Della recensione, non di Moccia. Moccia non è un bello ed ha una voce esile. Non so immaginare quale poteva essere il successo del libro se si fossero inventati una fregnaccia tipo J.T. Leroy ai tempi di Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, fantomatico prodigio della penna imparruccato. Moccia è uno regolare, direbbe Jovanotti. Ha creato una storia sempiterna, prima ambientata negli anni 80, poi attualizzata e riedita quando le versioni fotocopiate del suo libro circolanti nei licei romani hanno superato di netto il 15% consentito dalla legge. L’ha attualizzata perchè poteva farlo, essendo storia standard di un amore contrastato tra un “picchiatore” (Step) e una brava ragazza (Babi), con degli amici dai nomi teletubbies (Pollo e Pallina), scoperte incredibili (Step fa il duro perchè ha sofferto) e ammonimenti à la chi può capir capisca (a furia di correre in moto come un degenerato, Pollo ci lascia). Cosa teniamo di buono. La reiterazione di un modello di relazione travagliata, che i fratelli Grimm c’hanno scritto 700 fiabe, quindi lasciamo stare Moccia. Una storia che per forza di cose finisce e-non-può-essere-che-così, ed in questo è il contrario dell’american dream zuccheroso. Se Moccia fosse stato americano, Step smetteva di bere e fumare a 21 anni, studiava economia, cominciava a fare servizi di consulenza, diventava ricchissimo, si comprava un 4000 di cilindrata, facevano tot figli, poi Step continuava a lavorare, Babi lo cornificava, si mollavano. Ma 20 anni dopo, mica subito. In Italia le storie destinate a finire finiscono prima.

5 Commenti
  1. “Lì c’è Moccia, col cappellino, che vi sorride. Non è un incubo. È successo”

    Quest’immagine resterà sempre con me.