Lo sciopero di Adele

Per la Festa del Lavoro, gli amici di In territorio nemico ci hanno inviato un estratto dal libro. Buona lettura!

* * *

Il 29 febbraio era giorno di paga. Appena uscite col rotolo dello stipendio in tasca, Alma prese sottobraccio Adele, come a voler far due passi insieme verso Piola, e le sussurrò:

«L’è per dôman».

«Domani cosa?», chiese Adele.

«Lo sciopero. Dôman. L’ha decidù el Comitato di Agitazione. Ven chì presto».

«Ma quante siamo?»

«Ti preocùpes minga, ti pensa a esserci».

Così quella notte dormì poco e fece la strada fino alla fabbrica con la stessa ansia del suo primo giorno di lavoro. Arrivò alle sette e mezza, non c’era nessuno e si spaventò. Chi l’avrebbe avuto il coraggio, pensò, di smettere di lavorare sotto gli occhi della sorvegliante? E anche se ci fossero riuscite, a cosa serviva poi, si sarebbero forse spaventati i tedeschi per qualche centinaio di morte di fame che lasciavano il lavoro, quando per strada ce ne stavano tante altre pronte a prendere il loro posto senza pensarci un secondo? Le altre arrivarono alla spicciolata e Alma arrivò per ultima. Le disse in fretta:

«Me racômandi, fat minga spaventar, chi là ci dirann de tutt».

Una volta al banco, a vedere operaie e sorveglianti comportarsi proprio come gli altri giorni, pensò che forse lo sciopero era stato rimandato o cancellato. Ma dopo neanche dieci minuti che erano chine, la Gina per prima raddrizzò pian piano la schiena come per stirarsi un attimo, poi invece di riabbassarsi subito come al solito continuò il movimento all’indietro fino a guadagnarsi un po’ di spazio fra le altre e lasciare cadere di colpo a terra la pinza, in un modo che si vedeva che non era successo per caso. Adele sussultò sentendosi già nelle orecchie l’urlo della sorvegliante. Invece vide che tutte le operaie del tavolo, una dopo l’altra, lasciavano le pinze sul tavolo. Qua e là altri attrezzi cadevano, e i pezzi venivano buttati sui tavoli. Cominciarono a muoversi, piano, poi più veloci, verso l’uscita.

«Sciopero!», urlò Gina.

«Non siamo delle serve!», gridò qualcuna, più avanti.

«Pane per i nostri figli affamati!», urlò un’altra.

Il portone si aprì e si udì distinta la voce della sorvegliante: «Tornate a lavorare, ve la faremo pagare!» Le operaie le ulularono in risposta.

Adele rimase a bocca aperta a vedere i grembiuli che riempivano il piazzale, alle nove di mattina. Si misero a camminare in corteo in direzione del centro. Le venne incontro Alma e le passò un pacchetto di fogli stampati: «Resta sempre nel mezzo e dalli in giro a tutti».

Continuavano a camminare, quasi incredule, e da altre strade vedevano arrivare altri operai, con gli abiti da lavoro sporchi di olio nero. Adele distribuiva i volantini e si guardava attorno e anche in mezzo a quella folla ogni tanto riusciva a isolarsi col pensiero: la potevano chiamare Attrice, ma non lo era più, se mai lo era stata, perché ormai era come tutte le altre. Anche lei faceva turni inumani, anche lei tornava a casa distrutta la sera, anche lei faceva la fame, anche lei era scesa in sciopero.

Per strada c’era un mare di gente che non lasciava passare i tram. Poco prima di via Spinoza, dal finestrino di un tram fermo, spuntò un ragazzetto, che lanciò un urlo in direzione del conducente:

«Porco traditôr! Oggi se sciopera!», e gli lanciò contro dei volantini. Un uomo appoggiato a una stampella, un braccio al collo, sbottò:

«Al gà rasùn! I tò compagni tramvieri in adrè a sciuperà. Vergogna!»

La donna che era accanto a lui iniziò a strattonarlo:

«Mario! Cosa te dìset? Te set diventaa matt? Mùchela per l’amor del cielo!»

Un altro uomo si intromise:

«La gà rasùn sciura, tegnì a freno la lengua».

Il vecchio si girò verso di lui:

«Mi ciapi ordin da nisùn, te capì? Mi go paura de nisùn!»

Il tram era ormai praticamente circondato. Il tranviere si guardò attorno e decise di fermarsi lì. Scese tra gli applausi di Adele e delle sue compagne e si mise a camminare insieme a loro.

Quando a sera, di nuovo sottobraccio ad Alma, Adele tornò verso casa, aveva un brusio nella testa. Ma era un brusio nuovo, diverso, costruito da tutte le voci di tutte le notizie che erano girate per la città il primo marzo del ’44. Alla Breda, a Sesto San Giovanni, gli operai erano usciti dalla fabbrica in silenzio, uno alla volta, dopo che un ufficiale delle SS aveva intimato:

«Chi non lavora esca dalla fabbrica e chi non lavora ed esce dalla fabbrica, è un nemico della Germania!»

Le voci montavano una sull’altra: la Magneti Marelli era entrata in sciopero compatta alle 10 esatte: un’operaia, una ragazza di nemmeno diciott’anni, aveva abbassato le leve a coltello, sotto gli occhi dei tedeschi e aveva tolto l’elettricità all’intero stabilimento. Squadre gappiste avevano interrotto le linee tranviarie e ferroviarie, avevano tagliato i fili della corrente elettrica, abbattuto i piloni, addirittura asportato tratti di binario. La cabina elettrica che forniva energia ai tram di tutta la zona nord di Milano era stata fatta saltare.

«Quanti eravamo oggi, quanti siamo?», chiedeva Adele euforica, con le guance in fiamme. «Saremo migliaia domani, vero?» 

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Questo articolo è stato scritto da un lettore di Finzioni.

1 Commento
  1. Nella primavera del 1975 facevo il militare a Milano in piazzale Perrucchetti. Il 16 aprile, quando arrivò la notizia della morte di Varalli, pugnalato da un fascista, decidemmo di ricordarlo con un minuto di silenzio durante il rancio. Ci alzammo in piedi tutti insieme e per sessanta secondi non volò una mosca. Il segnale l’aveva dato uno di noi che a un certo punto aveva lasciato cadere una forchetta e si vedeva che l’aveva fatto apposta. Ora capisco che a quel mio compagno qualcuno doveva aver raccontato dello sciopero della OLAP di trentun anni prima.