Abbasso i paroloni

credit http://www.flickr.com/photos/manaland/

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Il miglior modo per valutare la bontà di un cameriere è notare se il suo atto di aprire una bottiglia di vino e di versarla influenza, o addirittura inibisce, la conversazione a tavola.
Di solito è così: mentre lui fa tutte queste cose, si sta zitti e ci si guarda negli occhi finché non se ne va. E invece i camerieri migliori sono quelli che passano, ti servono, non te ne accorgi ma ne noti lo stile.

Così, spesso, deve essere la scrittura.
Ha ancora senso, allora, parlare di libri scritti bene, scritti male o scritti difficili?
Spesso accade che ci si rallegri per cose perfettamente normali e dovute. Ad esempio quando il parlamento approva una legge giusta o ne respinge una sbagliata. Non è stato bravo, o particolarmente onesto. Ha fatto solo il suo dovere.
Per i libri deve essere lo stesso. “E’ scritto bene” non è un complimento, perché ci si deve aspettare che un libro almeno sia scritto bene – a meno che la cattiva scrittura non sia la cifra stilistica dell’autore, ma questo è un altro discorso.
Questa dinamica si ripete stesso per i nuovi scrittori. Ecco, per esempio, Carlo Mazzoni (“I postromantici”, Salani 2007, 269 pp., 14 euro), giovane esordiente, scrive abbastanza bene. E basta.

Non è sempre detto, però, che un libro scritto male sia brutto (a parte “La solitudine dei numeri primi”, Paolo Giordano, Mondadori 2008, 304 pp., 18 euro, s’intende). Spesso il cattivo stile o la farraginosità del discorso non sporcano le belle idee: talvolta malcelano uno straripante talento in un’altra arte. Per esempio “Peggio di un bastardo” di Charles Mingus (Baldini Castoldi Dalai 2005, 373 pp., 18 euro) è scritto proprio male. E’ confuso. E’ inconcludente. Però, nel degrado di questa scrittura si vede chiaramente che quelle mani non sono state fatte per tenere una penna ma per pizzicare delle corde. E che vale la pena raccontarne la storia.

Ricordate la metafora del cameriere? Quando il poverino in livrea inciampa e vi sporca la camicia con una bella chiazza color vinaccia, ecco quella è la scrittura opaca.

Nella “Diceria dell’untore” (Bompiani 2001, 190 pp., 9 euro), Gesualdo Bufalino usa una scrittura ingombrante, invadente, che ti (dis)toglie il fiato e ti distoglie dalla storia. Formule come: “una poltiglia di sillabe balbe rimasticate in eterno da mascelle senili”, “le metafore dell’emottisi”, “i quagli petrosi del suo difficoltoso emuntorio” sono tutte nella stessa pagina.
La scrittura è troppo opaca e pone un filtro tra il lettore e la storia. Non seguo la trama perché sono troppo impegnato a decifrare il significato delle parole. Questa è finta cultura. E poi, che cosa sono le emottisi? E un quaglio?
Certe volte, allora, i paroloni sono irritanti. Fanno il lavoro contrario di quello che ci si aspetterebbe: invece di svelare il mondo, lo nascondono.

Altre volte però, certe parole, seppur altisonanti, sono il modo migliore – o unico – per centrare il concetto. In semiotica ci sarebbero mille esempi, tuttavia mi sembra più divertente riferirsi al “Manuale delle Giovani Marmotte” (Walt Disney Company Italia, 9 volumi, 8 euro l’uno).
Come descriverlo? Un libro in cui c’è scritto tutto? Il libro di quei ragazzi che sono più o meno scout?
No. Il Manuale è un libro interattivo che risponde alla domanda che gli si pone nella contingenza del pericolo o della necessità. Trascende lo scoutismo mantenendone solo alcune attestate gerarchie e non è altro che una borgesiana biblioteca di Babele, condensata in un tomo con un rombo in copertina, a disposizione di tre ragazzini più svegli della media, di un pusillanime in blusa da marinaio e di un vecchio angarione.

Jacopo Cirillo



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One Response to “Abbasso i paroloni”

  1. [...] è finta cultura.” Lo scrive, proprio parlando di “Diceria dell’untore”, Jacopo Cirillo, sul sito della rivista “Finzioni”. E ancora: “Il miglior modo per valutare la bontà di un cameriere è notare se il suo atto [...]

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