Leggo per legittima difesa

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I Lunedì Metaletterari / Leggo per legittima difesa

Beduina (Alicia Erian, Adelphi 2008, pp.349, 12 euro) è un libro intrigante. Il titolo richiama l’appellativo onorifico, nonché dispregiativo, con cui Jasira, la protagonista, si sente chiamare da quello stuolo di adolescenti imbecilli che popolano la sua scuola. Jasira ha tredici anni, quando la madre, un’irlandese dall’isteria galoppante, accortasi delle attenzioni che il suo compagno dedica alla figlia, decide di spedirla a vivere con l’ex marito, libanese, scienziato nasa e precetti educativi dediti alla mano facile. Data l’età e il nuovo ambiente, la questione è un guazzabuglio di stimoli continui tra amicizie, discrimini razziali, sviluppi fisici e soprattutto sesso. E anche le botte. Questa piccola lolita non riesce a distinguere le attenzioni degli uomini adulti da preoccupazioni di ordine paterno. Non comprende i meccanismi fisiologici naturali di un corpo in divenire, dell’eccitazione, dell’orgasmo. Il mondo sembra passarle addosso senza concederle il dono di accorgersene. Allora arriva la vicina di casa che, comprese le difficoltà di orientamento, decide di andare incontro alla spaesata fanciulla.

Dunque, le compra un libro. Pedagogia allo stato puro. Un testo che in termini scientifico-comprensibili, illustri e spieghi tutto quello che occorre sapere. L’abc, per capirci. Così che la multiforme e ingestibile realtà diventi più duttile e la sbarbina tredicenne possa difendersi. La scoperta dell’acqua calda, in effetti. In verità, però, il contesto della storia è la guerra del golfo, non bisogna poi andare secoli indietro, eppure il libro è il mezzo che meglio comunica, che meglio si rende utile nella gestione della situazione. Permette di essere consultato come, quando e dove si vuole. Senza, nel caso, l’imbarazzo di affrontare argomenti delicati.

Questo fa un libro. Nel momento in cui ti insegna qualcosa, nel momento in cui ti porta altrove evitandoti il pesante fardello del dover pensare. Perfettamente sintonizzato e/o partecipe di alcuni meccanismi del reale (ammesse declinazioni al passato, presente e futuro). Non si tratta di acculturarsi in un senso fine a sé stesso, la cosa è differente. Si tratta di trovare risposta ad una necessità, utile o futile conta poco, si tratta di riceverne qualcosa (che nel migliore dei casi diventa un input). Scrive Harold Bloom nel suo La saggezza dei libri (Bur 2007, pp.288, 12 euro): “I libri, da soli, nutrono il pensiero, la memoria, e la loro fitta rete di interazioni nella vita della nostra mente. La sola lettura non basterà a salvarci o a renderci saggi”, ma senza è decisamente peggio. Senza melanconiche prose d’amore è proprio constatazione imprescindibile: ne ho necessità, mi cibo del libro. Un sillogismo impeccabile per Firmino (Einaudi 2008, pp.184, 14 euro) pare, lettore accanito il cui tasso nutrizionale si fa proporzionale alle eroine commestibili. Quando si dice leggere per vivere (Flaubert in tempi non sospetti)… E insomma, in qualche modo questi due esuli del mondo, estranei al ciclo – ciclotimico – degli eventi, a modo loro si sono rifugiati nei libri. Per apprendere, per campare, per fare entrambe le cose, comunque sia, in contesti più che odierni hanno fatto del libro il loro cavallo di battaglia. A dispetto della sospirata ed inflazionata (verbalmente s’intende) convergenza multimediale e tutto il resto. Lo diceva anche Allen Woody che lui leggeva per legittima difesa. Così fan tutti. Forse.

Licia Ambu



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