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I Lunedì Metaletterari / Squillino i cimbali scrivani
A scendere dalle scale tonali per buttarsi nelle strutture grammaticali spesso si rischia di scapicollare. Boris Vian, non solo non ha scapicollato ma, è sceso con la sua tromba e tutto il bagaglio mastodontico dell’improvvisazione jazzistica senza perdere l’equilibrio nemmeno per la durata di una fusa. Lo strappacuore (Marcos ultra, pp 239 € 12,50) è una pazzia ossessiva e continua in cui l’aria dominante, ostaggio dall’improbabilità degli eventi, implora di essere ascoltata.
I bambini sono ferrati come cavalli, madri apprensive schifano i mariti mentre nettano i deretani dei figlioletti con la lingua, psicologi interiormente vacui si costruiscono una personalità a immagine del soggetto psicoanalizzato (la faccenda si fa seria quando il soggetto in questione è un gatto), curati predicano la transustanziazione tra l’altissimo e tutto ciò che è prezioso (concezione secondo la quale è più facile trovare Dio da Cartier che in mezzo al tanfo del popolo), abitanti di un piccolo villaggio uccidono bestie e bambini-apprendisti senza rimorsi – ché tanto se ne occupa “La gloria”, personaggio adibito a raccogliere le vergogne; con i denti; da un fiume color sangue. Tutto questo, lettori miei, non è l’effetto di acido lisergico, ma unicamente del Jazz!
Capita anche al lettore, non solo allo scrittore, di scendere la scala. Erano anni che volevo leggere qualcosa di Francesco Gazzè dopo averlo apprezzato all’inverosimile nella trasposizione melodica del fratello Max. Non ho ancora capito se è stata per mancanza di orecchio assoluto o cosa, ma ne Il terzo uomo sulla luna (Baldini e Castoldi, pp136 € 9,90) non ho ritrovato né il ritmo, né l’impianto narrativo-melodico che mi aveva fatto desiderare di passare dalla musica alla parola scritta. Ho come avuto l’impressione che ogni racconto fosse unicamente “un ponte” privo di strofe o ritornelli. Il lettore viene lasciato lì, nel bel mezzo dell’esplosione degli ottoni; come un orgasmo o un organo represso. Certo può essere una sensazione interessante, ma alla lunga fiacca.
D’altro canto se gli anticorpi per il passaggio dalla parola alla visione uno se li fa fin da bambino (credo che a molti della nostra generazione, per dirne una, abbiamo sia letto che visto La storia infinita di Michael Ende), quelli da parola a melodia sono invece più difficili da reperire. E’ forse questa mancanza di difese immunitarie che non mi ha permesso un ascolto neutro dei racconti del Gazzè scrittore?
Curatemi.
Matteo Poppi
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