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I Lunedì Metaletterari / Terreni non cartografabili
Comma 22 di Joseph Heller fa ridere. E non me lo aspettavo. E’ famoso per il suo titolo che, nel tempo e “grazie” alla guerra in Vietnam, è diventato un modo di dire: Catch 22 (che io avrei tradotto più volentieri con Inghippo 22), un paradosso: “l’unico motivo valido per chiedere congedo al fronte è la pazzia; chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo”. Non si scappa. Questo comma è diventato nel tempo l’emblema dell’antimilitarismo e dell’assurdità burocratica e ideologica dell’esercito degli Stati Uniti che bla bla bla. No, Comma 22 non è un libro. E’ un flusso. Un concatenamento continuo di avvenimenti insignificanti relati tra loro da costanti, designate da nomi propri. Avvenimenti comici, ironici, terribili, senza inizio né fine. Potrebbe iniziare da pagina 50, potrebbe finire a pagina 50: da qualsiasi punto si cominci a leggere, ci si troverà sempre in medias res. E’ un libro circolare e, in quanto tale, svuota di senso le nozioni di inizio e fine come di solito le intendiamo.
Adesso, un giochino: cos’è quella cosa che una persona possiede nominalmente e può dare in affitto pur rimanendone il proprietario? Una casa, diranno i miei piccoli lettori o, per rispettare la nostra estrazione rurale, un terreno. I capitoli di Comma 22 funzionano esattamente così: ogni personaggio possiede nominalmente un capitolo (il suo nome proprio gli dà il titolo), firma un immaginario atto di proprietà siglandolo con la maggiore convenzione sociale che lo identifica. Ogni personaggio, e sono talmente tanti che il soprannumero abolisce la loro importanza in quanto singoli, viene presentato nel suo capitolo. Come, appunto, se fosse davvero il suo. Tuttavia permette agli altri personaggi di entrare, nonostante mantenga la sua potestà. Come se glielo affittasse. Questa cosa si capisce meglio nella traduzione italiana, grazie alle note del traduttore. Al soldato Hugry Joe corrisponde una precisazione a piè pagina che lo presenta come “press’a poco Joe Fame”; il capo White Halfoat è “letteralmente mezzo grano d’avena bianca”. Ecco, solo che questi personaggi erano già comparsi nei capitoli precedenti e compariranno nei successivi (se mai abbia ancora senso parlare di ordine dei capitoli), senza ricevere l’onore di una nota a piè pagina.
Tutto ciò significa due cose: ogni nome proprio esiste solo in quanto abitante di un territorio, seppur grafico; il libro non significa (nel senso transitivo del verbo) ma traccia, disegna delle cartine. Cartine di luoghi, contrade rette da nomi propri. L’ampiezza narrativa di ogni personaggio non è altro che la misurazione del suo territorio, le azioni non spiegano né dicono ma aprono passaggi, costruiscono strade. Un libro, allora, sembra essere un disegno, più che una storia. Una cosmogonia, più che una descrizione. Ma cosa succede quando lo spazio creato da un libro non è cartografabile? Nel Castello, uno dei capolavori (incompiuti) di Franz Kafka, l’agrimensore K. viene chiamato in un piccolo villaggio sovrastato da un minaccioso castello. Per tutto il libro cerca di arrivare fin lassù ma, per un motivo o per l’altro, non ci riesce e comincia ad attrarre l’antipatia degli autoctoni. Le interpretazioni famose del libro si sprecano: il castello come metafora della burocrazia, come incarnazione del capitalismo che annulla l’uomo; le peripezie di K. viste come l’ineluttabile condizione umana del tendere senza arrivare o come la spiegazione a mille problemi di psicanalisi.
Per carità, tutto vero e tutto molto bello. Ma, anche rispetto a quello che si diceva prima, c’è un’altra cosa interessante: il povero K. non trova davanti a sé nessun impedimento fisico reale per arrivare al Castello. Non ci sono muri o cancelli; nessuno gli si sbarra direttamente davanti con la forza. Ma non ci arriva lo stesso. Lo spazio che lo divide dal bastione, semplicemente, non è percorribile. Al contrario dell’allegra brigata di Comma 22, il protagonista di Kafka non possiede un terreno, nel doppio senso di possedere come conoscere ed essere proprietari. E il suo valore narrativo è dato appunto da questa mancanza. L’impossibilità di arrivare a un castello perché non si sa quello che c’è nel mezzo.
E la beffa, kafkiana, d’essere agrimensore di un terreno non cartografabile.
Jacopo Cirillo
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