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I Lunedì Metaletterari / Tre basilischi e una conchiglia
D’accordo, siamo figli del secolo dell’introspezione. Ma, se si anela ad una scomunica temporale, l’essere accompagnati in un viaggio cartaceo senza nessun riferimento all’Io tira su di morale. Non solo, il passeggero circondato dai patetici, e socialmente coatti, racconti personali del guidatore piomba, nella migliore delle ipotesi, in noia profonda. Meglio lasciare il solo rumore all’asfalto che si scrolla di dosso le gomme, e concentrarsi sul paesaggio.
Per i primi chilometri fatti ne La solitudine del satiro (Ennio Flaiano, Adelphi 2007, 380 Km, 15 euro) non aspettavo altro che risuonassero intime impressioni per scendere in corsa e fare il librostop – era un brutto periodo, avrei accettato anche un elenco telefonico. Ma l’autista era interessato alla guida; non a me. Curve metodiche, cambi secchi e decisi senza orpelli retorici. L’itinerario mutava continuamente: l’autostrada della politica, la circonvallazione del sociale, la provinciale del teatro, la superstrada del cinema, lo sterrato della vite di periferia. Più la strada procedeva più il mio deretano provava gusto al contatto di quell’ergonomico sedile. Il viaggio virtuale accompagnava gli spostamenti reali. L’Italia, che trasudava da quelle considerazioni scritte tra gli anni ’50 e ’70, era la stessa che vedevo dal bus che mi conduceva forzato a lavoro – o ad un lavoro forzato; che dir si voglia. C’era già tutto: il calcio sublimato, la media borghesia che con una mano sorseggia Milano e con l’altra usa la coca per tamponare le cravatte macchiate d’unto, l’ipocrisia della politica, lo svilimento dell’estetica e il nulla dei grandi mezzi di comunicazione. Ma Flaiano, come un chirurgo nella sua tuta antiradioattiva, mai usciva inzaccherato da queste incursioni. Niente prendeva di petto e niente lo faceva incazzare. Seguitava freddo a guidare.
Nelle sue pagine il decrepito poeta Cardarelli continuava a lappare gelati (che gli costeranno un’indigestione senza ritorno dal policlinico Gemelli) seduto incurante tra la folla cianciante di Via Veneto. Forte dell’esempio, consumavo il libro non facendo più caso ai ritardi, alle chiacchiere degli altri e alla meta del mio pendolare; solo ai controllori. Eravamo dei basilischi che correvano, senza affogare, sulla merda dei rispettivi tempi. E tutte queste cose – le porcate che inzaccheravano e inzaccherano lo stivale (grazie Battiato) – venivano derise, purgate e lenite grazie ad arguti e caustici esercizi etimologici e semantici capaci di ricondurle alla loro misera embrionale grottesca sostanza primordiale. Così, la mattina, al bar leggevo la Gazzetta del paniere, il corriere della sporta e la domenica cestiva perché il termine sport era stato sgravato dalla sportula dei latini (canestrino pieno di cibi freddi da regalarsi ai propri protettori) e dalla spyris greca. Era quel gioco a far cessare il calcio dall’essere uno sponsor che forniva olio alle nostre catene mentali e a ritramutarlo in lūdus. Paparazzo non era più un voyer al soldo delle curiosità rosa di casalinghe annoiate, ma era un albergatore delle Calabrie, citato in Sulle rive dello Jonio di un certo Gessing, nel cui nome Fellini e Flaiano trovarono l’affinità semantica con il fotografo de La dolce vita.
Avevo decostruito il sistema di segni reali. Ora, la sera potevo stonare assieme allo sceneggiatore e al regista: “Oh com’è bello sentirsi profondamente intelligenti, per il Sesso sdilinquirsi, per la Donna restare indifferenti… Rispondere a ogni richiesta, avere sempre un’opinione, sottoscrivere una protesta, spiegare la situazione… Oh com’è bello orientarsi con la moda che passa, continuamente rifarsi alla cultura di massa… Giurare sull’arte impegnata, ripetere che l’Industria è bella, e chiudere la giornata con un colpo di rivoltella”. Dopo aver raccolto una conchiglia sotto le Due Torri, mi addormentavo placido nel surreale.
Matteo Poppi
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