Bacche vietnamesi nella testa

La Posta di Matteo Bettoli / Bacche vietnamesi nella testa

Bettoli. La storia piccola di un coltivatore di bacche, di Gao Morào, leggerezza orientale con qualche puntina di malizia cingalese, è il libro più venduto in tutta la costa occidentale del Vietnam, quella sull’atlantico. L’ho letto dalla parrucchiera, ma è bello sul serio. A me piacciono i libri che hanno una morale, poi mi piacciono di più se ci stanno pure le figure, perché i personaggi non so mai come immaginarli e se sono giapponesi poi me li penso tutti con la faccia di Chow Yun-Fat, quello de La tigre e il dragone. Un po’ come Dio, che per me era il signore delle mille lire, Mario Polo. In queste storie di cinesi, che in questo caso sono vietnamesi, io mi ci immedesimo perché non pensano ad andare subito a letto, e c’hanno la pazienza di aspettare noi donne che vogliamo essere, e lo dico forte! corteggiate. Qui il protagonista, che chiamo Chow ma che ha un altro nome simile, è un giovanotto che coltiva bacche ma con mentalità imprenditoriale, sfruttando il terreno, poi vende tutto a ricchi turisti americani o inglesi (insomma che parlano inglese) in belle confezioni che pagano a peso d’oro, e invece sono bacche. Ma è triste, e allora corteggia Xu, che è molto bella, e capirai però nei libri ci sta che le attrici sono belle, è nei film che un po’ scoccia perché mio marito poi si fissa. Perché non consigli mai libri giapponesi?

Tiziana, Massa Ligure

photo credit http://www.flickr.com/photos/racchio/

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Ma è cinese, giapponese, vietnamese (sic) o cingalese? Non ho capito, Tiziana. Vabbù.

Non parlo molto di questi libri perché non ne so molto, soprattutto di quelli vietnamesi. Mi tarlo sempre di avere lacune concettuali e, relativamente al tempo, nei ritmi. Tempo fa ho regalato un libro di Banana Yoshimoto, ma unicamente perché questo mio amico era soprannominato Banana, ed era la fase in cui si era giovani e stupidi.

Ho preso in mano La storia piccola di un coltivatore di bacche, però, che per il suo essere così piccola (34 pagine, 8 euri, edizioni Marticinio -ma sarebbe stato più appropriato latrocinio-) ho finito in 27 minuti mentre facevo colazione con una tazza di Special K. Indubbiamente leggero. Queste bacche fasulle e dal gusto livido sono veicolo dei pensieri di Shaw, il protagonista, che giorno e notte con uno zelo tempestoso le cura e le accudisce affinché crescano rigogliose. Spera di trarne -lui- denaro e fama e perché no sgallettate, mentre gli anglofoni -loro- cercano l’illusione di una ripulita arteriosa che poi però ci si beve dietro una qualche bibita gassata. Stanco fino a rischiare di addormentarsi in continuazione, protagonista di un controverso colpo di sonno mentre cammina, Shaw c’ha le bacche nella testa e non pensa ad altro. Socialismo di mercato, rappresentato nella sua crudevolezza tramite le bacche e gli sbadigli. Poi c’è Xu, e di seguito un amore lento, sussurrato, educato. A volte perverso e furioso, ma poi di nuovo sussurrato. Poi finisce. E io metto su la moka, che ho finito gli Special K.



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