E gli Dei di Pegana crearono il fantasy

Vi era un fiume in Pegana che non era né di acqua né di fuoco, e fluiva attraverso i cieli e i Mondi e fino al Confine del Mondo – un fiume di silenzio.

Se non avete letto The Gods of Pegana, siete in buona compagnia. Sappiate però che vi siete persi uno dei libri più importanti e allo stesso tempo meno conosciuti della storia della letteratura fantastica. Qualsiasi cosa siate abituati a pensare del fantasy contemporaneo (quello della Terra di Mezzo e di mille altri mondi alternativi), tutto comincia qui. Ed è sul 1905, anno di pubblicazione a pagamento del libro, che dovreste puntare il cursore della vostra macchina del tempo se voleste impedire a Tolkien di creare il suo Silmarillion, e a Lovecraft di scrivere degli oscuri dei dormienti nella folle città di R'lyeh, dove “Chtulu attende sognando e tormentando il sonno degli umani”.

Il libro in questione ha influenzato generazioni di scrittori; soprattutto quella che il genere fantasy, così come lo conosciamo, l’ha fondato e reso noto. Parliamo dunque di scrittori con tre o quattro nomi, rigorosamente abbreviati: Ursula K. Le Guin, J. R. R. Tolkien e H. P. Lovecraft. Costoro riconoscono tutti di avere  trovato ispirazione nel pantheon fantastico di Pegana. Mentre Lord Dunsany – che salvo pretese di divina ispirazione, del libro ne è l’autore – in Italia come all’estero, è conosciuto da meno della metà dei critici che nutrono per lui meno della metà dell’affetto che merita. 

Quanto ai lettori, be’: non pervenuti.

Due cose sorprendono del libro. La natura poetica e musicale (e no, non si tratta di un poema) e la brevità che non pregiudica il respiro mitologico della narrazione delle gesta degli Dei di Pegana.

A differenza del Silmarillion, Dunsany non si rifà esplicitamente ad alcuna mitologia esistente e, anzi, pare interessato a suscitare un particolare Sense of Wonder, attraverso la fusione di sogno e mito; con immagini spesso volutamente grottesche e perturbanti (vedere le magnifiche illustrazioni del contemporaneo Sime). Il risultato è un’opera così semplice che potrebbe essere letta da un bambino e così complessa che generazioni di scrittori ne hanno tratto ispirazione.

Tolkien non è stato dunque il primo ad inventare “un mondo alternativo”, con una propria storia, una propria cultura ed una mitologia originale. Fu però il primo ad avere il coraggio di osare il passo successivo, ovvero approfondire tutti questi aspetti e a teorizzare la necessità di questa pratica narrativa. La “sub-creazione”, come amava chiamarla. Secondo Tolkien – e, da lettori, non possiamo che dargli ragione – la scoperta di un mondo fantastico ci aiuta a guardare la nostra realtà con occhi diversi, rendendoci capaci di riscoprire le cose da un nuovo punto di vista. Stando così le cose, concludeva il Professore, la “fuga” nel fantastico non è un tentativo di negazione della realtà, ma un’affermazione di quest’ultima.

Tornando a quanto detto tempo fa su Martin e la differente visione del suo mondo rispetto a quella espressa in LOTR, è evidente che il genere fantastico (in questo caso nella sua variante high-fantasy) si evolve e cambia in relazione alla società. Cosa che ovviamente non potrebbe avvenire se si trattasse solo di fantasie romantiche adolescenziali e non di un genere che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi.

Come disse Ursula Le Guin, “il fantastico non è reale, tuttavia è comunque vero”.

Come vero è anche il senso di melanconia legata all’esperienza romantica del Sublime, che sembra permeare il mondo fin dalla sua creazione, senso comune anche agli altri grandi del fantasy che Gli Dei di Pegana influenzerà. C’è, per esempio, l’idea che alla base della Creazione vi sia qualcosa di sbagliato e deliberato “crearono il mondo per divertirsi” dice Dunsany in merito alle motivazioni deli dei. E le assonanze con il pantheon di Lovecraft si sprecano. Gli dei sanno essere, come nella tradizione occidentetale, vendicativi e prepotenti, ma non minacciano direttamente la vita degli umani ed anzi – con l’eccezione dell’unico dio “a cui non possono essere rivolte preghiere”, il dormiente MANA – sembrano condividere con l’uomo il comune destino di distruzione. 

Il Dio sognante MANA-YOOD-SUSHAI, creatore e ciclico distruttore del mondo, ha infatti in sé già molto del terrore cosmico incarnato da Cthulhu, tanto “caro” a Lovecraft, a cui non rimarrà che inserire un simile terrore in un contesto realistico e non onirico-esotico come quello di Dunsany.

Lo stesso Lovecraft dirà:

La sua ricchezza di linguaggio, il punto di vista cosmico, il suo remoto mondo del sogno, e il suo squisito senso del fantastico, mi attraggono più di qualsiasi altra cosa nella letteratura moderna.

E poi alle opere di Dunsany non manca nulla: dalle navi volanti alle figure mostruose, passando per divinità che hanno tutto il fascino del pantheon greco e irlandese. 

Consigliatissimo a chiunque abbia smesso di credere agli Dei.

Gianni Falconieri

Mi interesso di letteratura di genere, #ebook #fantasy #cinema. Attualmente mi trovo sotto assedio ad Angband, ma confido che alla fine riuscirò a spuntarla...

4 Commenti
  1. Ma per caso esiste una traduzione in italiano? Oggi passando in libreria mi hanno risposto che non esiste

  2. E ti hanno detto bene: purtroppo, che io sappia, non esiste… Però c’è di buono che quella in inglese la puoi scaricare gratuitamente, dato che non è più protetta da copyright.