Amélie Nothomb | La nostalgia felice

All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…

La strada di Swann, Marcel Proust

Se, recensendo Barbablù un paio di anni fa, paragonai il leggere Amélie Nothomb al bere una flûte di pregiato champagne, oggi, parlando de La nostalgia felice, attingo invece a quelle esperienze sensoriali in grado di catapultarci dall'oggi a ieri in un lasso di tempo quasi inesistente: che sia il profumo fragrante di una torta, che subito ci rammenta quelle preparate dalla nonna durante la nostra infanzia, o lo scorgere un gesto che, nel corso degli anni, abbiamo visto ripetersi talmente tante volte da renderlo un vero e proprio rituale, l'ultima fatica nothombiana è proprio questo, un fulgido spaccato di presente in grado, mediante i ricordi, di farci carezzare i muri della memoria durante una piacevole passeggiata a ritroso.

La nostalgia felice
La nostalgia felice
Chi ha già letto Amélie sa bene del suo passato in terra nipponica: figlia di un ambasciatore belga, l'autrice è infatti nata a Kōbe, in Giappone, terra che abbandonò molto presto ma nella quale tornò intorno ai vent'anni, come viene raccontato in Stupore e tremori e Né di Eva né di Adamo. Ne La nostalgia felice, la Nothomb ci racconta del suo recente ritorno nel paese del Sol Levante a causa delle riprese di un documentario televisivo (visibile integralmente qui), viaggio che le darà modo di riapprodare nei luoghi della sua infanzia e, soprattutto, di rivedere persone per lei fondamentali: la tata che la accudì in tenera età, Nishio-san, e l'ex fidanzato Rinri.

Dapprima smarrita dai numerosi cambiamenti, Amélie riuscirà, infine, a ritrovare la sua (parziale) nipponicità esperendo un concetto prettamente giapponese: quello di natsukashii, quella nostalgia scevra da connotazioni tristi o negative, per l'appunto una nostalgia felice, proprio come il boccone proustiano di dolce imbevuto nel tè: una concezione così diversa da quella prettamente occidentale che al solo sentirne parlare viene da spalancare la bocca come ascoltando una fiaba.

La nostalgia felice è un libro un po' diverso dagli altri a cui siamo abituati, ma non per questo meno meritevole di lettura: Amélie non è certo caustica come in Stupore e tremori o brillante come nella maggior parte delle sue fatiche, e la sua consueta ironia o i geniali dialoghi latitano. Lo spazio vuoto, però, viene efficacemente riempito da un'inedita tenerezza, da una morbidezza rotonda e profumata proprio come una madeleine. Mai come in questo libro la Nothomb ci ha permesso di frugare nel suo passato, pur avendoci spesso raccontato porzioni del suo vissuto: questa volta, Amélie spalanca le braccia e ci accoglie in momenti di un'intimità disarmante, puliti come l'aria sopra al monte Fuji, talmente puri da far venire le lacrime agli occhi, proprio come l'aria di montagna.

Non mancano, comunque, elementi estremamente "onironici" in perfetto stile Amélie, in grado, al solito, di farci sgranare gli occhi per la consueta schiettezza e arguzia: vi basti sapere che, in uno di questi, c'entrano un cinema, un bonsai e Martin Scorsese. Non credo vi serva sapere nient'altro.

La nostalgia felice è, anzitutto, un regalo di Amélie ai suoi lettori affezionati, in grado di apprezzarne i vari riferimenti autobiografici e metatestuali: ma è anche un regalo per chi la conosce meno, un efficace sunto dei suoi plurimi mondi, che la scrittrice ci dona con affetto e tanto coraggio. Nelle consuete cento pagine e poco più, la Nothomb questa volta ci regala davvero un pezzetto di sé: se avete voglia, provate a sbocconcellarlo, come Proust con le maddalene. Volete sapere cosa accadrà? Ce lo spiega sempre Proust.

E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d'acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè.

Amélie Nothomb, La nostalgia felice, Voland 2014. Traduzione di Monica Capuani.

Silvia Dell'Amore

Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo; io dico che lo farà il cioccolato.

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