Ammaniti, De Silva, Giordano, Pascale, Piccolo, Raimo, Stancanelli, Trevi | Figuracce

È sempre tutta una questione di pregiudizi. Anzi, più precisamente, di uno scontro tra pregiudizi. Quando riconosco o credo di riconoscere delle manifestazioni di autocompiacimento, specie se letterario o in genere intellettuale, entro direttamente in modalità polemica. Osservo, leggo e scrivo con il broncio, infastidito. Un'antologia di racconti in cui otto scrittori celebri descrivono le proprie figuracce, fanno i simpatici, fanno a gara a chi è più simpatico, a chi ha fatto la figuraccia peggiore. Il timore di trovarmi davanti alla solita giostra di narcisismo addobbata con ironia e gaiezza di facciata ha subito acceso in me una malsana curiosità. Vediamo, sì, ora vediamo. 

Poi scatta l'altro pregiudizio. No, aspetta, questa cosa qui è curata da Niccolò Ammaniti. È lui il mio uomo, la mia garanzia, forse ancor prima dell'editore (Einaudi), in questo caso. Se c'è di mezzo Ammaniti può davvero trattarsi di una cagata messa su solo per far specchiare gli scrittori coinvolti? Davvero lui si presterebbe a una sorta di libro-stampella utilizzato per promuovere le pubblicazioni recenti o in uscita dei partecipanti? Posso dichiarare pubblicamente il mio enorme apprezzamento per Ammaniti senza incorrere in nausee o svenimenti da oddio mio ora sì che mi sono sputtanato. Perché, come al solito, finché Ammaniti era quello di Branchie o di Gioventù Cannibale, talentuoso e sconosciuto al grande pubblico, leggere i suoi libri ti rendeva interessante. Ora che ha raggiunto la meritata fama ed è entrato nelle case di tutta Italia a colpi di Io non ho paura e Io e te, se dici che leggi Ammaniti rischi di passare per arretrato, per quello che legge i primi titoli che trova scontati al 15% al supermercato (che poi nessuno vieta di leggere i primi titoli trovati scontati al 15% al supermercato). C'era quel tipo nella Grande bellezza che per farsi bello con un'improbabile lettrice di Proust diceva "Proust è il mio scrittore preferito. Anche Ammaniti" e via a ridere. Proust e Ammaniti ahahahaha. Imparate a scrivere come scrive Ammaniti, poi ridete, se vi viene ancora da ridere.

Insomma, con la paura che Figuracce potesse essere una cocente delusione o la conferma dei miei approdi polemici, ho cominciato la lettura trovandomi subito nell'introduzione scritta proprio da Ammaniti. Spesso le introduzioni sono solo delle brevi e pallose spiegazioni sul perché quel titolo è stato ristampato e su cosa si prova a riprendere in mano a distanza di anni il primo romanzo scritto. Quelle scritte da Ammaniti, invece, ti tengono incollato alla pagina, sono dei racconti. L'ho appurato con Il momento è delicato, ma anche con Aspetta primavera, Bandini, dove Ammaniti omaggia Fante con un'introduzione che non potete non leggere. Tutt'altro che il minimo sindacale per far contento l'editore, insomma. Quando comincio a leggere di lui che parla della nipote Zoe mi metto subito comodo sulla sedia, dimenticandomi che il suo vero racconto lo troverò dopo.

Io e Zoe siamo a Londra in un ristorante e abbiamo finito di mangiare.
– Senti, vai dal cameriere e chiedigli il conto che dobbiamo andare. Digli: pliis de bil, – le spiego.
– Non posso, – mi risponde molto seria come se le avessi chiesto, che ne so, di diventare buddista.
– Perché non puoi?
– È troppo una figura di merda.
La cosa curiosa è che quando una sera, in un bar, ho bevuto per sbaglio il Gin Tonic di uno che mi stava accanto al bancone Zoe per poco non si è sentita male dalle risate. Se la figura di merda la fa qualcun altro, mia nipote fiorisce, l’occhio le brilla, si sente rassicurata e in un attimo perde tutta la timidezza.

Oltre che a dare la sua personale interpretazione delle figure di merda, Ammaniti nell'introduzione spiega anche come e perché è nato il volume che ci apprestiamo a leggere, quello che io ho scambiato per un auto-tributo e che, pagina pagina, mi sta costringendo piacevolmente a ricredermi. Degli autori antologizzati ho letto solo qualcosa di Piccolo, gli altri li conosco di fama, senza aver letto nulla. Nella Stancanelli, mea culpa, non mi ero mai imbattutto. Ecco, però, che leggendo la "cornice" descritta da Ammaniti è come se io mi sia seduto al tavolo con loro, ad ascoltare in silenzio tutto quello che avevano da raccontare.

L’agosto romano assomiglia alla giovinezza, lasci andare le briglie e attendi che le cose avvengano un po’ a caso. Ti fai sorprendere. Compagnie improbabili si formano e si sciolgono e veniamo trascinati come granchi violinisti sul bagnasciuga. Lo sto dicendo perché questa antologia è nata per caso, in una calda serata di un agosto romano. Tutti quelli che partecipano a questa raccolta si sono ritrovati spontaneamente in agosto al tavolo di un bar di Campo de’ Fiori a bere Margarita e Gin Tonic. Tutti scrittori. Tutti uomini tranne Elena Stancanelli, che era trattata come la regina di Saba. C’era chi era rimasto perché l’estate gli fa schifo (Trevi), chi per prendersi una sana boccata di afa romana dopo un mese di bambini al mare (Piccolo e Pascale), chi per controllare i lavori al tetto di casa (De Silva), chi perché aveva i cani (Stancanelli), chi perché non aveva una lira (Raimo), chi per provarsi un abito dal sarto (Giordano), chi per scrivere un romanzo che non avanzava e si doveva punire (Ammaniti).

Si parte con il racconto di Francesco Piccolo, "Tutta la vita a Berlino", la cui figuraccia è una di quelle che almeno una volta nella vita abbiamo fatto o faremo tutti quanti. Questa vicinanza, perciò, garantisce un'attrazione magnetica per la storia, dove anche tu ti rivedi in quella scena dove non sai se devi o no baciare la persona che hai davanti, se lei si aspetta di essere baciata eccetera eccetera. Merita poi un applauso a parte l'Ammaniti personaggio che figura nel racconto. Semplicemente esilarante. Il racconto di Elena Stancanelli, "Cappelli", è su una lunghezza d'onda diversa, pizzica le corde del sentimento. La sua imbarazzante comparsata televisiva, insieme ad Al Bano, mi fa ridere ma allo stesso tempo mi immalinconisce. Molto bello, brava, cretino io che non la conoscevo.

Interrompo momentaneamente l'ordine seguito nella raccolta, saltando il racconto di Raimo (su cui voglio tornare con calma più avanti). I contributi di Emanuele Trevi, Paolo Giordano e Antonio Pascale mi lasciano un po' tiepido. Sarà che nelle loro figuracce e non trovo la stessa carica letta fino a quel punto, ma sarà anche che i loro racconti non sono stati messi a quell'altezza a caso e che il ritmo della raccolta doveva evidentemente essere gestito in quel modo. Con "You and me alone (la commensale)" di Diego De Silva si torna a ghignare, così come con "Marco Risi contro la Maga della Maglianella" di Ammaniti, che pur non essendo uno dei suoi racconti migliori offre perle come questa:

Una mattina squilla il telefono di casa.
Rispondo un pronto scoglionato.
Una voce femminile. – Sono Monica… Monica Bellucci…
– E io sono Clint Eastwood, – ho risposto. Uno dei soliti scherzi.
– Ahahah… – La voce aveva una risata meravigliosa
che assomigliava alle fusa di Rosina, la gatta di mia nonna. – Veramente sono Monica Bellucci. Te lo giuro.
– Sí, certo. Io pure te lo giuro, sono Clint Eastwood. Quando ti posso mostrare la mia 44 magnum? – Che battutaccia infelice.
Sono andato avanti cosí per dieci minuti fino a quando la povera Monica, esasperata da un idiota, ha passato il telefono a Marco.
– Sei veramente un cretino! È Monica Bellucci e sarà la protagonista del film.
Questa è stata la prima di una lunga serie di figuracce che ho fatto durante i mesi di produzione del film.

E arriviamo, o meglio, torniamo ora da Christian Raimo e dal suo "ilmiolibro.it ovvero come sono diventato uno scrittore". Io Raimo non lo conosco di persona, ma conosco chi è e ciò che fa. Devo ammettere che la sua bravura ha sempre avuto su di me un effetto immobilizzante e ha talvolta generato un ingenuo e inspiegabile fastidio. Che palle, è sempre così bravo, sa sempre tutte queste cose. Mi gustavo i suoi interventi su minima&moralia tutti d'un fiato, sospettando che leggendo le sue opere di narrativa avrei potuto trovare qualcosa di interessante, forse. La sua persona, o il suo personaggio, tuttavia, continuava a inibirmi. Poi ho letto questo suo racconto e ho pensato che, dovendo scrivere una recensione di Figuracce, avrei dovuto anzitutto dichiarare pubblicamente la mia infatuazione di lettore per lui. Di tutta l'antologia, che nel complesso è riuscita nonostante i naturali alti e bassi, il suo contributo vale da solo il prezzo di copertina. La sua figuraccia non è solo la figuraccia. Il suo è il racconto. Non mi capita spesso di leggere qualcosa e cominciare a ridere forte, da solo. È raro che mi capiti anche con i film. Col suo racconto ho riso, parecchio. Andavo avanti, ci ripensavo, e tornavo a ridere. 

Mi venne la bizzarra idea che avrei potuto farmi una sega; ero al sicuro, Carla Benedetti non avevo capito se si fosse portata dietro un altro mazzo di chiavi ma, uscendo, mi aveva detto di chiudermi dentro col chiavistello. Ero troppo stanco però anche per concentrarmi sul mio pisello, e sprofondai sul divano senza nemmeno farmi una doccia.

Leggo passaggi come questo e rido. Continuo a leggere e rido. Non riesco a non ridere. Il principio di questa raccolta è forse proprio questo. Si ride delle figuracce altrui, come fa Zoe, la nipote di Ammaniti. Ci si sente al sicuro, osservando gli altri che inciampano. Leggendo la figura di merda di Raimo, tuttavia, non mi sono solo sentito al sicuro, come individuo estraneo, al riparo. Ho provato un senso di comunione, quasi di fratellanza. Lì a casa della Benedetti c'era Raimo, ma potevo esserci io, potevamo esserci tutti. Ecco perché con il suo racconto, anche se non si trattava di una gara, Raimo svetta sui colleghi. È più magico della Maga della Maglianella, il suo episodio è più imbarazzante e potente di tutti gli altri. E scritto divinamente, aggiungo. La lettura di Figuracce, dunque, mi ha permesso di dismettere i miei pregiudizi, di confermare alcune passioni (Ammaniti), di scoprirne altre (Raimo, Stancanelli) e di capire questa lezione: se sei avvilito per aver fatto un'enorme figura di merda, puoi consolarti sapendo che da qualche parte, nel mondo, in quel momento c'è qualcuno che l'ha fatta più grande di te. Quindi siete uguali. Quindi potrete addirittura volervi bene, come io ho voluto bene a Raimo. 

Niccolò Ammaniti (a cura di), Figuracce, Einaudi, 2014

 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

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