Andrea Meregalli | Cuore di Carciofo

Una conoscenza indiretta: mare d'inizio estate. Mio marito che legge. E che ride. E ride e va avanti a leggere. E poi sghignazza e poi tace. Poi chiude il libro e si gira verso di me: «Che pazzo! È un genio.» «Ma chi?» «Ma questo, aspetta… Andrea Meregalli». Era il giugno 2010, Finzioni era anche di carta, il pezzo apparteneva a Biografie edulcorate e si narrava, con prosa irriverente all'apparenza ma di luccicante serietà nella sostanza, del sofferto sodalizio erotico-letterario tra Peter Orlovsky e Allen Ginsberg.

Cuore di carciofoLeggendo Cuore di Carciofo, raccolta di racconti liquidi della collana #tuchemiracconti di Regina Zabò, sono ripartita da qui: dal riso e dalla sua potenza dissacratoria. Da una scrittura che fa capriole su se stessa come il saltimbanco di Palazzeschi, che vortica d'invenzioni anche linguistiche, di citazioni letterarie, musicali, cinematografiche. Della scrittura che non ha l'aria di voler essere seria e volerti dire cose serie di quelle che ti appunterai come frasette da ricordare. Della scrittura che ti dice: – Chissenefrega di te, io vivo di vita mia non ho bisogno di te. Io faccio capriole pazze e racconto cose pazze e nella non significanza vivo la mia esistenza – (ma noi, che navighiamo queste pagine, sappiamo bene quanto senso si dissimuli nel sorriso provocatorio di un clown).

La metafora migliore per raccontare un libro che somiglia a un viaggio surreale nelle relazioni umane è il suo titolo: il cuore del carciofo, di gusto sublime, si raggiunge inaspettatamente sfogliando spina dopo spina, liberandolo dalla barbetta, superando l'apparenza del gioco e del riso, entrando nella logica delle allusioni e delle allegorie: il cuore di carciofo è nel centro esatto del trittico Cuore di Carciofo. Alle due estremità, due contesti narrativi legati da corrispondenze e contrasti e in cui la permanenza di alcuni personaggi dà l'impressione di trovarsi all'interno di una storia comunitaria a puntate, configurano il ritratto di una società distopica ma narrata con leggerezza: “Andy Warhol” prende spunto da un oggetto del passato, quelle belle lavagne d'ardesia il cui presupposto della scrittura era la cancellazione, per raccontare una società prossima ventura in cui anche le persone diventano cose e comunicano senza parlarsi, scrivendo e cancellando. “Michael Bublé” è l'allucinata precognizione di un reality show di crudelissima banalità: trentatré prescelti, come gli anni di Cristo, impersonano il primo albero di Natale vivente della storia con tanto di requiem sul finale. Accanto a questa società dispotica c'è la divorante ma affettuosa famiglia Bindella (“Fester Addams”), necessaria come per la foglia l'albero, c'è la desolazione di “Prefica” («mi pagano per andare a trovare la gente ricoverata all'ospedale»), di “Ford Capri Resmi”, storia di un'autoesclusione dal consorzio umano, di “Midnight@”, elaboratore di storie della buonanotte per bambini.

Se volessimo trovare un filo rosso che lega tra loro i racconti (ma di fili trasparenti che corrono tra le storie come la trama di una ragnatela ce ne sarebbero tanti: a te, lettore, il gusto di trovarli), sarebbe forse questo: il contrasto tra la società e l'individuo, due piani che cercano di raggiungersi ma non ci riescono. Eppure, alla fine della lettura, hai la sensazione di essere dentro il chiacchericcio di una comunità di provincia, che ti abbraccia, che fa da sottofondo alle solitudini tue e dei personaggi come l'eco di una grande famiglia.

Il “Cuore di Carciofo”, “la parte edibile di gusto sublime”, sta nel mezzo della narrazione e ti tocca il palato con delicatezza: è la storia di una relazione tra fratelli sotto forma di memorie; è la storia di un'anima diversa, bella e difficile, come l'albatros di Baudelaire; è una storia tragica ma che si nasconde nell'allegoria e quando stai per cadere nella rete del dramma, eccolo di nuovo, lo schiaffo dell'irriverenza:

Piansi molto nel saperti cuore di carciofo, nel riconoscerti cuore di carciofo, dal di dentro, ma dal di fuori del nostro personalissimo essere dal di fuori, piansi molto nel riconoscerti come per la prima volta, bello come una farfalla, anzi, come una falena, di quelle proprio belle, costrette a essere belle e sole, a essere belle e nascoste, a essere belle e irriconoscibili

Bellissima, ma rompeva il cazzo

Potremmo, a questo punto, parafrasare in risu veritas? Lo sapeva bene quel genio insuperato che fu Charlie Chaplin. L'arte di rappresentare il lato surreale della vita è come una firma fuori dal coro: se ti mostra il proprio cappello cencioso, il Poeta non sta questuando la tua emozione ma sta solo specchiando la tua faccia deformata su un pezzo di cristallo.

 

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

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