Andrea Paolella | L’emiliano postmoderno, In viaggio con Pier Vittorio Tondelli

Il primo esame che ho dato all’università di Parma era un modulo monografico di Storia Contemporanea. Il professore ci chiese di raccontare la nostra storia attraverso le immagini. Era un compito aggiuntivo per l’esame, scattare delle fotografie che raccontassero chi eravamo, chi aveva di fronte a sé. Le mie erano a colori, ne ricordo solo alcune: un tabellone con un canestro, quello del campetto all’aperto del mio liceo, visto dall’alto; il ciliegio nel giardino della casa in cui sono cresciuta, e che mio nonno ha piantato il giorno in cui sono nata; il muretto davanti alla buganville dove ho passato le ricreazioni per cinque anni; la scrivania di camera mia, con davanti il muro che accoglie un ritratto di Virginia Woolf e uno di Michael Jordan; l’Adige visto da Ponte Pietra, guardando verso nord. Quando consegnai il progetto il professore lo osservò a lungo, poi mi guardò in faccia e mi disse: “In queste fotografie non c’è nemmeno una persona”. Non ci voleva molto a capire che mi sentivo molto sola.

L'EMILIANO POSTMODERNO

L’emiliano postmoderno, edito Postcart, ha un sottotitolo che spiega tutto: “In viaggio con Pier Vittorio Tondelli”. Andrea Paolella è un ragazzo di 29 anni che ha studiato chimica e poi si è messo a fare il fotografo. Quello che ha fatto e che ha raccolto in questo volume è andare nei luoghi di Pier Vittorio, i luoghi che Pier Vittorio ha raccontato nei suoi libri, e fotografarne degli scorci. Poi ha fatto dei ritratti alle persone che hanno fatto parte della vita di PVT; persone che hanno inciso in qualche modo nella sua formazione e nella sua crescita – non solo professionale – e poi ha unito i puntini, come si fa sulla settimana enigmistica. Ha srotolato un gomitolo e fatto scorrere il filo da una foto all’altra.

Una foto e un testo, pagina dopo pagina, da nord verso sud. Ecco la vita di Tondelli che si forma piano piano, si arricchisce di particolari; le foto ci parlano della sua vita, i testi della sua scrittura, il connubio ci ricorda che spesso la prima si confonde con la seconda. Ci sono Guccini, Umberto Eco, che gli aveva dato 29 all’esame, pregandolo di non toccare mai più l’argomento semiotica, Enrico Palandri, che con Boccalone aveva cullato i giovani nel 1979, poi ci sono le piazze, le spiagge di Rimini, certi angoli di Reggio, e Bologna, che l’ha accolto dagli anni dell’università.

Sembra tutto sconnesso e invece non lo è. È un vero viaggio, una scoperta, ed è anche una sorta di memoriale che non supera mai quella linea che sconfinerebbe nella tristezza. In effetti è un grande elogio alla vita, quella di Pier Vittorio e quella della sua terra, e anche un elogio di quel concetto di Emilianità che è difficile da spiegare, se non ci nasci, in Emilia, o se non ci vivi così a lungo da dimenticarti da dove vieni. 

Questo libro mi ha ricordato il mio primo esame all’Università di Parma e ha confermato il mio amore per Tondelli. Ma soprattutto mi ha ricordato come ci siano tantissimi modi diversi per raccontare una storia, e come lo si possa fare davvero bene. 

Andrea Paolella, L'emiliano Postmoderno, Postcart, 2013.

 

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

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