Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto | Il giorno perduto

Il calcio rende giuste esistenze sbagliate. Vite allo sbando ‒ potrebbero essere la mia, la tua, quella di chiunque ‒ incapaci di trovare un luogo in quello che vedono davanti a sé. Un posto, un punto nel cielo, lo trovano invece, per un attimo, i ragazzi che reggono i sogni dell'attesa verso Il giorno perduto (66thand2nd edizioni), protagonisti di un romanzo felicemente costruito frase dopo frase, passaggio dopo passaggio, da Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto. 

«Questa mia piccola vita vado a farla risplendere all'Heysel» è il pensiero corale dei protagonisti, quello che tiene strette le loro esistenze traballanti di significati e certezze e li accompagna nella storia che stanno per vivere: da Torino e Liverpool, città operaie, verso un giorno, una partita, un destino: la finale di Coppa dei Campioni del 29 maggio 1985 a Bruxelles. Prima di diventare una sentenza piantata nella Storia e nelle nostra coscienze, l'Heysel è stato uno stadio, inosservato, quasi anonimo, finito per caso nel cuore dell'Europa. Prima di porsi come uno spartiacque dimenticato, l'Heysel è stato il punto di arrivo delle speranze di Domenico Dezzotti detto il Mich, studente di ingegneria a Torino e di Angelo, Miranda, Charlie, tutti tifosi della Juventus e della leggerezza di ogni gioventù. Ma l'Heysel è stato anche un cambio di marea, un'immensa speranza: è così che immagina Christy, ragazzo solitario di Liverpool, in cerca di un lavoro, che nel suo viaggio verso la finale fugge dall'incredibile peso del suo mondo, schiacciato dagli anni dell'era thatcheriana, dalle ingiustizie sociali, dalle pessime condizioni della working class inglese. 

Con la forza miracolosa della scrittura, Cartwright e Favetto tengono insieme due esperienze apparentemente lontane e le fanno sembrare una cosa sola, un unico viaggio che ritorna al cuore per riscattare l'umanità perduta per sempre in quel giorno tragico. Il potere salvifico delle storie sembra regalare un tributo a quelle vite, oltre l'indifferenza indegna dello spettacolo che si è perpetuato, incurante dell'orrore. Il giorno perduto raccoglie con umiltà l'eredità di quelle trentanove vittime, i pensieri e lo spirito di chi, dimenticando le proprie ingiustizie quotidiane, era arrivato all'Heysel per coronare un sogno, dare senso almeno una volta a una vita che di senso ne aveva poco. Ma sono il calcio, una partita, uomini che si guadagnano la vita tirando a calci un pallone a tirare in ballo i sogni di altri uomini, dove la vittoria si intreccia con l'aspettativa di un avvenire migliore.

Sono i sogni che avevano i morti dell'Heysel e quelli dei ragazzi che gli vanno incontro, sfiorandoli soltanto. Sono le persone che trovano sulla loro strada, le esistenze che non ci sono più, le tragedie del Novecento con cui fanno i conti, le miserie della condizione umana. A trent'anni dall'Heysel e da quel giorno perduto, la letteratura scoperchia la memoria e fa il suo dovere, riporta dignità e di vita a ciò che abbiamo perso nel mondo ma che dobbiamo conservare nel ricordo.  

Anthony Cartwright e Gian Luca Favetto, Il giorno perduto, 66thand2nd edizioni, 2015

Luigi Mauriello

È un romantico nel senso fitzgeraldiano del termine. Nella vita scrive, beve caffè, va a caccia di refusi sulle locandine dei trasporti pubblici. Dategli uno spunto d'appoggio e con un paragrafo vi salverà il mondo.

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