Antonio Manzini | Sull’orlo del precipizio

Che poi, alla fine, così imprevedibile non era.

Non possiamo certo dire di non essere stati avvertiti prima: che il mercato editoriale italiano sarebbe finito tutto sotto un unico monopolio imprenditoriale – e per forza di cose anche ideologico e culturale –  lo sapevamo e  lo risapevamo, ne hanno parlato tutti (pure noi, e pure io), e da un punto di vista giornalistico c'è ormai poco da aggiungere. Il colosso Mondazzoli esiste, sta bene, e non si muove dal trono chepropriomancocidevipensare. Quello che invece non potevamo aspettarci – o forse sì? – era la deriva grottesca, a tratti fantascientifica, che la situazione editoriale avrebbe preso nella coda dell'anno appena trascorso.

La storia è questa: è accaduto che il mercato editoriale italiano sia finito per un buon 40% sotto un unico marchio. Marginalmente a ciò, indipendentemente da ciò ma quasi contemporaneamente a ciò, è accaduto pure che una casa editrice piccola e indipendente abbia deciso di pubblicare dei distillati di libri famosi. Dice: le due cose non hanno nessun nesso tra di loro. No. Però santi numi a novembre del 2015 un autore le aveva previste tutte e due. Tutte e due, così come sono andate. Precise.

Il Nostradamus è Antonio Manzini, e la profezia è Sull'Orlo del Precipizio, pubblicato sul finire dello scorso anno da Sellerio. Poche pagine di delirante lucidità, che sono state probabilmente buttate giù in un'unica notte insonne dallo scrittore intimorito dall'imminente nuovo corso; e che certamente si divorano in un fiat. Agile il volume e rapida la scrittura, che si alterna in dialoghi sempre più brachilogici, sempre più surreali.

Il senso vago e incredulo di un Processo kafkiano afferra il lettore alle prime pagine, e lo tiene stretto stretto fino alla fine: perché non è vero, non può essere vero, però eccome se sembra vero. Eppure è chiaro da subito Giorgio Volpe, il protagonista, non è che una scusa. Scrive un libro, lui, e quel libro è la perla di una produzione che ha fatto di lui LA voce di una ipotetica letteratura contemporanea. Condizione verosimile, forse vera, di una prassi reale. E come una cosa reale, s'imbatte nell'inatteso. Un inatteso esasperato, ma portatore di un dolore intangibile: la casa editrice, casa concreta di un autore e delle creature della sua penna, d'un tratto si dissolve, sciogliendosi per fusione finanziaria con tutte le altre, dentro un unico marchio. Scompare l'editor che dei suoi scrittori è la madre, praticamente (ogni riferimento a Elisabetta Sgarbi per Bompiani, per esempio, è puramente casuale), e scompare ogni punto di riferimento che sia stato guida di una carriera nella scrittura. Scompare tutto, e l'autore si trova da solo, con due editor nuovi, che non conosce e che non sanno niente delle sue opere, due burocrati – stranieri perfino – che lo rimandano a una realtà editoriale più grande, del tutto impersonale, assolutamente votata al profitto. Che, letteralmente, smembrano la sua opera, la summa del suo pensiero e del suo percorso, cercandone una chiave di lettura accattivante e smart. Veloce. Distillata mi verrebbe da dire, ma poi sembra un attacco mirato. Lo stile stravolto, la trama ridotta a banalità da whatsapp, le idee rivendute a peso. Se non è la profezia perfetta poco ci manca. Il protagonista resiste, persiste, insiste, si dibatte come un pesce nella rete mentre tutto intorno soccombe.

Soccombe il sistema, e lui per tutti: tutti gli scrittori che temono la catastrofe. Che temono – forse addirittura a ragion veduta – di finire in una simile situazione: la pluralità delle voci che si perde, l'anonimato del pensiero unico che si impone, lo stile stereotipato del vendibile e del facile che si mangia la meravigliosa unicità di ogni penna. Non è una tragedia, per come la scrive Manzini che, come è nel suo stile, può indurre al riso, addirittura. Perché è paradossale, è grottesca la situazione che disegna. Ma se ti fermi un secondo  pensarci ti assale l'abisso. What if? Cosa accadrebbe se…?

Sembra un incubo, sembra. E se non lo fosse, invece? 

Antonio Manzini, Sull'orlo del precipizio, Sellerio, 2015.

Amelia Cartia

M'innamoro di tutto. Parlo troppo, scrivo tanto, leggo un po', dubito di tutto, sbaglio spesso, mi perdo sempre e poi ritento. Cambio strada ad ogni passo, e cambio indirizzo più spesso che posso. Se la vita è un viaggio, sono abbastanza certa d'essere viva.

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