Autori vari |La memoria di Elvira

Io me la ricordo, lei. Me la ricordo un po' così, che io avevo diec'anni scarsi e cercavo tuffandomi di testa di svuotare una piscina a schizzi, mentre lei era già la grande che era, e stava in giardino sotto un albero, a bearsi nel fresco raro del nostro agosto africano.

La ricordo poco e la ricordo male, ed è colpa mia: Elvira Giorgianni, la Signora Sellerio, ho avuto in dono d'incontrarla tante volte, guardarla da lontano come un miraggio e non capire niente come fanno i bambini. Chi era lei lo sapevo eccome, lo sapevano tutti. Avrei potuto allungare un passo e dirle qualcosa, una cosa qualunque, avvicinarmi grondante acqua e cloro e dire "ciao, io da grande voglio diventare come te". E prendermi da lei una carezza, magari una fetta di torta, e uno di quei sorrisi sinceri per cui la ricordano in tanti. E invece il coraggio mi è mancato sempre, e la guardavo da dentro l'acqua, convinta che lei fosse troppo. Troppo e basta, ecco.

Ma insomma, la signora Elvira – l'unica Signora maiuscola dell'editoria italiana, o almeno la prima – troppo lo era davvero: troppo determinata per rinunciare al suo proposito di diventare editrice, troppo orgogliosa per non stampare la parola Palermo sulla copertina di ogni volume che da Palermo partiva, troppo elegante per non scrivere di suo pugno ogni lettera con cui annunciava a un autore la pubblicazione o il rifiuto della sua opera. Troppo editore per non leggere ogni pagina che finisse sulla sua scrivania. E siccome in lei tutto era miracolo, troppo continua ad esserlo ancora: ora che è andata via da qua, ma mai e poi mai dalla casa editrice di via Siracusa che ha tirato su lei, a trent'anni e spicci, con il marito Enzo e con giusto un paio di amici, che per grazia divina si chiamavano Leonardo Sciascia e Antonino Buttitta. Ora che è andata via da qua, ma mai da via Siracusa, chi in via Siracusa è rimasto – i figli Antonio e Olivia in primis – le ha fatto un regalo, e ha rilegato nella copertina blu che della Sellerio fu bandiera ventitrè ricordi che parlano di lei, scritti dai suoi autori, quelli che lei ha scoperto, quelli che ha portato in Italia dall'estero, quelli che hanno fatto la storia della collana La Memoria, simbolo del catalogo Sellerio. Ma la memoria è rispetto, e dopo il centesimo volume, le Cronachette di Sciascia, per onorare la memoria dell'amico ormai scomparso, Elvira ed Enzo decisero di tacere al raggiungimento di ciascun centinaio, che semplicemente si saltava: mai più fu pubblicato un numero tondo, nella collana, perché il 100 era di Leonardo. Fino a oggi, che le centinaia sono dieci, e sono tutte per Lei: il numero mille della collana porta il suo nome in copertina, e dentro le firme di Camilleri, Buttitta, Sofri, Nigro, Gimènez-Bartlett, D'Amico, Canfora.

È leggenda, ma mica poi tanto, il fiuto infallibile che Elvira aveva per gli scrittori. Ne trovava uno in due righe, in un commento, e non lo mollava finché lui non ammetteva che sì, aveva un manoscritto nel cassetto. Leggenda – ma mica poi tanto – narra che così accadde con Gesualdo Bufalino, tradito da un brevissimo testo allegato a una raccolta di foto d'epoca e inseguito dalla Signora fino alla pubblicazione -senile- di Diceria dell'untore: subito Premio Campiello. Così accadde con Tabucchi, e con Piazzese, e con Camilleri, addirittura. Così accadde con Recami che, ricorda lo stesso autore, fu rintracciato dall'editrice giusto una ventina d'anni dopo l'invio del manoscritto. Lei lo ricordava il testo, lui che lo aveva scritto no.

 La memoria di Elvira è una lezione: il mestiere di editore si fa così come lo faceva lei, e così soltanto: con la «necessità di pubblicare sempre e solamente con convinzione», è il ricordo del professor Salvatore Silvano Nigro, che di Elvira, anima fiera di una delle poche case editrici indipendenti del Paese, cita una frase:

La casa editrice ubbidisce a se stessa; non ubbidisce a nessuno.

Questo libro è un regalo. Un regalo a lei, forse, e un regalo a chi lo legge, certo. Un regalo, infine, a chi come tutti noi finzionici con le parole scritte ha un rapporto d'amore.

«Leggeva bene», scrive di lei Adriano Sofri, e forse il punto sta tutto lì. Roba che a ogni pagina ti sale la voglia di incontrarla, una donna così. Di uscire dall'acqua e dirle solo grazie, Elvira.

P.S.: il motivo per cui un giorno all'anno mi trovavo nello stesso giardino dov'era la signora Elvira ha gli occhi più belli del mondo e si chiama Elvira anche lei. La scorsa estate in quel giardino lì ha festeggiato il suo matrimonio con Enzo. Sua zia Elvira e suo zio Enzo, per qualche ragione, pareva fossero lì.

Autori vari, La memoria di Elvira, Sellerio, 2015.

Amelia Cartia

M'innamoro di tutto. Parlo troppo, scrivo tanto, leggo un po', dubito di tutto, sbaglio spesso, mi perdo sempre e poi ritento. Cambio strada ad ogni passo, e cambio indirizzo più spesso che posso. Se la vita è un viaggio, sono abbastanza certa d'essere viva.

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