Buon compleanno Hrabal!

Abbiamo ciascuna un libro di Hrabal: Treni strettamente sorvegliati, Ho servito il re d'Inghilterra e La cittadina dove il tempo si è fermato. Ognuna ha letto il suo libro e lo ha letto in posti diversi, in momenti diversi e con aspettative diverse. Quando alla fine ci siamo parlate, ci siamo accorte che stavamo tutte tornando dallo stesso posto: un paesino da qualche parte del centro Europa, dove la gente non ha fretta, ti inizia un discorso, ma poi divaga sempre e poi improvvisa e poi torna a quello che ti stava dicendo, ma intanto ti ha raccontato tutto il resto. Un posto piccolo, ma popolatissimo, dove la gente più è stramba più è reale.

Cento anni fa nasceva Bohumil Hrabal e fondava questo posto, il posto da cui siamo appena tornate.

Treni strettamente sorvegliati lo avevo già iniziato fuori dal treno, una sera a casa, sotto le coperte pesanti che sembrava di essere in montagna quando fuori nevica e il piumino sembra esageratamente pesante, ma non lo è. Pensavo che fosse perfetto per iniziare un libro, però non aveva funzionato, il mondo di Hrabal restava chiuso.

Allora l'ho portato in treno e l'ho letto così. Ho piegato la copertina, che è un segno di confidenza, come la prima volta che tocchi il braccio ad una persona e prima eravate due estranei, ma quando pieghi la copertina o tocchi il braccio tutto cambia. Ho continuato a leggere ed è passato il controllore e io ho pensato che magari anche lui aveva una poltrona foderata come quella del libro o che stampava i timbri sulle chiappe delle telegrafiste, anche se non ci sono più telegrafiste oggi in stazione. Quando sono tornata a leggere, il capomanovra Hubicka aveva la faccia del controllore olandese, mentre Milos era il ragazzo francese magro che teneva la mano alla ragazza di fronte a lui e si parlavano raccontandosi tutto. 

Il rumore dei treni che incrociavamo erano le cannonate che risuonavano lontane, da Dresda che bruciava. I turisti tedeschi cercavo di non guardarli, ma la voce in sottofondo era la voce dei generali e quando involontariamente alzavo gli occhi e li vedevo erano belli, di quella bellezza che ti mette rispetto e ti fa paura e così anche i generali del libro, quelli prepotenti all'inizio e quelli disperati alla fine, erano nella mia mente belli, belli da fare paura. 

E così ho continuato a leggere e il libro è finito in un viaggio, per me Treni strettamente sorvegliati è vissuto solo quelle ore, come se fosse un trattino che va da Amsterdam a Bruxelles o da Praga a Dresda e lì comincia e lì finisce, come se fosse un giglio che subito sfiorisce, il tempo di entrarci dentro e già non c'erano più pagine rimaste.

Allora ho capito che è orribile quando tutta la vita inizia e finisce in un giorno solo.

Bohumil Hrabal, Treni stettamente sorvegliati, Edizioni e/o, 2014

 

Ricordati, figliolo, che la vita quando riesce un poco è bella

C'è questo libro di Hrabal che è una specie come di gioco dell'oca. Immaginate una storia qualsiasi, di un tizio qualsiasi che ha una vita come le altre, solo dove ci succedono cose diverse dalle vostre. Immaginatelo tirare i dadi: tutto quello che ne segue è il racconto di innumerevoli accadimenti lungo il percorso, verso un sogno importante, che è l'obiettivo della vita: il riscatto.

C'è questo piccolo cameriere (piccolo se lo dice da sé) con la sua carriera dall'inizio fino a un giro interessante di alberghi. C'è questo piccolo con la smania di raggiungere il suo sogno, che prende il meglio che può da tutti quelli che incontra. Ho servito il re d'Inghilterra è una storia di servire servire servire finché non si incontra uno che ha servito il re d'Inghilterra. Poi arriva anche l'imperatore d'Abissinia. Allora se uno ha servito il re d'Inghilterra, diciamo, che ha un sacco di cose da insegnare. Dunque, se si impara da uno che ha servito il re d'Inghilterra bisogna essere proprio dei cocci rotti per non imparare benissimo il mestiere.

Il sistema di Hrabal è singolare: a tratti risucchia la mole di fatti in poche parole e a breve giro d'orologio, a tratti la mole di parole interessanti per spiegare fatti piuttosto diretti. Dunque si sta lì, noi e lui, ad aspettare il turno dei dadi e vedere cosa succede. Ci sono delle regole anche qui: nei momenti che sembrano fermi, per esempio, ci si è sbagliati perché l'incredibile diviene realtà. Nei momenti in cui si pensa di essere all'arrivo si torna alla casella 36 (a caso). Però, ecco, immaginate un gioco dell'oca con un sacco davvero un sacco di comparse: il maȋtre che ha servito il re d'Inghilterra l'abbiamo già detto. Passiamo al tale che fa abiti su misura e ha questo sistema per cui sospende come palloncini al soffitto i modelli su cui taglia. Cucchiaini scomparsi, qualche nazista, turni in cui si va spediti grazie a una cravatta presa in prestito o a signorine da soddisfare. C'è un figlio che pianta chiodi come se non ci fosse non dico un domani ma proprio un pomeriggio; per non dimenticare la valigia di francobolli pregiati.

Una partita in va detto anche che tutti, ma proprio tutti, quelli che sono dentro: protagonisti, persone, alberghi, luoghi, tutti, singolarmente, sono già un romanzo. Dovete pensarla così o non se ne esce. Si sa che il gioco dell'oca, anche quando finisce, ha portato nel mezzo molte cose.

A un certo turno ci sono delle uova sode insieme a dei pesci. Che detta così è una passeggiata, ma invece si trovano nascoste nella pancia di alcuni tacchini, infilati dentro a delle antilopi, custodite nella pancia di un cammello. Che se uno ha imparato il mestiere stando dietro a chi ha servito il re d'Inghilterra, vuol dire che ne ha viste.

Bohumil Hrabal, Ho servito il re d'Inghilterra, Edizioni e/o 2014

All'inizio pensavo di raccontare la storia della cittadina, quella Cittadina dove il tempo si è fermato, poi però ho pensato che fra tutti conoscevo meglio mio padre, Franzin, però poi il mio parente preferito è sempre stato lo zio Pepin, allora mi pareva un'ingiustizia non raccontare di quella volta che andava a bere al bar con le signorine, tutto inamidato, a urlare che lui era stato capitano, che lui era un austro-ungarico e come gli austro-ungarici vince sempre, che a lui quando passava la gente gli spalancava le porte e le finestre soltanto per salutarlo e sentirlo sbraitare, e le signorine gli aprivano braccia e corsetti, per vederlo ballare, e non solo. E papà invece era sempre furioso o silente, e quando ho vomitato sullo spinterogeno della moto che per lui era sacra come l'ostia cristiana, quando ho vomitato sullo spinterogeno, non potendo spaccarmi la testa, papà ha preso un martello e ha frantumato il suo orologio da tasca, e non si sa quanti orologi abbia schiacciato in vita sua.
E così non riuscivo a fermarmi dal raccontare le storie di Pepin e Franzin, quelle storie bionde e frizzanti, come la birra della birreria di papà, solo che poi ci hanno mandato via tutti, perché adesso era tutto nazionale, e noi eravamo stati i padroni, e anche se Franzin era stato sempre clemente e sempre dalla loro parte e gentile, peggio! Perché li aveva assuefatti al loro stato di servi della gleba, e quando ci hanno mandato via, Franzin quasi quasi piangeva. E non è che lo zio Pepin abbia retto tanto meglio al cambio di regime, e per fortuna che mio padre Franzin invece poi è diventato un altro. E da quando ha trovato il furgone in mezzo al bosco, così sciolto nella natura, che i fiori gli erano cresciuti sul cruscotto, da quando ha trovato quel furgone, allora era lui, mio padre, a portare in giro lo zio Pepin, sempre più silenzioso e funesto, e lo portava in giro a trasportare la frutta, e l'acqua e le bibite, e la gente, che prima quando arrivava mio padre, a lui le porte gli si chiudevano in faccia, con lui andavano tutti a nascondersi in cantina per tre giorni, da quando si era fissato che doveva montare e smontare il motore della sua moto, ogni sabato e domenica, e a forza di chiamare la gente del paese per quel lavoro sporco, aveva provocato non si sa più quanti divorzi, e invece adesso cominciavano tutti ad aprire le porte anche a lui, perché con il furgone aveva trovato anche una libertà, che prima alla fabbrica di birra nemmeno immaginava. 
E poi il tempo nella cittadina non si era fermato poi tanto, che all'improvviso tutto è cambiato, e lo zio Pepin è finito in una casa dove stava sempre a letto, e non parlava e non vedeva, e Franzin invece era vivo, ma non aveva più le chiavi per il tempo nuovo, che lui ormai conosceva soltanto il tempo morto dietro di lui.

 

Bohumil Hrabal, La cittadina dove il tempo si è fermato, Edizioni e/o 2014

Licia Ambu

Pensa che avere una sola personalità sia uno spreco di spazio. In fase di definizione a ciclo continuo, ama in ordine sparso nonché intercambiabile un sacco di cose.

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