D.T. Max | Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi

C’è un punto verso la fine della biografia di David Foster Wallace in cui l’artista Karen Green, sua futura moglie, bussa alla porta di Wallace per mostrargli un suo lavoro. Mesi prima, quando ancora non si conoscevano, gli aveva chiesto di poter trasporre in tavole illustrate un suo racconto dal titolo La persona depressa. Il racconto si chiudeva senza speranza per la persona depressa di uscire dal suo «terribile e incessante dolore», mentre nelle sue tavole la Green aveva cambiato il finale, facendola guarire dalla sua malattia.

E quando Wallace ammirò il risultato delle fatiche di Karen se ne rallegrò, complimentandosi perché era stata in grado di trasformare il racconto in qualcosa che le persone avrebbero voluto leggere.

Questa invece non è una storia a lieto fine, come già saprete nel momento in cui vi accingerete a leggere questa biografia; una consapevolezza che non vi impedirà per oltre 400 pagine – o almeno così è stato per me – di avvertire quella sensazione che si prova vedendo per l’ennesima volta un film di cui conosciamo già il finale tragico, ma ci illudiamo che possa andare diversamente. «Non è questo l’epilogo che ci si augurava per lui, ma è questo l’epilogo che ha scelto», così l’autore, il giornalista D. T. Max, sceglie di concludere – quasi affacciandosi per la prima volta nella narrazione – la sua corposa e dettagliata biografia di DFW, da lui stesso definita nella lunga sezione dedicata ai ringraziamenti come «uno sforzo congiunto, un esercizio di memoria collettiva».

piccolaLa biografia di DFW è un libro molto onesto sulla fatica di vivere quando si è preda di sintomi depressivi fin dall’età adolescenziale, vittima di attacchi periodici che Wallace intuì presto sarebbero stati una costante della sua vita e ai quali si riferì sempre come alla Cosa Brutta
Un libro ricco di momenti nei quali il lettore affezionato di Wallace potrà rafforzare quella sensazione che provano tutti i lettori affezionati di Wallace di conoscerlo personalmente, di volergli bene come se ne vuole a un amico. È tutto lì sotto i nostri occhi, nelle lunghe lettere che Wallace scriveva continuamente e in testimonianze di parenti, amici, allievi e compagni di vita, ricostruite scrupolosamente da Max, dalle quali emerge il ritratto di una persona straordinariamente fragile e altrettanto intelligente, generosa e divertente in modo raro, desiderosa di essere felice. E nelle esperienze di vita di Wallace – i mesi passati alla Granada House su tutti, ma anche la passione per il tennis e la dipendenza televisiva – al lettore già familiari grazie alla trasfigurazione letteraria nei suoi romanzi.

Ma l’aspetto che più mi ha colpito, forse perché di tutti gli aneddoti che ho sentito sulla vita di Wallace questo è l’argomento che mi era meno noto, è il suo rapporto con la scrittura. Questo infatti è anche e soprattutto un libro molto onesto sulla fatica dello scrivere, che in Wallace è un tutt’uno con la vita, sul rovello continuo di mettersi ogni giorno davanti alla pagina bianca perché la fiction è la cosa che Devi Fare Per Davvero – così la definì in una lettera a DeLillo – ma è anche la cosa più difficile. Lavorare, scrisse a Franzen nel 2006, è come cacare rocce acuminate. Wallace si interrogò tutta la vita, letteralmente fino alla fine, sulla sua scrittura: sui modelli e le scuole da superare (Pynchon e il postmodernismo), sui maestri (Dostoevskij su tutti), sugli scrittori della sua generazione, ma soprattutto sul senso dello scrivere e sul rapporto con il lettore, tema che arrivò ad ossessionarlo. Dai primi anni '90 in poi, durante la stesura di Infinite Jest e ancora di più nei dodici anni nei quali lavorò al suo terzo e incompiuto romanzo, Il Re Pallido, da lui ribattezzato la Cosa Lunga, Wallace si sforzò di allontanarsi dall’ironia fine a se stessa e dall’autocompiacimento che intravedeva nelle sue opere giovanili e in tanta narrativa contemporanea e di individuare un fine nel suo essere scrittore: «praticare il massaggio cardiaco agli elementi di umanità e magia che ancora resistono» e ancora, «parlare di cosa significa essere un fottuto essere umano». 

Wallace non terminò mai la stesura della Cosa Lunga, non riuscì a mettere nero su bianco in modo compiuto l’idea di letteratura che si era formata in lui negli ultimi anni. Solo noi lettori possiamo dire oggi se e quanto la sua scrittura ci abbia praticato il massaggio cardiaco, se e quanto la sua figura ci abbia parlato di cosa significa essere un fottuto essere umano. Forse se c’è un lieto fine in questa storia, come sottolinea Norman Gobetti in una recensione apparsa su L’indice dei libri del mese e riproposta dall’Archivio David Foster Wallace Italia, esso è da cercare nelle sue opere straordinarie e nella relazione di amore che questo scrittore è riuscito a instaurare con i lettori, prima e dopo il 12 settembre 2008.

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, D.T. Max, Einaudi. Traduzione di Alessandro Mari.

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all’alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

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