Dave Eggers | Il cerchio

Su di me, gli acquari non hanno mai esercitato chissà quale attrattiva: già non vado matta per i pesci, in più vederli lì, a girovagare rincoglioniti nell'acqua in mezzo a forzieri dei pirati (seriamente?) e rocce finte, mi ha sempre messo addosso una grandissima tristezza.

Poi ho letto Il cerchio di Eggers, e ho capito di essere ancora più rincoglionita dei pesci in questione: perché se loro, poverini, non hanno certo la potestà di scegliere dove sgranchire le pinne o passare il tempo, io, nell'acquario, mi ci sono deliberatamente e volontariamente trasferita.

Ogni giorno, infatti, annaspo in una boccia dalle pareti trasparenti, esponendomi alla pubblica piazza, denudando ogni aspetto di una quotidianità se vogliamo banale, ma che, per qualche astruso motivo, è comunque valevole di condivisione. E lo faccio, come molti (come tutti?), attraverso i social: condivido quel che mangio, dove sono, cosa faccio, cosa ascolto, che serie TV guardo e cosa penso di quelle serie TV; pubblico foto mie o di amici, parenti, luoghi, e quando sono particolarmente introspettiva dichiaro addirittura quel che penso o sento. E cosa rimane, di mio, solamente a me? Niente; è tutto dietro a quel vetro, tra uno scrigno del tesoro, una stella marina e un filtro di Instagram scelto con cura.

cerchio-eggersDi certo, sarei la dipendente ideale del Cerchio, il colosso aziendale simil Google, Facebook e compagnia "inventato" da Eggers presso cui va a lavorare Mae Holland, ventiquattrenne desiderosa di dimostrare al mondo quanto vale.  La filosofia del Cerchio è facilmente riassumibile in pochi dettami: «La privacy è un furto» e «I segreti sono bugie». Ogni dipendente dell'innovativa azienda deve fare della totale trasparenza il proprio stile di vita: tutti i "Circler" sono infatti schedati, perennemente sorvegliati da telecamere e diavolerie d'ogni sorta, valutati, sottoposti a sondaggi d'opinione ma, soprattutto, spinti a condividere online qualsiasi aspetto del loro quotidiano.

Decisa a ritagliarsi il suo spazio, Mae lavora sodo per diventare una dipendente modello, dando letteralmente se stessa e diventando portavoce di un progetto ancora più ampio: quella della chiusura del cerchio.

Il cerchio è un libro che permette di ragionare sull'era digitale sotto molti aspetti e a vari livelli: in parecchi hanno biasimato Eggers tacciandolo di ingenuità o criticandogli le imprecisioni tecnologiche, ma non è tanto sulle peculiarità di strumenti e dispositivi avanguardisti che è bene soffermarsi, quanto sulle conseguenze alle quali essi hanno portato.  E l'uso di questo passato è proprio il nocciolo della questione, nonché ciò che mi ha causato, durante l'intera lettura, una nausea fortissima e un senso di grande vergogna: il fatto che Eggers non descrive un futuro distopico, bensì un presente, seppur (forse) romanzato e portato agli estremi, quantomai prossimo.

Se da un lato, infatti, Il cerchio solleva il problema dei dati sensibili che quotidianamente diamo in pasto alle aziende con dei click distratti, dell'accesso alle informazioni personali e delle relative conseguenze alle quali ingenuamente ci esponiamo, dall'altro Eggers sottolinea un aspetto ancora più ripugnante, e cioè la nostra volitività in tali dinamiche: il fatto che noi per primi, senza che nessuno ci costringa, ci espropriamo della nostra libertà.

Da quando ho letto Il cerchio, ho praticamente disconnesso la mia vita online; ne sento spesso il richiamo, ma poi penso ai poveri pesci dell'acquario, al vetro e alla sua trasparente intriganza, e a quanto anche noi dobbiamo sembrare miseri nella nostra costante esternazione, nel nostro vociare digitale. Penso a quanto sia triste che «il naufragar m'è dolce in questo mare», a quanto mi vergogni nell'ammetterlo e a quanta paura, dopo aver concluso Il Cerchio, tutto questo mi faccia.

Il cerchio di Dave Eggers, Mondadori 2014. Traduzione di Vincenzo Mantovani.
 

Silvia Dell'Amore

Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo; io dico che lo farà il cioccolato.

2 Commenti
  1. Recensione che mi ha incuriosito verso un libro che, data la mia scarsa propensione a leggere romanzi scritti negli ultimi 15 anni, molto probabilmente altrimenti non avrei comprato.
    E devo dire che l’opera non mi ha affatto deluso. Molto stimolante, ha dato ordine con lucidità ai sentimenti di contrarietà verso i social network che da tempo abitavano la mia mente.
    Quale miglior risultato per una recensione?