David Foster Wallace | Un antidoto contro la solitudine

Se fai parte della gente comune e non hai l'autostima di Napoleone, la sensazione principale che un libro di DFW innesca è l'inadeguatezza. I libri su (e non di) DFW riescono in qualche modo a duplicare questa sensazione. Questo però lo sapete già se avete letto qualcosa di suo, e una raccolta di interviste come Un antidoto contro la solitudine non fa altro che aumentare la cosa.

wallace_conversazioniTra i tanti libri su DFW, minimum fax ha pubblicato non troppo tempo fa Come diventarse se stessi (che avevamo recensito qui), la sbobinatura di una lunghissima intervista fatta da Lipsky. Il titolo italiano è orribile e associato alla copertina fa un po' libretto adolescenziale, ma merita davvero di essere letto. DFW è tra gli autori che hanno potuto sperimentare la sfortuna di diventare più famosi delle loro stesse opere, e libri come Un antidoto e Come diventare se stessi nutrono senza dubbio la nostra vena voyeurista, ma mostrano un lato di Wallace che dalle sue opere non può trasparire. A differenza di tanti grandi, la persona di DFW è per alcuni importante quanto Infinite Jest. Così, come si scopre che nel 1998 aveva detto addio alle note o all'umorismo che caratterizza Una cosa divertente che non farò mai più, allo stesso modo si legge delle sue reazioni allo scrivere verità senza danneggiare gli altri, di come la sua ingenuità gli ha remato contro. In un'intervista sostiene che la letteratura alta mostra cosa significa essere un essere umano: ecco, una volta sfamato il voyeurismo, le interviste raccolte in Un antidoto rivelano cosa significa essere un DFW.

Quando studiavo antropologia lessi che gli studi sugli scimpanzé, presi nel loro insieme, mostravano un fenomeno curioso. Nell'arco di venti o trent'anni è lecito ipotizzare che lo scimpanzé (come specie, come gruppo di individui) non sia cambiato in maniera radicale, eppure chi li osservava era capace di vedere negli anni '60 una società governata dalla pace, ma governata dalla forza bruta negli anni '80. A leggere le interviste si nota qualcosa di simile: c'è un David Foster Wallace impacciato al quale gli intervistatori riservano il trattamento tipo dell'esordiente tanto promettente quanto probabile meteora; poi c'è il DFW di Infinite Jest, ossia quello colpevole dell'aver monopolizzato l'attenzione mediatica; poi ce n'è uno molto simile al primo, ma più stanco e cupo che attira l'attenzione non tanto per ciò che scrive, ma per la grande mente che gli altri hanno definito; e infine l'ultimo raccontato da Lipsky in "Gli anni perduti e gli ultimi giorni di David Foster Wallace", un DFW diametralmente opposto a quello conosciuto nella Cosa divertente che non farò mai più. E la cosa più strana è che alla fine, unendo i lati della personalità che gli intervistatori volevano evidenziare, non sembrano più persone diverse, ma si comprende l'ingenuità del primo nella genialità dell'ultimo, la cupezza di quello del 12 settembre 2008 nella comicità dei suoi paragrafi più divertenti.

 

Un antidoto contro la solitudine, David Foster Wallace, minimum fax 2013

Jacopo Donati

Scrive per Finzioni Magazine e lavora per Bottega Finzioni. Al terzo lavoro con un "Finzioni" da qualche parte avrà la certezza di essere in Matrix o in qualche Truman Show.

1 Commento