David Foster Wallace | Di carne e di nulla

La maggior parte delle cose che leggo su David Foster Wallace in giro per la rete iniziano col dire che scrivere di Wallace è rischioso e difficile e inutile. Temo che questo accada per due motivi principali: il primo è un modo dell’autore del pezzo di mettere le mani avanti qualora, nel suo scritto, dirà cose che non danno valore aggiunto, o sciocche, o superficiali; la seconda è una sorta di imbarazzo, un velo che tende a posarsi sulle cose, e sulle parole, quando si scrive di David Foster Wallace; come una sorta di strato di neve leggerissima, la prima dell’anno, che ricopre tutto e lascia, attorno a sé, la sensazione di un silenzio destinato a durare.
Per quanto mi riguarda anche io inizio questo pezzo con questa premessa e metto subito per iscritto che scelgo entrambe le motivazioni sopracitate.

Di-carne-e-di-nulla-gCi sono scrittori che quando li leggi sembra che siano amici tuoi e ti sembra di riuscire ad entrare nella loro testa. Ecco, per quanto mi riguarda con David Foster Wallace non succede. C’è sempre qualcosa che sfugge, che non ci è accessibile, che non possiamo toccare, e, nel mio caso, questa è solo un’altra cosa che me lo fa ancora di più apprezzare. Mi sento, di fatto, un’allieva di terza elementare che guarda un insegnante con tutto lo stupore di cui è capace, pendendo dalle sue labbra.

Di carne e di nulla, uscito per Einaudi un paio di giorni fa, è una raccolta di saggi, inediti in Italia, che mette in luce – se ce ne fosse stato ancora bisogno – la capacità di Wallace di parlare di qualsiasi cosa.
Non scherzo. In questi scritti, pre e post Infinite Jest, David Foster Wallace affronta, in ordine sparso, diversi temi, con analisi precise, accurate, senza che mai tocchino toni accademici o l’auto-adulazione.
Avete presente la cura con cui una mamma prepara il pranzo a un figlio? Sembra che ogni gesto sia mirato, necessario, posato. Leggendo Di carne e di nulla ho avuto la stessa immagine. L’attività saggistica di Wallace e le sue capacità in questo campo non sono una novità, e nemmeno il fatto che questo genere l’abbia formato e reso quello che è tanto quanto quella narrativa. Eppure mi sono sorpresa del mio interesse verso Terminator 2 e gli effetti speciali, L’Aids, la matematica, un elenco di romanzi americani sottovalutati (e a me quasi tutti sconosciuti), la critica (positiva e negativa) di alcuni volumi, l’analisi di alcune parole, e mi sono sorpresa della capacità di Wallace di raccontarne, della sua conoscenza approfondita delle cose, della cura maniacale, della precisione e della chiarezza con le quali preparava il suo pranzo per me.

Potrei mettermi a citare dei brani, o ad approfondire alcuni temi, o parlare delle bellissime interviste in coda al volume, ma è difficile riuscire a parlare di questo libro così ricco e pieno di spunti, e, soprattutto, non voglio togliervi il piacere di scoprire tutte queste cose con i vostri occhi. Quello che invece vi dico è che più di una volta mi sono scoperta impaziente di chiamare una persona che sento vicina, una persona che ha tre nomi, per dirle “ma tu lo sapevi che..”, oppure “senti questa:” e leggere ad alta voce, con stupore, cose a cui mai sarei riuscita a pensare. Credo che quando un libro fa questo, in qualche modo abbia raggiunto il suo obiettivo.
Mi sono anche ritrovata a ridere, perché Wallace ha davvero una vena ironica e una capacità umoristica a mio avviso invidiabili. E più di una volta ho esclamato ad alta voce “Mio Dio!” perché certe pagine sono semplicemente intoccabili, ed esprimono alla perfezione opinioni e pensieri sulla letteratura e sulla lettura, e sull’importanza e sul tipo di intrattenimento che la scrittura offre allo scrittore:

E, se ritrovi la strada del divertimento, scopri che il doppio vincolo mostruosamente sfortunato del tardo periodo vanesio si rivela in realtà una bella fortuna. Perché il divertimento al quale sei riuscito a tornare è stato trasfigurato dalla sgradevolezza della vanità e della paura, una sgradevolezza che sei talmente ansioso di evitare che quello che riscopri è un divertimento di tipo molto piú pieno e generoso. Ha qualcosa a che fare con il Lavoro come Gioco. O con la scoperta che il divertimento disciplinato è molto piú divertente del divertimento impulsivo o edonistico. O col capire che non tutti i paradossi devono essere paralizzanti. Sotto il nuovo governo del divertimento, scrivere narrativa diventa un modo per penetrare a fondo dentro te stesso e illuminare proprio le cose che non vuoi vedere o non lasci vedere a nessuno, cose che di solito si rivelano (paradossalmente) proprio quelle che tutti gli scrittori e i lettori condividono e sentono, quelle a cui reagiscono. La narrativa diventa uno strano modo di tollerare te stesso e dire la verità, anziché essere un modo per sfuggire a te stesso o proporti in una maniera che secondo te sarà massimamente apprezzabile.

La fotografia a cui penso, quando penso a David Foster Wallace, è tra le sue più famose.
È seduto su una poltrona, ha la sua solita bandana in testa, addosso una maglietta bianca con un rettangolo azzurro e le mani sui braccioli. Accanto a lui c’è una lampada, di quelle che oggi definirebbero “vintage”, con la lampadina a vista. David è tra quelli che non guardano il dito, ma quello che il dito indica; e allo stesso modo, in quella foto, non guarda la lampada, ma qualcosa sopra di lei, qualcosa che dalla lampada è illuminato, e che noi non riusciamo a vedere perché è fuori dal nostro raggio di osservazione.

Ecco, è così che vedo David Foster Wallace, anche alla fine della lettura de Di carne e di nulla: un uomo che guarda più in là e che vede qualcosa che noi non vediamo ancora, che vedremo sicuramente dopo di lui, e che lui ci vuole raccontare.

 

David Foster Wallace, Di carne e di nulla, Einaudi, 2013. (Traduzione di Giovanna Granato)

 

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po’ ufficio stampa, un po’ co-direttore editoriale.

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