David Lipsky | Come diventare se stessi

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Questa frase, presa dal terzo capitolo del Giovane Holden di J.D. Salinger, è diventata veramente popolare quando la Feltrinelli ha decisio di inserirla in uno dei manifesti appesi per le sue librerie. Come diventare se stessi di David Lipsky è una lunghissima telefonata a David Foster Wallace.

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Partiamo con l’unico lato negativo: la copertina è un pugno in un occhio, un pugno ben assestato se si considera che il titolo ha quell’atmosfera a metà tra il self-help e l’adolescenziale. Il titolo originale è molto più bello: Although of Course You End Up Becoming Yourself (tr.: sebbene ovviamente finisci col diventare te stesso).

Ma sono inezie che si dimenticano dopo poche pagine. Il libro consiste nella sbobinatura dei (tanti) nastri che David Lipsky registrò per un’intervista nella primavera del 1996, durante il tour di presentazione di Infinite Jest; è una conversazione continua in cui DFW parla dello scrivere, della sua vita, dei suoi gusti, di tutte quelle cose che avrebbe potuto raccontarti al telefono in una giornata come tante altre. A tre anni dalla morte fa impressione sentirlo fare progetti di vent’anni.

L’ideale sarebbe leggerselo dopo aver finito Infinite Jest (magari dopo aver letto anche La scopa del sistema), perché in questa lunghissima intervista le domande che riprendono temi o scene del libro sono ovviamente tante, ma non è fondamentale perché ogni domanda sul libro si ritorce sempre su DFW, sulla sua persona. (spoiler alert: DFW non è un superuomo e ha mille ansie come tutti noi.)

Il fanatismo (nel senso buono del termine) che circonda David Foster Wallace ha qualcosa di molto feticista. Come spesso accade agli scrittori del suo calibro, un fan non si accontenterebbe mai di leggere e rileggere le opere del proprio autore preferito, ma vorrebbe un pezzettino della sua persona da conservare come reliquia. Tutto ciò è illegale (oltre che disturbante), ma se volete un pezzetto di DFW senza finire in un episodio di Criminal Minds, Come diventare se stessi vi soddisferà.

P.S.
C’è un’introduzione, una prefazione e una postfazione, tutte e tre all’inizio del libro. So che la prassi è “l’introduzione non mi interessa, 34 pagine saltabili”, ma fate uno sforzo e partite dalla prima pagina, senza barare. Non ve ne pentirete.

Jacopo Donati

Scrive per Finzioni Magazine e lavora per Bottega Finzioni. Al terzo lavoro con un "Finzioni" da qualche parte avrà la certezza di essere in Matrix o in qualche Truman Show.

7 Commenti
  1. in che sciocca maniera hanno tradotto il titolo di questo libro, come a voler fare di wallace un santone in bandana…

  2. Al di là delle polemiche intorno a questo libro e su modi e tempi di pubblicazione, che a volte lasciano un po’ il tempo che trovano, questo libro è da brivido. Personalmente amo questo scrittore, il mondo che trasmette e come riesce a incollarti a una sedia per dirti che le cose sono talvolta questione di parallasse (un po’ riduttivo ma il riferimento a Salinger è più che mai azzeccato!). Questo per dire bella brioche 🙂

  3. è proprio da lettore di wallace che trovo la scelta del titolo una trovata infelice…penso di aver ascoltato il suo discorso del 2005 al kenyon college almeno un centinaio di volte senza esagerare, eppure non vi ho mai trovato la volontà, da parte di dfw, di apparire come quello che insegna “come diventare se stessi”…e il titolo italiano di lipsky suggerisce proprio questo. Non lo so, forse sono solo elucubrazione non necessarie, ma questa è l’impressione che ho avuto

  4. Perfettamente d’accordo con te su questo, la polemica a cui mi riferivo non era relativa al tuo commento, se dai un’occhiata sul sito di minimum fax puoi farti un’idea 🙂 Penso anch’io che non volesse apparire così, anzi…

  5. E’ sempre stato un atto commovente e potente, dopo la sua morte, prendere e riprendere in mano un suo libro. Qualche giorno fa ero in libreria, e sul bancone vicino alla cassa, tra i libri sui gattini e su come ritrovare la fiducia in se stessi, c’era questo libro rosso con questo “brutto” ritratto (credo disegnato per l’occasione da un noto artista), l’ho preso in mano e ho sentito una strana sensazione di disagio. Così dopo circa mezzo minuto l’ho rimesso giù. Ma mi fido di Jacopo e seguirò il suo consiglio.

  6. Il bello del libro (ed è una cosa che si comprende a pieno nell’introduzione/[pre/post]fazione) è che è stato scritto da un fan di DFW, un fan non troppo diverso da tutti noi. Non si tratta di qualcuno che vuole spiegarti DFW, ma di qualcuno che ha la stessa voglia che abbiamo noi di scoprirlo.

    La copertina è un deterrente non da poco. Normalmente le copertine di minimum fax sono fini, mentre questa mi lasciava in bocca un sapore da 3MSC. Il contenuto del libro, però, (ché poi è il contenuto del libro ciò che conta) quello è bello e interessante.