Dawn Powell | Café Julien

«Per quale motivo la gente viene qui?», ribatté Ricky.
Philippe si soffermò per qualche istante a ponderare la domanda. «Perché ci viene da sempre», rispose. 
«E per quale motivo c’è venuta la prima volta?».
«Nessuno viene mai al Julien per la prima volta», rispose Philippe.

 

Potrei stare qui a citare la grandezza di un’autrice tra le più rappresentative del suo tempo, ingiustamente dimenticata e fortunatamente riportata in auge negli anni Ottanta da Gore Vidal; potrei decantare il suo humor irresistibile e lo sguardo acuto su una società che l’ha vista intrattenere i rapporti più insoliti con le avanguardie espressionistiche sue contemporanee (Jackson Pollock, Willem de Koonig ma anche scrittori come Dos Passos e Hemingway).
Ma la nuda verità è che ciò che mi ha spinta a strappare con tanta decisione Café Julien dagli scaffali della libreria sono stati i miei sentimentali, acritici, stereotipati gusti letterari: un titolo dal sapore così francese, una copertina così vintage, allusiva alle atmosfere sature di intellettualismo e arte tipiche dei caffè di una volta… insomma, pane per i denti di una nostalgica dei tempi d'oro della Ville Lumière come la sottoscritta.

Eppure qui non siamo a Parigi, ma a New York; i cosiddetti Roaring Twenties continuano a vivere nello sfavillio della loro memoria, ma sono ormai lontani – ci sono state una crisi economica e una guerra nel mezzo; e gli artisti… beh, gli artisti, questa nuova bohème famosa e biasimata «per il suo crogiolarsi in un’euforia da classe media a base di mobili neo moderni, soggiorni con la tv, grigliate della domenica, scotch blended e tv dei ragazzi».
E sapete che vi dico? Mi piace pensare che, dietro qualche bicchiere di troppo di un superalcolico scadente, la cara vecchia Dawn avrebbe sogghignato soddisfatta di una lettrice sprovveduta come me, preda perfetta per la demistificazione spassionata di un intero mondo

café-julien2Artisti falliti che vivono della gloria postuma di un collega; ricche che si fingono povere per soddisfare le componenti più brutalmente sessuali del loro presunto mecenatismo; omosessuali repressi che crescono figlie bruttine e si affannano in lotte familiari nel tentativo di piazzarsi nella migliore società del Village; tuttologi ignoranti, critici d’arte accuratamente selezionati per la loro incompetenza, organizzatori di party mal riusciti e vittime di amori tormentati: non manca proprio nessuno in questa galleria di personaggi che sembrerebbe non avere altro comune denominatore se non l’amore per la luccicante città che li ha accolti e soprattutto lui, il vero protagonista, il Café Julien, «una sorta di stazione di transito dove costoro avevano la possibilità di indugiare, perdendo tutti i treni e i battelli che volevano, rimandando la decisione finale di andare da qualche parte o di fare qualcosa, finché non c’era più bisogno di decidere niente», solo luogo all’interno del quale ciascuno di essi sembra ritrovare il barlume di una personalità.

Perché Café Julien ci fa tanto ridere? Perché la penna della Powell è meravigliosamente spietata, tanto quanto la sua prospettiva è arguta. Perchè di fronte a personaggi macchiettistici come la nobilotta snobbata e in bancarotta Elsie Hookley e il ricco e paranoico fratello Wharton, ciascuno emblema dei vizi di una classe sociale irrimediabilmente in declino, o ai capricci dell’insaziabile amante – in tutti i sensi – degli artisti Cynthia Earle (che tanto ricorda Peggy Guggenheim, come sottolinea Natalia Aspesi nell’introduzione) non si può restare indifferenti. Perché le descrizioni di un luogo in cui i camerieri, «individui schietti e contegnosi […] erano convinti che il loro primo dovere fosse quello di proteggere il caffè dai clienti» è così folkloristica da mettere gioia di vivere. 
Ma soprattutto perché Dan Powell è esattamente come noi, spettatrice consapevole di un mondo di cui ha ben presenti i limiti, le ipocrisie, la vanità di fondo, ma del quale rimane comunque innamorata. Perché è l’arte, in primis quella della scrittura, a dare un senso a questa caoticità scoordinata, all’accozzaglia di soggetti improbabili. E il Café Julien ne è la metafora perfetta: nello sfavillio dei suoi interni, tra le risatine di Philippe e i beveraggi troppo costosi, ogni personaggio conquista la sua identità, ogni evento un significato, ogni relazione una profondità. 

È così che funziona. E poco importa che al di fuori di quelle quattro mura, nel grigiore della realtà, ci si incroci senza riconoscersi. Ciò che conta è che da qualche parte nel mondo ci sia un luogo che ci ricordi chi siamo e perché, in fondo, per quanto infarcita di bugie, sotterfugi, velleità e delusioni, la vità non è poi così male.

Dawn Powell, Café Julien, Fazi Editore, traduzione di Silvia Castoldi, 2015

Oriana Mascali

Abusa come se non ci fosse un domani dell'espressione "come se non ci fosse un domani". Specializzata in letteratura francese per aver scoperto troppo tardi gli americani, ha una sola certezza nella vita: avrebbe voluto essere Francis Scott Fitzgerald, ma non lo è. Peccato. Comunque le sarebbe andata più che bene anche Sylvia Plath.

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