Emmanuel Carrère | L’avversario

Per capire che ci si trova davanti a un vicolo cieco non c’è bisogno di imboccarlo e spingersi fino alla prima curva.

La scorsa notte non sono riuscita a dormire. Ho finito L’avversario, il libro di Emmanuel Carrère uscito da poco per Adelphi, e sono stata sveglia in preda a molti pensieri. Non c’è niente che mi spaventi più delle bugie. Sono in grado di sopportare la cattiveria, la vigliaccheria, ma la menzogna, la capacità di mentire, di farlo volutamente e di riuscire a farlo nel tempo, sono cose che non riesco ad affrontare. Questo libro è un libro di bugie e ha, al suo centro, una menzogna così grande da lasciarci in silenzio senza sapere cosa fare. E il silenzio si fa ancora più grande quando ci rendiamo conto, di nuovo, che la storia che abbiamo appena letto è una storia vera.

b0e88a92c93c0e450ab112ce5c9616ef_w_h_mw650_mhNel 1993 Jean-Claude Romand, un francese di 39 anni, uccide la moglie, i due figli, i genitori e il cane, dopo che per 18 anni ha mentito a loro e a tutta la comunità sulla sua vita. Per 18 anni si è finto prima studente di medicina, poi medico, responsabile di un gruppo di ricerca all’OMS di Ginevra. Inizia tutto con una piccola bugia, solo che si spande a macchia d’olio e Jean-Claude Romand non è più in grado di fermarla. Più prova a districarsi nella vicenda in cui si trova, più crede che solo una nuova bugia possa farlo uscire da quella precedente.

Emmanuel Carrère si trasforma in un moderno Truman Capote ed entra nella vita di un assassino, iniziando con lui una corrispondenza che spera possa sbrogliare le domande che gli ronzano in testa da quando ha letto della vicenda, domande a cui forse è impossibile rispondere: come può un uomo mentire a tutti per 18 anni? Come manteneva un’intera famiglia? Come riusciva a sopportare il peso della colpa? Cosa faceva nelle lunghe ore in cui tutti lo credevano in ospedale? Il punto è che qui, a differenza che in A sangue freddo, non abbiamo di fronte solo un assassino che uccide un’intera famiglia. Qui la famiglia è quella dell’assassino. E il movente del delitto non sono i soldi, ma l’incapacità di vedere lo sconcerto, la delusione, la disperazione, sul volto delle persone che ama, non appena la grande bolla di falsità sarà scoppiata.

Carrère è incredulo ma imparziale. Ci racconta una storia che ha dell’assurdo e che ci sorprende totalmente quando ci rendiamo conto che a differenza delle solite bugie, che solitamente nascondono una verità reale, per quanto dolorosa o assurda, qui la menzogna non è finalizzata a coprire niente. Non c’è una seconda vita, un altro lato della barricata. Romand passa le giornate a camminare nei boschi, o in stanze di albergo a guardare la tv. Nemmeno alla sua amante, una donna di cui si innamora negli ultimi anni prima della tragedia, riesce a dire la verità, perché di fatto una Verità non esiste, esiste solo la menzogna.

Finito il romanzo mi è venuto in mente Uno, nessuno, centomila di Pirandello. Solo che ne L’avversario non esistono i centomila. Esiste solo la dicotomia Uno/Nessuno e non si sa quale sia l’Uno, se il finto medico o l’uomo tormentato dall’incapacità di essere qualcuno, perché entrambi sono Nessuno, vivono in un limbo destinato a non esistere totalmente. E la cosa che davvero mi ha mandato ai pazzi è che, sebbene Romand sapesse da sempre che prima o poi la tavola si sarebbe ribaltata, l’evento che scatena la tempesta è il primo atto Reale che compie nella sua vita. Al consiglio scolastico dell’istituto religioso dei figli difende il preside invischiato in uno scandalo sentimental/sessuale con un’insegnante. È forse una delle prime volte in cui si impone con un’opinione Sua, una posizione reale, ed è il La che scatena il Quarantotto, perché esponendosi alla vita comune, quella che divide con altre persone, permette in qualche modo agli altri di entrare nella sua vita fittizia. E basta una telefonata all’istituto in cui lavora per scoprire che nessun Jean-Claude Romand lavora all’OMS di Ginevra.

Esattamente come aveva fatto con Limonov, caso letterario dello scorso anno, Emmanuel Carrère racconta con una scrittura equilibrata e pungente una storia vera. Ne definisce i contorni senza mai calpestare troppo il terreno che ci mette davanti, lasciandoci anzi il diritto di sporgerci all’interno, mettere il naso dentro alla porta, nell’irresistibile tentazione di vedere cosa c’è dentro.

L’avversario è un libro semplice ma crudele, un libro sulla capacità, o l’incapacità, di guardarsi allo specchio, sugli errori dai quali spesso le persone non imparano e sulla falsa illusione di poter proteggere, con le bugie, le persone che abbiamo accanto. Ed è un libro che ci costringe – nel nostro piccolo – a chiederci chi vogliamo essere davvero, se vogliamo essere realmente toccati e conosciuti da qualcuno e che ci insegna che le azioni che compiamo hanno delle conseguenze, non importa quanto, come struzzi, proveremo a nascondere la testa nella sabbia.

Eppure non sono mai riuscito a parlare… E quando rimani incastrato in questo ingranaggio, per non deludere, la prima bugia chiama la seconda, e poi vai avanti tutta la vita.

Emmanuel Carrère, L'avversario, Adelphi, 2013 (trad. Eliana Vicari Fabris)

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po’ ufficio stampa, un po’ co-direttore editoriale.

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