Enzo Gaiotto | Solo me ne vo per la città

(Photo Credit: Enzo Gaiotto, Silhouette n° 3, 1986)

Il bello di alcune storie è che basta sentirsele raccontare per renderle meravigliose e uniche al mondo. Solo me ne vo per la città è l‘esempio di come un libro possa diventare un intimo racconto, quasi una conversazione privata che Enzo Gaiotto ha voluto mettere nero su bianco con il solo scopo di emozionarci, di smuoverci l’animo e riportarci ai tempi in cui nonna ci teneva in braccio e ci raccontava la più semplice eppur felice infanzia.

copSMNVPLC-1-400x584Forse in pochi lo riconoscono, ma la mia generazione ha avuto la fortuna di crescere con persone anziane ricche di storia. Nulla da togliere ai futuri nonni, sapranno sicuramente raccontare altrettanto di interessante e anacronistico, ma i progenitori della maggior parte dei miei coetanei sanno perdersi in descrizioni di episodi così lontani nel tempo che a starli a sentire pare proprio di viaggiare in un’altra galassia lontana secoli e secoli fa. Solo me ne vo per la città è come una nonna affettuosa che ti prende fra le braccia e comincia a raccontarti tutto ciò che è successo nella sua vita senza dimenticare, però, tutta la preoccupazione di un figlio che assiste un genitore gravemente malato. Ogni capitolo, infatti, alterna la voce della madre a quella del figlio, narra di come una vita turbolenta degli anni Quaranta poteva sembrare migliore grazie al vero amore che rendeva tutti così invincibili, anche di fronte alla guerra e alla bombe, e di come il presente, al contrario, possa sembrare così complicato nonostante gli agi alla portata di tutti.  

Dovreste sapere, quindi, che leggere Solo me ne vo per la città è un po’ come continuare ad accendere e spegnere l’interruttore della luce: i capitoli più illuminati luccicano del bagliore dei colpi di cannone dai quali Annina e Toni cercano di scappare insieme, abbracciandosi e crescendo un bambino; i capitoli più bui sono tutte le preoccupazioni del figlio cresciuto che una volta adulto non ha saputo tenere le redini della propria famiglia come al contrario aveva saputo fare la madre decenni prima, facendo nascere così capitoli difficili dove l’unica speranza è rappresentata da quelle stelle indifferenti che continuano a brillare sopra l’ospedale nonostante l’arrivo della fine.

Enzo Gaiotto usa parole semplici, non si perde nella complessità della narrazione e forse è proprio il suo stile e questo affidarsi alle pagine che mi ha colpito di più e mi ha lasciato sorvolare su alcuni passaggi forse fin troppi ingenui, lasciando nel cuore quella gioia di quando nonna si confidava con te e ti raccontava di come era riuscita, da bambina, a prendere un libro di nascosto in chiesa, di come nonno era così bello da giovane e poi invecchiando era un po’ peggiorato, di come nonostante tutto ancora lo amasse come il primo giorno, nonostante le fatiche della guerra e dell’agricoltura, quando la mattina l’obbligava a svegliarsi presto per preparargli la colazione prima di scappare nei campi dove sgobbava fino al tramontare del sole.

Quando la semplicità era una qualsiasi reazione spontanea che non si aveva paura di affrontare.

Enzo Gaiotto, Solo me ne vo per la città, Las Vegas edizioni, 2014

Nellie Airoldi

Cresciuta in campagna in mezzo ai libri e ai taccuini, ha imparato che nella vita si conosce una persona solo quando la si porta ad un aperitivo perché, diciamocelo, davanti ad un buon vinello nessuno può mentire, soprattutto se vicino c'è anche una fetta di polenta.

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