Etgar Keret | Sette anni di felicità

In un bellissimo racconto di Nathan Englander che si intitola Gli acrobati viene narrato del nonno di un personaggio, Gronam il Bue, che riesce a salvare La Festa delle Settimane semplicemente cambiando il nome delle cose. Manca la panna acida, e Gronam il Bue decide che l'acqua diventa panna acida, risolvendo la questione della penuria dell'ingrediente e salvando la festività. Anche il nipote, Mendel, decide di fare la stessa cosa non appena nella sua cittadina, Chelm, viene costruito un muro e non appena tutto quello che è dentro il recinto diventa il Ghetto. Le sofferenze e le sottrazioni sono così tante che l'unico modo per colmarle, accettarle e superarle è chiamarle in un altro modo. Lo schifo viene chiamato Speranza, e il Dolore diventa Latte Materno. La nuova parola cambia l'ontologia dell'oggetto, trasformando anche chi quell'oggetto lo tocca.

Mi è venuto in mente questo racconto non ho appena ho chiuso Sette anni di felicità (Feltrinelli), l'ultima splendida raccolta di racconti di Etgar Keret, e non solo perché Nathan Englander e Etgar Keret sono amici, e nemmeno solo perché entrambi sono scrittori nati a cavallo tra gli anni '60 e '70 che raccontano storie di ebraismo. 
C'è qualcosa di più, che scava più a fondo, ed è il bisogno di raccontare le cose in un modo diverso e nuovo, un modo che ricorda Mendel, Gronam il bue, e il loro trucco di cambiare le carte in tavola. 

sette anni di felicitàSette anni di felicità è un libro fatto di 36 brevissimi racconti divisi in sette scatole, gli anni del figlio Lev, nato nel bel mezzo di un attentato a Tel Aviv.
Il libro si apre con la nascita di suo figlio Lev e si chiude con la morte di suo padre Efraim. Tutto quello che c'è in mezzo è la vita così come è successa allo scrittore: Un figlio che cresce, uno scrittore che viaggia, un padre che muore, una guerra che continua. I sette anni del figlio sono la bussola che guida i lettori attraverso i 36 racconti, sono una mappa, la linea che unisce i puntini.
Keret, in questo lasso di tempo, volente o nolente si definisce come padre, come figlio, come scrittore e come ebreo. Quello che riesce a fare, a differenza delle persone che si svegliano e si ritrovano invecchiate senza sapere come sia potuto succedere, è accorgersi di quello che sta succedendo nel bel mezzo degli anni che scorrono, nel bel mezzo della vita che accade, raccontando tutto in questo libro divertentissimo.
Sì, divertentissimo. Cosa ci sarà da ridere della guerra in medioriente? E cosa della morte? Come riesce a parlare con ironia di temi tanto tremendi e ad essere così pungente?
Hanno fatto questa domanda a Keret dio solo sa quante volte e lui ha risposto così: "Quando si vive a lungo in una condizione anomala come quella mediorientale, diventa normale. Un po' come andare al polo e chiedere a un eschimese com'é il tempo, per lui è bello e per te fa un freddo cane".
Ineccepibile.

Se mi chiedessero di parlare della mia famiglia sterminata nella Shoah, probabilmente me ne starei seduta davanti a un foglio bianco cercando di non scrivere solo parole macabre, e sicuramente non ci riuscirei. Se dovessi raccontare di mia madre bambina, che si infila nei buchi strettissimi per evadere dal ghetto di Varsavia e ritornare con un po' di cibo per sfamare i miei nonni, troppo adulti e grossi per riuscire a passare in quelle fessure, state certi che non mi metterei a raccontare di una casa comprata in Polonia, larga un metro e mezzo e alta fino alla fine del palazzo, che mi faccia però sentire a casa, con i piedi trasformati nelle radici che sapevo di avere ma che non avevo mai toccato davvero. E se mi chiedessero di raccontare dei bombardamenti, di un allarme aereo che scatta mentre sono in autostrada, mi verrebbe in mente tutto, ma non della capacità di inscenare un sandwich di pastrami umano, per convincere mio figlio a sdraiarsi a terra, sopra sua madre e sotto di me, aspettando che tutto passi. Certo, lui è uno degli scrittori contemporanei più acclamati, io no. È questo che fa la differenza, ma mi piace continuare a stupirmi.
Questi sono solo un paio di esempi di come Keret possa ribaltare il tavolo e tutto quello c'è sopra. Dà un nuovo nome alle cose, in un modo diverso rispetto a Mendel, non reale, bensì emotivo. Ridefinisce le cose per renderle più chiare, per sopportare meglio la paura e il dolore, e per vivere appieno la felicità e quella malinconia bella, che ti prende quando sai di star vivendo una cosa che ti mancherà, come la bellezza dolcissima e autentica di tuo figlio che cresce accanto a te, nonostante le bombe in lontananza.

Etgar Keret, Sette anni di felicità, Feltrinelli, 2015

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po’ ufficio stampa, un po’ co-direttore editoriale.

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