Francesco Pecoraro | La vita in tempo di pace

Non so perché e non so da quando, ma so è che così. Ho un problema con i libri grossi. Non sono in grado di individuare il motivo (o il titolo) scatenante e forse, come in analisi, dovrei scavare dentro di me per individuare il trauma, e intervenire. Fatto sta che, salvo poche e timide eccezioni, da un paio d'anni dribblo tutte le letture quantitativamente impegnative. Voglio libri che finiscano in fretta, che mi coinvolgano subito e che eventualmente possa mollare senza rimpianti (visto che in un modo o nell'altro ritornano). È stato con questo stato d'animo che ho tentato la lettura di La vita in tempo di pace.

PECORARO Tempo di pace.inddRapportarmi con la versione digitale di cinquecento e più pagine non ha attenuato il disagio, ma avevo bisogno di mettermi alla prova. Terapia d'urto. Cominciando il romanzo di Francesco Pecoraro, ho subito pensato che fosse troppo grande e troppo complicato, per me. Avrei ammesso candidamente la mia stupidità e già mi vedevo formulare elogi disinvolti per sottili letture da spiaggia, argomentando fantomatiche scelte di vita, desideri di leggerezza. Procedevo, però, e il libro continuava a mettermi di fronte ai miei limiti. Pecoraro scrive strano, non si capisce chi parla, ogni tanto c'è la prima persona, ogni tanto un narratore onnisciente. Ma soffermarsi su queste scemenze tecniche è sintomo di volersi tirare indietro, di trovare scuse. Così mi sono affidato totalmente nelle braccia dell'autore. E mai scelta fu migliore di questa.

La storia dell'ingegnere Ivo Brandani è la storia di una vita intera. Al punto che alla fine hai l'impressione di conoscere personalmente questo straordinario personaggio. Sì, perché il merito primo di Pecoraro è quello di aver dato forma e voce a un personaggio indimenticabile. Ne leggevo i pensieri, i ricordi, e man mano imparavo a conoscerlo, a confrontarmi con lui e a volergli bene, realizzando l'esistenza di un sorprendente legame fra di noi.

Brandani pensa che le hostess siano solo bucce di donne che non ci sono più, che sono andate altrove, oppure sono morte, involucri come conchiglie senza più mollusco, magari belle, ma vuote. Oppure femmine con dentro un paguro, al posto dell'anima originaria. Questo perché, per quel che ne sa – ne ha conosciute un paio, anni fa, una delle quali con grandi tette dela consistenza del budino Elah – nell'hostess in pausa o in vacanza non ricompare una donna intera, ma solo una parvenza. Resta sempre una patina indelebile di hostessità noncurante, come uno strato desolante di cellule relazionali morte.

Come si fa a non ascoltarlo, l'ingegnere Brandani? Anche quando parla di argomenti tecnici, respingenti, di cui non so nulla e che di primo acchitto mi fanno sentire ignorante, e poi cretino, dal momento che non riesco a riconoscerne la poesia, non capendo immediatamente da dove proviene la passione pura che anima discorsi sui batteri, sulla pesca subacquea, sugli aerei da guerra, sulla costruzione dei ponti, sulle barche a vela. Io di queste cose non so nulla, eppure pagina dopo pagina sto lì attaccato a leggere cosa significhino tutte queste cose per Brandani, dandogli fiducia, sperando che tramite di lui possano poi significare qualcosa anche per me. Perché lui ha sessantanove anni, ma imparo a conoscerlo anche quando ne aveva venti, trenta, sedici. C'è un Brandani per ogni momento della vita e ognuno di essi sembra essere straordinariamente in sintonia con me. Ma non è banale immedesimazione, è qualcosa che va oltre, è un contatto segreto e magico.

È sicuro che la parola nottata ha un significato diverso dalla parola nottenottata è uno svolgimento, un'epica del tempo dell'oscurità. Nottata è quando non dormi, o non puoi dormire, è quando lavori tutta la notte, è la notte in cui qualcuno lascia la vita… Quando Madre morì, quella fu una nottata. Nottata è un turno al timone di una barca che naviga tra queste isole, è una notte sul sacco a pelo sul ponte di una nave. Nottata è quando fai l'amore ancora una volta e poi uscire a cercare qualcosa da mangiare e poi tornare in camera, vi chiudete dentro e lo fate di nuovo e pensi "questo non mi dovrà mai mancare". 

I racconti sulla Citta di Dio, sulla Città di Mare. Personaggi meravigliosi e nitidi, ancora in movimento e pulsanti nella mia mente, come De Klerk e Sabina, Marcella. I colleghi di lavoro invidiosi, i compagni dell'università idealisti e rivoluzionari. I pre-adolescenti spietati, le botte in cortile per avere rispetto e diventare Uno-che-mena, le partite a pallone nell'eterna condizione di pippa. E l'innamoramento in spiaggia, la silenziosa lotta all'ultimo sangue tra ragazzi per mettersi in evidenza davanti all'oggetto del desiderio. Gli interrogativi sulla vita trascorsa alle spalle, la morte vicina, gli errori del passato che nella solitudine senile appaiono come giganti vittoriosi e bonaccioni. Il tutto con una scrittura quasi epica, perché non c'è niente di più epico se non la vita stessa. Una vita normalissima, quella di Ivo Brandani, che proprio per questo è la vita di tutti.

Non riesco a dimenticare la vita di questa persona inesistente, perché non è una vita, ma la vita. Esatto, sì. Credo che il risultato ultimo del romanzo di Pecoraro – ciò che lo rende un'opera magnifica, un'opera letteraria – sia proprio questo: l'aver dato forma e credibilità a un'esistenza. Aver creato una vita. Una cosa del genere non si ottiene con facilità e non si ottiene spesso. Per questo devo ringraziare Francesco Pecoraro, e per questo La vita in tempo di pace è uno dei migliori romanzi che ho mai letto. Dicevo all'inizio che per scovare il motivo del mio rigetto verso i libri grossi mi serviva un'analisi, una terapia d'urto. L'urto c'è stato, e anche forte. Così ora ho capito che per poter riaffrontare senza paura i libri grossi dovevo solo incontrare un grande libro. Che mi ha tolto il disagio, e mi ha dato la possibilità di vivere la vita di un altro come fosse la mia.

 

Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie, 2013.

 

 

 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

3 Commenti