Gabriele Di Fronzo | Il grande animale

Il dettaglio artificioso è ciò che rovina un’opera, di qualunque tipo essa sia. Dal trucco maldestro del mago al romanzo che non funziona passando per la CGI da quattro soldi al cinema, ogni rappresentazione della realtà, a prescindere dalla sua pretesa di realismo, crolla alla frase: «Si vede che è finto!».

Quale sfida allora richiede più maestria del simulare la vita là dove non c’è più? E quanto si complica la faccenda quando alla verità più drammatica e definitiva dell’esistenza si somma il desiderio umano di non crederci, di fare resistenza, di prolungare (almeno) movenze e colori – in breve: parvenze di vita – laddove c’è soltanto rigidità, assenza e buio? Quale difficoltà incontra l’essere umano che si sente domandare, di fronte alle spoglie di un essere che fu: «Me lo può far sembrare ancora vivo?».

Il tassidermista imbalsama animali: rimuove dai loro corpi morti quanto c’è di organico, di caduco e di deperibile, lavora le pelli affinché resistano immutabili allo scorrere del tempo e, dopo aver donato nuova sostanza con plastilina e vigore artificiale a membra disossate e svuotate di ogni sostegno, elargisce nuova “vita” grazie alla posa e all’ambientazione. Attraverso un processo meticoloso di ricostruzione, egli rende ai committenti dei veri e propri simulacri di vita, attento a non compiere errori che trasformino il lavoro svolto in un coacervo di dettagli artificiosi, segnali di falsità e irrealismo.      

L’opera prima di Gabriele Di FronzoIl grande animale, edito da Nottetempo – è un vero e proprio inno al rispetto della verosimiglianza. Il protagonista e voce narrante, Francesco Colloneve, è un tassidermista di professione alle prese con una delle grandi sfide della vita: la malattia degenerativa di un genitore, nel suo caso del padre. Costretto a conviverci per accudirlo e sostenerlo, Colloneve trasferisce il suo laboratorio nell’appartamento, iniziando così un’opera di bizzarra quanto drammatica commistione tra il suo lavoro di tassidermista e la veglia del padre morente. Uomo misurato e preciso, silenzioso e dall’etica professionale inflessibile, il protagonista del romanzo pare egli stesso un simulacro di vita, un morto che finge di vivere. Il suo passato è pieno di ferite, probabilmente violente, da cui egli stesso – salvo rari casi – si è allontanato e di cui preferisce non proferir parola.

«[…] faccio tutte le resistenze che posso alle richieste di impagliare animali in atteggiamenti da manfrina, con artigli all’attacco e fauci spalancate, piume stirate oltre il vero e code imbizzarrite, non mi va insomma di infavolarli, di metter loro da morti il vestito della domenica» dice Colloneve a proposito del proprio lavoro. Ma così è anche la sua vita, in cui spicca la mancanza di emozioni calde, relazionali e organiche. Leggendo il libro di Gabriele Di Fronzo non si ride mai. Mentre i capitoletti brevi composti di parole affilate e precise – fredde come bisturi – scorrono via verso il finale, tragico e al tempo stesso profondamente metaforico, assistiamo alle difficoltà che il protagonista incontra non tanto nel trattare il difficile caso del serpente da imbalsamare, quanto nell’avere a che fare con le emozioni primarie dell’esistenza.

Il grande animale è un libro liminale, di confine, quasi una non-storia che tratta della morte, del suo arrivo, del suo passaggio e della sua accoglienza. Ancora una volta, anche di fronte alla fine del padre e di tutto ciò che esso ha rappresentato, Francesco Colloneve si affida alla tecnica e si dà al trattamento (leggasi: rituale). Una lavorazione necessaria affinché la superficie separativa, la pelle – oggetto principe del lavorio tassidermico – resti intatta e preservata e non mostri in modo artificioso il vuoto interno riempito di plastilina.

Gabriele Di Fronzo, Il grande animale, Nottetempo, 2016.

Danilo Zagaria

Biologo torinese non praticante, accumula libri e qualche volta li legge. Ogni tanto corre, meno spesso scrive.

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