Gianni Mura | Non gioco più, me ne vado

Nel 1956 il Giro D’Italia passa da Salò, il paese in cui sono nata. È la tappa numero 22. A Salò, in cima a piazza Vittorio Emanuele II, la strada si biforca. La gente è disposta lungo quell’ovale che tutti chiamano Fossa, per vedere arrivare i campioni. Charly Gaul, il lussemburghese che quell’anno il Giro l’avrebbe vinto, lui che era stato il protagonista di quell’impresa eroica e storica sul Monte Bondone, a metà della piazza con una mano prende la borraccia e beve. È affaticato, stanco, ma continua a pedalare mentre si disseta fino all’ultima goccia possibile. Quando è vuota la getta a terra; è diventata un peso inutile. La borraccia cade ai piedi di un bambino di sette anni, che guarda con occhi sognanti le biciclette passare, i ciclisti sfrecciare via. Neanche se ne accorge, della borraccia ai suoi piedi. Il padre del bambino invece la vede, la raccoglie, la porta a casa. Quel bambino di sette anni era mio padre, suo padre mio nonno. La borraccia di Charly Gaul è ancora da qualche parte in soffitta, pare. Nonno mi ha promesso che è mia, non fa che dire che nel testamento scriverà di darla a me, insieme al giradischi.

Non-gioco-piu-me-ne-vadoNon sono mai stata una grande appassionata di ciclismo, e nemmeno di calcio. Mi innamoro però quasi ogni giorno delle belle storie, quelle raccontate bene, e avere tra le mani 480 pagine scritte da Mura è l’equivalente della vigilia di Natale per un bambino di sei anni. Fai presto a dire cinquant’anni; quando vedi tutto quello che Mura ha visto e raccontato ti viene da avvicinare le ginocchia al petto e stringerti nelle spalle e stare zitta e ferma immobile. Ma non è mica il “quanto” il punto, è il “come”, proprio come nelle storie d’amore. Lirismo è una parola che io ho sempre sopportato poco, eppure la poesia nei pezzi di Mura è così evidente da diventare essenziale. Ha incipit da scrittore che potresti trovare all’inizio di un bel romanzo, e non è mica vero che se uno scrive, poco importa se poi lo fa per il giornalismo o per la narrativa. È quel “come” che fa la differenza, e quando devi raccontare una sequenza di fatti che portano a un risultato, e sai che ti vengono richiesti numeri, avvenimenti, statistiche, tutto diventa di sicuro più difficile.

Il valzer degli addi non ha un sottofondo di violini, al Tour. E nemmeno lo illuminano immensi lampadari in uno sfavillio di cristalli. Nessuna bella donna saluta agitando fazzoletti ricamati. Il valzer degli addii, al Tour, ha un contrappunto di frenate, di urla, di clacson.

 

M’illumino di Pantani, che arriva sotto l’acqua con dietro i fari ballonzolanti delle grosse moto. Ma sì, illuminiamoci un po’ tutti di Pantani, che scuote dalla fondamenta questo Tour torbido, che schianta Ullrich come fosse un gigante di cartapesta, che si veste di giallo, che ridà grandezza e dignità al ciclismo e dunque anche a questo Tour malato e maldisegnato.

Non me ne vogliano i calciofili, le pagine che stringono il cuore sono quelle su due ruote; o forse adesso è la mia emotività che parla. Quando Gianni Mura scrive di Coppi e di Bartali, di Eddy Merckx e di Felice Gimondi, la musica si abbassa per fare in modo che il silenzio renda tutto più chiaro e accessibile. Dedico un periodo nuovo a Marco Pantani perché i pezzi più belli sono questi, quelli dedicati al Pantadattilo, che cade, si rialza, e poi ricade per non rialzarsi. Non un briciolo di malinconia spiccia, nei pezzi di Mura, ma una durezza che cela una tenerezza immensa, un amore maturo che sa vedere nelle pieghe e negli angoli, nelle zone d’ombra, e che quando vede quelle che vorrebbe vedere sempre, non riesce a frenarsi: “Pantani primo e solo. Uno di quei giorni, di quelle imprese che restano dentro. Più che un ciclista, Pantani è un’emozione, un giro più veloce del sangue, un soffio sul cuore”. Mai che un innamorato mi abbia dedicato righe così.

Si va avanti e indietro, in questo libro; nel tempo e nelle pagine. Solo una piccola parte racconta di un tempo che ho vissuto. Il resto è come una favola da ascoltare la sera, che ti lascia a chiederti quanto tempo sia passato da uno Sport così. Gianni Mura è un ritrattista. Ha una capacità di disegnare la vita degli sportivi che lascia esterrefatti. Le pennellate sono dettagli che si sommano e poi si uniscono, con le storie e alcune curiosità, che ti chiedi come diavolo avrà fatto a scoprirle; alla fine ti sembra di amarli tutti, gli uomini di cui parla, ma non sai se sia per Mura o per la sua scrittura, se perché ora come ora potrebbe anche descriverti un frigorifero e andrebbe bene uguale. E non ha probabilmente molta importanza.

Non voglio trasformare Gianni Mura in un santino (come lui non ha voluto farlo con Pantani, usando la stessa espressione) ma qui c’è poco da fare, l’amore è amore. Un mio amico, in una mail che ci siamo scambiati proprio su Non gioco più, me ne vado, mi ha scritto “è difficile essere armonici e sensibili e dignitosi, nel giornalismo di oggi e di ieri, e nel giornalismo in generale, e nello sport e nella vita, e lui non si sforza minimamente di esserlo, lui lo fa, e basta” e io credo che l’essenza di tutto sia davvero in queste due righe. Mura è colui che racconta i sedici protagonisti del mondiale del 2006 accostandoli a un colore, a un vino e a un campione del passato. Fatemi sapere quando trovate un altro che sarebbe riuscito nell’impresa senza risultare un imbecille. Mura è quello che dice verità che sappiamo ma che vogliamo dimenticare perché che senso ha parlarne (“la Francia complessivamente ha giocato meglio”), Mura è quello che scrive tre pagine mettendo una vicina all’altra le figurine di Ronaldo e Del Piero e ti culla con i numeri 10.

Invece di guardare la partita di basket della domenica, stasera ho finito questa antologia, e quando ho letto “Tutto resta, nulla si cancella, ho passato mesi difficili, ma il bilancio comincia ad essere buono” chi lo sa se quelle parole uscivano dalla bocca di Pantadattilo, o dalla mia.

Gianni Mura, Non gioco più, me ne vado, Il Saggiatore, 2013

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po’ ufficio stampa, un po’ co-direttore editoriale.

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