Giuseppe Civati | Qualcuno ci giudicherà

La prima volta che ho avuto a che fare con Pippo Civati? Questa qui! La seconda è la recensione che segue.

L'anno scorso mi sono trovato a recensire un libro che parlava delle vacanze estive di Berlinguer. Che detta così può sembrare una cosa sciocchissima, in realtà mi aveva dato da pensare che effettivamente tra 30 anni non ci sarà nessun lettore interessato a leggere la storia delle vacanze estive di Massimo D'Alema, per dire. Ma neanche di Renzi (che con tutta probabilità tra 30 anni sarà il presidente di quello che avanzerà della Repubblica italiana). Be', sapete che vi dico? Che forse tra 30 anni comprerò un libro che parla delle vacanze estive di Pippo Civati.

Perché? Perché avrò 55 anni e mi verrà un po' di nostalgia, percorrendo le vie del centro di Verona, a pensare a quando, nell'estate del 2014, capitava di incrociare Pippo Civati in città, magari Ai Porteghetti, e dirgli "Ehi Pippo, sei un grande". Magari facendo qualche battuta su quanto è hipster la sua barba, o lo sono i suoi gusti musicali.

Si scherza, ma anche no. Perché leggendo Qualcuno ci giudicherà mi sembra proprio di capire Civati ha qualche idea. Ma sopratutto perché un giorno i tempi saranno bui, come lo sono stati in passato e come lo sono anche adesso e allora mi salirà il desiderio di guardare al passato e dire "c'era chi diceva no".

La sto facendo molto più epica di quello è in realtà, ok. Però potete pure pensarla diversamente, ma sarete d'accordo con me che oggi (giorno del signore 14 luglio 2014) è molto più facile insultare papa Francesco che andare contro ai proclami di Matteo Renzi. Ecco, Civati ha un po' di coraggio e in Qualcuno ci giudicherà si capisce perché: ha qualche proposta da dire, sa da dove è partito e ha pure un'idea della meta.

Scrive Civati a pagina 133 di Qualcuno ci giudicherà.

Vorrei andare in un posto dove non sono mai stato… ma ora non rispondetemi come il marito maschilista di un vecchio film, che alla stessa richiesta fatta dalla moglie recplica: "Prova in cucina". Vorrei andare, anzi, vorrei andassimo in un posto in cui non siamo mai stati che non è (con tutto il rispetto) la cucina, ma un'Italia diversa. (corsivo suo, grassetto mio)

Che bella frase, per almeno due motivi. Il primo è che mi ha letto nel pensiero, ed è una cosa che un po' mi aspetto quando voglio definire bello un libro. Secondo, propone una linea ad un partito che linea non ha (scusate la citazione giovanottiana).

A pagina 140 scrive:

Ci vuole un discorso mai tenuto, come quello di cui parla Philip Roth all'inizio di Pastorale americana.

Ora, visto che è un vostro diritto in quanto lettori non conoscere a memoria Pastorale americana, lasciate che vi riporti il passaggio a cui credo che Civati faccia riferimento. Anche se non è proprio all'inizio, è a pagina 44 (della mia edizione Einaudi del 1998), cioè all'inizio del secondo capitolo. Sì, Roth si prende il suo tempo per parlare di quello che gli pare.

Non dimentichiamo l'energia… Quelli della mia classe cominciarono le scuole sei mesi dopo la resa incondizionata dei giapponesi, nel più grande momento di esaltazione collettiva della storia americana. E l'ondata d'energia fu contagiosa. Non c'era nulla d'interete intorno a noi. Sacrifici e restrinzione erano finiti. La crisi era passata. Tutto era in movimento. Avevano tolto il coperchio. Gli americani dovevano ricominciare, in massa, tutti insieme… Non dovete finire in niente. Dovete diventare qualcuno!… (puntini miei)

Il passaggio dura tre pagine, ed è, appunto, un discorso mai tenuto dal narratore di Pastorale Americana, Skip Zuckerman, alla riunione degli allievi del suo college, classe 1946.

Ora, chiaramente questo è un libro in cui Civati ripercorre (almeno in parte, mica è un'autobiografia) l'inizio del suo percorso politico nazionale, la prima Leopolda, l'amicia e la rottura con Renzi (la faccio semplicissima) e cose così (Europa, Expo, la questiona maschile!). Però qui e là dice lancia spunti interessanti per tutti, almeno secondo il mio punto di vista. A pagina 35:

La politica cambierà se assumerà il conflitto, non se lo rifiuterà… Se sperimenterà modelli e soluzioni inedite.

Ora, lo sanno anche i sassi che il gioco della sinistra italiana è quella di scindere l'atomo. Tanto da dover spingere la scienza a inventare nuovi sistemi di misurazione della sua irrilevanza. Però non è quello il conflitto di cui parla Civati qua sopra.

Credo faccia riferimento al fatto che la società, ogni società, è un'insieme di interessi diversi e contrapposti. La politica può metterne a tacere uno e ascoltare l'altro, può scegliere una terza via, oppure può fingere che questi interessi non esistano ma esista solo un grandissimo interesse comune. Questo è un falso, ma a volte ci fa piacere sentire la storia raccontata così. Non a caso il presidente americano Reagan diceva "Quando la marea sale, sale per tutte le barche" (meno tasse ai ricchi, voul dire più investimenti privanti nel… ahahahah).

Non è così, ci sono interessi contrapposti. Visioni opposte della società, del ruolo dello Stato nella nostra vita. E la politica ogni giorno sceglie se andare in una direzione o in un'altra. 

Il fatto che Civati non ci racconti che siamo tutti sulla stessa barca, per usare la metafora di Reagan, o che abbiamo tutti lo stesso grande obiettivo, è una cosa che mi piace. Perché non mi sento preso in giro. Se vi sembra poco, peccato.

Giuseppe Civati, Qualcuno ci giudicherà, Einaudi, 2014, 13€

Andrea Sesta

Vi parlo del mio mondo perfetto: una biblioteca grande come una casa, una donna adorabile al mio fianco, del cibo delizioso e storie di pirati fino a morire. Mi piace leggere, e quando ho tempo faccio anche il resto.

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