Giuseppe Genna | Fine Impero

Esiste un mondo dentro e un mondo fuori di noi, la qual cosa naturalmente implica una comunicazione di difficile gestione alle volte. Se poi di fondo il senso della Fine è lo spirito comune, allora tutto peggiora. Il protagonista di questo libro vive nel limbo di un incubo. Un uomo che ha perso tutto in un mondo che non è più niente. Il buco nero custodito dentro di lui e  il cosiddetto show business a fargli da cornice, pieno di vuoti appariscenti e finti. Uno scrittore approda al patinato mondo della moda per sbarcare il lunario e da lì, complice una modella kazaka, viene condotto negli inferi del trash spettacolo in compagnia dell'impresario di turno, per gli amici Zio bubba. Un tour pieno di disgraziati in cerca di senso tra soldi, successo e gloria: reality, passerelle, lo sportivo, il Proprietario, i potenti, i wrestler, André the Giant (ma voi ve lo ricordate ne La storia fantastica!?). E poi il dramma personale.

Fine ImperoLa cosa che può capitare a un italiano che legge questo libro è una grande facilità nell'attribuire facce e ruoli. Seppure non per forza precisa nei contorni o nei nomi (ma invece sì, dai), quello che  fa Genna è raccontarti certo schifo che ci gira intorno e da un po' anche. Solo che lui lo fa con il testo, le immagini e una certa poetica. Che poi, non è che leggi il libro per capire il contesto, quello ci ha già belli e fottuti, il discorso è peggiorativo, in certi termini, se vogliamo. Sembra quasi che inquadri la stasi, il guaio delle cose quando raggiungono lo stallo nella loro peggior forma. La fine delle feste quando rimane da pulire, le porcellane rotte, la birra sui divani e non gli va a nessuno di fare i bilanci.  Che è di gran lunga peggio. A pensarci si potrebbe fare un elenco di nomi, e facendo un elenco di nomi si capirebbe che carnaio pazzesco sia. Come i test con quattro parole in cui bisogna trovare l'intrusa, la parola che con le altre non condivide niente. Ma provate a pensare a nomi di persone/personaggi che tra loro non hanno sulla carta niente a che fare, che so un tronista, un politico, un attrice, per dire. Pensate che se il contesto è l'Impero allora c'è poco da dire, ci azzeccano tutti. 
 
Alla vicenda umana e personale, invece, quella dell'uomo disperato, non c'è fine. Un padre che resta senza figlia. Una morte incomprensibile di quelle che i dottori ti dicono succede, ma non si dia colpe. 

Fine Impero sembra un posto senza scampo, dove apparentemente le cose continuano sulle loro ceneri e si tace. Uno spazio di assoluto dolore e acuto disastro. Come il lutto quando si resta immobili, nel dolore straziante del niente perché non si capisce come codificarlo. Eppure sappiamo di trovarci lì. Il paradosso per cui anche il niente è qualcosa a cui cercare di rispondere, è uno stato di cose, anche fosse pieno di soli vuoti. Esiste. C'è. 

E mentre l'impero prolifera su se stesso, rivendendosi le macerie, chissà che come tutte le cose non sia giunta la sua fine, sperando che in qualche modo se ne accorga anche lui, e le sue ultime freschissime leve, che non c'è più modo nemmeno di fasi macellare.

Un romanzo feroce, che fa pensare al trucco quando si scioglie sulle facce gonfie, alle ferite quando perdono sangue senza tregua e lentamente, al dolore quando sei impotente e il cuore funziona solo per inerzia.

Bisogna comprendere. Il mondo è troppo

Giuseppe Genna, Fine Impero, minimum fax, 2013

Licia Ambu

Pensa che avere una sola personalità sia uno spreco di spazio. In fase di definizione a ciclo continuo, ama in ordine sparso nonché intercambiabile un sacco di cose.

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