Giuseppe Ottomano | Il volo di Volodja

Per una persona che ama lo sport, e che magari ha anche provato a praticarlo, c'è una domanda che più di tutte ha bisogno di risposta. Cosa fa di un atleta un campione?

Ho letto Il volo di Volodja cercando tra le righe del romanzo una risposta a questa domanda e quello che mi è rimasto, in un primo momento, è la clamorosa normalità di Vladimir "Volodja" Yashchenko. Un ragazzo ucraino cresciuto sulle rive del Dnepr e che in poco più di due stagioni ha stabilito tre record del mondo di salto in alto. Ma, poiché non sono un'ammiratrice della normalità, mi sono messa alla ricerca di una risposta migliore. 

Mi è così tornato in mente un episodio narrato nel libro. Volodja stava gareggiando per qualificarsi ad una manifestazione sportiva, i campionati Russia – USA. Erano rimasti in gara solo lui e un suo compagno di squadra ex primatista europeo, Grigor'ev, ed erano ormai entrambi sicuramente qualificati. Allora Volodja si era recato dal compagno e gli aveva proposto di continuare la gara sfidando il record del mondo, per il piacere del pubblico. Quando il compagno di squadra aveva rifiutato seccamente, Volodja ne era rimasto deluso: "A te importa soltanto vincere la gara", aveva commentato, oltraggiato. SOLTANTO vincere la gara. Ecco, questo solenne rispetto dei principi fondanti dello sport potrebbe essere un ingrediente importante dell'essere campione.

Allora mi si è affacciata alla mente un'altra domanda: cosa rende un campione un mito? Ho provato a capire le reali dimensioni di Yashchenko chiedendo in giro. Elisa, che l'atletica la fa, mi ha detto che per lei, se c'era un mito, egli era Fosbury, pioniere della tecnica dorsale meglio conosciuta come "stile Fosbury", usata ancora oggi. Mio padre, che di atletica ne ha vista tanta, mi ha risposto che, in un'ipotetica scala di miti, era più mitico Valerij Brumel', oro Olimpico nel '64, sei volte primatista mondiale e idolo di Volodja stesso.

Forse non è un mito, dunque, Yashchenko. Ho cercato il suo nome su Youtube e ho trovato uno di quei video davvero kistch fatti dagli utenti, con le immagini che si susseguono su una musica strumentale strappalacrime. Ho visto Volodja che salta, con Brumel' che lo guarda dalle tribune. E poi un titolo italiano, di un articolo pubblicato il giorno dopo il suo record agli europei indoor di Milano: "Straordinaria impresa del campione sovietico nella giornata degli europei indoor. Yashchenko come Icaro: 2,35". Il nostro Lorenzo Andolfatto mi ha passato un pezzo degli Offlaga Disco Pax: Ventrale. E poi il lungo, commovente articolo che la Gazzetta dello Sport ha dedicato a Volodja nel 1999, in occasione dellasua morte per cirrosi epatica. E questo ragazzino, però, non è detto che sia un mito.

In fondo, forse dipende da cosa si intende per mito. Guardo Volodja saltare per la milionesima volta: era bellissimo. Giovane e bello come gli eroi di Guccini, come l'ideale greco. Mentre tutti erano passati allo stile Fosbury, che rendeva di più con meno sforzo, Volodja era quello che continuava a saltare di ventrale. E batteva tutti. Volodja era quello con la canottiera rossa con su scritto CCCP, i calzettoni flosci e mille tic, tutti visibili sulla pedana, prima del salto. Volodja ci credeva: nei principi dello sport, nel fatto che non ci fosse un limite alle sue possibilità di migliorare e saltare sempre più in alto.

Ci credeva ed è rimasto schiacciato dalla realtà: dall'infortunio, dalla sorte, dalla volubilità delle passioni umane, dall'alcool. Forse un mito, ma probabilmente mi sbaglio, forse un mito è qualcuno che più di tutti rappresenta l'epoca in cui vive. E leggere la storia di Volodja è come leggere la storia degli ultimi anni dell'Unione Sovietica.

Magari lo stile della narrazione, a tratti un po’ elementare, può scoraggiare il lettore sospettoso. Eppure, la parabola umana di Volodja ha davvero qualcosa da insegnare e io sono grata a Giuseppe Ottomano e Igor Timohin, storico amico di Volodja, per avermela raccontata.

Giuseppe Ottomano, Il volo di Volodja, Miraggi Edizioni, 2014

Cecilia Lazzaroni

Mi sono buttata sui libri quando ho capito che tanto, in matematica, non avevo speranze. Mi piacciono i tulipani, i gatti, la birra, la corsa, i capelli rossi, i film d'amore, la Scozia, il verde, il football americano, i viaggi in bicicletta e trovare delle lettere tra la posta.

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