Giuseppe Schillaci | L’età definitiva

Come si fa a scrivere di una perdita?
E come si vive dopo una perdita? Voi lo sapete com'è la vita? Dopo, dico. Dopo che tutto si è fermato a quel giorno e dopo che avete lasciato voi stessi a quel giorno. Vi siete dimenticati là, a cavallo di quella sottile linea di confine che vedete solo voi, perché gli altri non notano alcuna differenza. Ma voi lo sapete e lo sentite che è là che avete lasciato gli occhi con cui guardavate il mondo fino a quel momento. E i sorrisi che vi aprivano il viso. E le gambe che vi portavano ovunque. Non che ora non siate più capaci di guardare o sorridere e comminare, no, non siete così ingenui. Ma, semplicemente, lo farete in un modo tutto nuovo. Non è così che accade? Si diventa chi non si era prima, dopo una perdita. Perché il mondo com'era prima non esiste più. Come potreste essere, allora, ancora uguali a voi stessi?

Nico Chimenti ha trentatré anni, uno più di me. Viene da Palermo Nico, ma vive a Roma. Suona la chitarra. Lavora in un bar. E cerca un senso nel mondo attorno a lui che si sfalda e si frantuma e che sembra rispondere sempre e solo con l'assurdo. L'assurdo che è vuoto e vertigine. E non lascia scampo a chi, ancora, non ha capito com'è il mondo lì fuori. Perché Nico è uno di quelli che la perdita la deve fronteggiare. Siamo nel 1992, l'anno in cui la sua personale perdita, la perdita di Leonardo, il suo gemello, si accavalla alle eco lasciate da perdite comunitarie, le perdite, quelle delle stragi di Palermo, che hanno investito tutti come un'onda enorme. Ma quando l'acqua si è ritirata ognuno ha ricominciato a camminare, guardare e sorridere con le stesse gambe, occhi e bocche di prima. Ma non Nico. Perché Nico ormai appartiene al 1992 e non sarà mai più quello che era. Perché quello era il tempo perfetto, il tempo in cui il suo volto era veramente il suo. Ma poi? Poi si passa la vita a rincorrere quell'età, l'età perfetta, l'età precisa dopo la quale tutto è cambiato e ha assunto un altro significato. E non tutti sono così fortunati da trovarlo immediatamente.

Il gioco è semplice: devo capire l'età definitiva, cioè l'anno in cui ognuno è rimasto o rimarrà per sempre.

Mi sono chiesta, mentre leggevo, se ognuno di noi abbia un'età definitiva. O ancora meglio, se ne esista più di una nella vita di una persona. Quelle tappe, come le tacchette fatte a matita sul muro a segnare la crescita durante l'infanzia, che sono state il confine da oltrepassare di ognuno di noi. Se mi sforzo, io le riconosco le mie età definitive. Quel preciso minuto in cui il tempo smette di scorrere perfettamente e si frammenta, senza preavviso, per poi continuare la propria corsa con nuove sembianze.

Giuseppe Schillaci, candidato al Premio Strega nel 2010 con L'anno delle ceneri per Nutrimenti, ci racconta questo. E so che ciò che vi ho detto io non è molto ma è il meglio che ho potuto fare dopo aver chiuso l'ultima pagina. Perché non ha senso raccontarvi di come vive Nico, di dove lavora, della madre, della vicina di casa, degli amici d'infanzia. Non ha senso raccontarvi della ricerca del senso perché Giuseppe Schillaci lo fa decisamente meglio di me e le belle parole son rare e non c'è motivo di sporcarle quando sono perfette così e… definitive.

Giuseppe Schillaci, L'età definitiva, LiberAria Editrice 2015

Mareva Zoli

Pretende di essere sopra la media delle persone ma, in realtà, è una cialtrona.
Parla poco. Scrive molto. Legge ovunque. Fa cose e non vede gente.

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