Hiraide Takashi | Il gatto venuto dal cielo

A volte, per raccontare bene una storia, qualsiasi storia sia, non serve nient'altro che raccontare un momento. Il momento non necessariamente dovrà durare pochissimo, come si confà al suo significato. Potrà essere un momento prolungato, una condizione, o una sensazione, che prosegue nel tempo e che porta con sé un bagaglio di cose.
A volte, per raccontare una storia, non servono trame, non serve che succedano cose, che queste cose si susseguano e che incontrino altri fatti, persone, che si impenni il ritmo e che alla fine si trovi una soluzione, giusta o sbagliata non importa.

gattoTra il 2011 e il 2012 ho vissuto un periodo tremendo. Era come se mi fossi svegliata da un sonno lunghissimo e mi sembrava che gli ultimi anni, alla luce del fallimento che stavo elaborando in quell'istante, fossero stati una perdita di tempo, o che non fossero stati realmente come li avevo vissuti. Non riuscivo ad accettare di aver speso così tante energie e tempo per una cosa che non si era rivelata quella che credevo e l'unico gesto che mi era sembrato sensato era partire. Due amici avevano comprato i biglietti per andare in Spagna a un noto festival musicale, e decisi di seguirli, perché piangere riva al mare ascoltando i Wilco mi sembrava di gran lunga meglio che piangere a casa sul divano ascoltando mp3 dei Wilco.
Quella vacanza fu splendida, una medicina. Fu come quelle vacanze da ragazzini, in cui tutto è perfetto e le persone sono perfette, così come i luoghi, le battute, le sere d'estate. Ognuno di noi ha quell'estate che non potrai mai più replicare, né ripetere. Non c'è modo di farlo, e non è solo per l'autenticità, bensì anche per la dose di mitizzazione e di idealizzazione che con il tempo si accumulano su quei giorni. 
Se dovessi descrivere quella vacanza, non avrei trama, non avrei fatti con un capo e una coda da raccontare. Avrei dei momenti, isolati, senza collocazione temporale, senza concatenazione tra loro. Avrei una guarigione, un dolore fortissimo ma la consapevolezza che sarebbe passato, una scossa che mi fa raddrizzare e mi fa sentire la spina dorsale dritta. Non ero felice ma ero felice, piano piano, tra un piatto di pasta al pesto alle 3 di notte e la scoperta di cose semplicissime come camminare in un prato a piedi nudi mentre un ragazzo suona la chitarra e altre 30 persone fanno yoga incuranti di quello che accade attorno a loro.

Il gatto venuto dal cielo (Einaudi) mi ha ricordato quell'anno tremendo e quella vacanza bellissima, perché non ha una trama piena di avvenimenti, di fatti, anzi potremmo dire che accade ben poco, ma è la descrizione di un momento lunghissimo, lungo anni, in cui due persone entrano in contatto con un gatto arrivato da chissà dove, e si trovano cambiate, arricchite, diverse. Guarite, anche.

L'autore e sua moglie sono una giovane coppia giapponese che vive nella dependance di una casa padronale alla periferia di Tokyo. Entrambi lavorano nell'editoria, più o meno infelicemente, e vivono la loro quotidianità senza particolare ardore o trasporto. 
Qualcosa è successo, a questa coppia, ed è piuttosto evidente. Non sappiamo se la loro malattia sia la noia, se qualche avvenimento in particolare abbia modificato la loro vita di coppia, se dopo pochi anni di matrimonio sia finito l'amore. Qualcosa si percepisce nell'aria e continuerà ad aleggiare per tutte le 130 pagine, insieme ai loro lunghi silenzi. 
Quello che arriva a scombussolare le loro vite è il gatto dei vicini. Una gatta, anzi. Non miagola e non si fa prendere in braccio; poco incline alle coccole e molto al gioco, inizia ad entrare nella vita della coppia facendosi amare, addomesticandoli, ammaliandoli, risvegliandoli da un torpore che rischiava di avvolgere ogni cosa fino a spegnere tutto quello che c'era sotto.

La loro nuova curiosità verso l'animale dei vicini e il loro dedicarsi a lei è il loro modo inconsapevole di curarsi, di riscoprirsi. Chibi, la gatta, di contro regala ai due un nuovo modo per stare insieme, li fa ricordare coppia e li inizia a guarire dal germe della noia, mette loro davanti un terreno comune dove riavvicinarsi. 
Non avevo mai letto nulla di Hiraide Takashi; non ho modo di fare confronti tra i suoi libri, né tantomeno con altri romanzi giapponesi (credo sia il primo romanzo giapponese che leggo). Quello che posso dire è che la sua scrittura è delicata, e la delicatezza è una sensazione che rimane appiccicata addosso appena chiudete l'ultima pagina.
Questo libro, checché se ne possa pensare, non parla *solo* di un gatto. Questo libro parla di tutti i modi nuovi, imprevedibili e sorprendenti, con cui possiamo conoscerci ogni giorno, e stupirci di chi siamo diventati.

 

Hiraide Takashi, Il gatto venuto dal cielo, Einaudi, 2015.

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

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