House of Cards 3 – Atto finale – / Michael Dobbs

Avete presente lo sguardo di Kevin Spacey, quello che fa interpretando Frank Underwood, quando guarda dritto verso la telecamera fissando gli spettatori mentre, con atteggiamento complice, spiega alcune delle sue "verità"? Michael Dobbs, con il suo romanzo House of cards 3, fa praticamente la stessa cosa, solo che fa durare quello sguardo per quasi tutte le 528 pagine del libro.

L'autore ci guarda negli occhi e invita, chi ancora ne avesse, a mettere da parte qualsiasi ragionamento idealista sulla politica e sui politici. Non si salva nessuno. Nemmeno chi prova a vivere quell'esperienza restando fedele alle proprie idee e cercano con sincerità di ottenere il bene comune, perché, come diceva Karl Marx: "la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni". Per ottenere qualcosa di buono devi raggiungere un compromesso, spesso al ribasso, e questo genera invidie, che fanno nascere sentimenti di vendetta, che provocano la ricerca del potere per ottenere i mezzi per raggiungere i propri scopi e… in men che non si dica, l'onesto onorevole fresco di mandato si trasforma nel vecchio e navigato lupo della politica, pronto a sbranare chiunque gli sbarri la strada.

Per restare al potere bisogna essere i più forti, i più furbi, quelli con il tempismo migliore e avere una buona capacità di pensiero laterale come dimostra il protagonista:

 

«Ho un progetto centrato intorno a un vecchio cinema in disuso di Wandsworth, mangiato dai tarli. Ormai non ha più senso neanche tenerlo in piedi per bellezza, perché praticamente è un rudere. E pensa che mi permetteranno di abbatterlo? Gli oppositori dicono che preferiscono la carcassa di un cinema a un centro commerciale multimilionario, con tutti i servizi e i posti di lavoro che potrebbe offrire …

… «Mi stavo solo chiedendo, dato che i suoi avversari vogliono un cinema, perché non darglielo…».

«Ma il progetto era un altro. E poi nessuno ci andava più».

«Evidentemente proiettavate i film sbagliati. Cosa pensa che accadrebbe se, per esempio, organizzaste una bella rassegna di film di culto, dall’intenso sapore etnico? Del tipo rasta e dreadlocks, tanto per intenderci?».

«Dovrei mettermi a regalare i biglietti».

«In grande quantità. E soprattutto presso la comunità di colore, se posso darle un consiglio».

«Dio, il posto si riempirebbe di quella gente. Ma a che servirebbe?».

Urquhart gli pizzicò la manica per trattenerlo un istante sull’ingresso della sala da pranzo e abbassò la voce. «Il punto, Mr Thresher, è che dopo quattro settimane di Bob Marley e ju-ju, non mi sorprenderebbe se i bravi residenti di Wandsworth cambiassero idea sul suo cinema; anzi, ho il forte sospetto che striscerebbero da lei a quattro zampe, supplicandola di chiamare i bulldozer».

House of cards 3 può essere paragonato a un incontro di lotta nel fango. I contendenti si scagliano senza riserve e senza esclusione di colpi l'uno contro l'altro, nella confusione che si crea sembra che l'unico risultato sia di sporcarsi a vicenda, senza che si capisca per bene, sino alla fine, chi sta vincendo e chi è destinato a soccombere. Gli spettatori restano affascinati dalla visione della lotta, dall'effetto del fango che lucida i corpi e dalla primordialità del contesto di combattimento.

Anche se tornando a casa, dopo l'incontro, possiamo sentirci migliori, e dirci l'un l'altro: "Io non lo farei mai", da qualche parte, in fondo alla coscienza, il fatto di esserci divertiti o di aver parteggiato per una parte o per l'altra, ci fa sentire un po' meno candidi, come se qualche schizzo di fango si fosse attaccato anche a noi.

E' innegabile che Michael Dobbs, ex capo dello staff ed ex vicepresidente del partito conservatore inglese, conosce la materia di cui tratta, i suoi personaggi sono talmente realistici da uscire dalla pagina: cinici opportunisti che hanno dei piccoli rimorsi di coscienza, idealisti senza macchia che si comportano in modo stupido o meschino, boriosi idioti che sfoderano lampi d’intuizione politica e comportamenti inaspettatamente onorevoli.

L'aspetto che mi ha colpito maggiormente è la capacità dell'autore di gestire una trama complessa. House of Cards 3 ha l'andamento di una frana, all'inizio vediamo muoversi piccoli sassolini, qua e là sul lato della montagna, e restiamo un po' delusi, chiedendoci: "Tutto qui?". Pian piano però i sassolini prendono velocità e consistenza sino a trasformarsi, verso la fine, in una valanga gigantesca che il lettore, come un surfista, si trova a cavalcare divertito.

Sono un fan della serie televisiva e quando ho iniziato questo romanzo l'ho fatto con un atteggiamento leggermente diffidente. Avrebbe potuto Francis Urquhart reggere il paragone con Frank Underwood? Il romanzo avrebbe fornito anticipazioni sulla serie? Alla prima domanda ora posso tranquillamente rispondere: sì, per quello che riguarda la seconda, ovviamente non ho certezze, ma dubito molto che gli sceneggiatori americani seguiranno la trama di Dobbs. Forse ne useranno l'idea di fondo, o il meraviglioso finale, ma sinceramente non m’interessa poi molto. Ho seguito l'ultima puntata di Masterchef, anche se sapevo chi aveva vinto, e mi sono divertito lo stesso.

Davide Piccirillo

Nel tempo libero somiglio ai miei gatti: amo dormire, stare sdraiato sul divano, alzarmi, stirarmi, guardarmi in giro e poi tornare a stendermi. Rispetto a loro ho la possibilità di leggere (libri, fumetti) e vedere film o serie Tv. La sfrutto abbastanza.

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