Jo Baker | Longbourne House

Sono convinta di questo: conoscere davvero qualcosa, capire profondamente qualcuno, è una faccenda non da poco. Col tempo ho scoperto che ha a che vedere anche con la conoscenza dell’opposto, dell’altro: una sorta di dualità necessaria per capire il singolo, o – per metterla sul pratico – molto simile a quando ti dicono che per capire cosa significa stare in coppia devi capire cosa significa stare da solo.

Longbourn-HouseLa mia migliore amica è quanto di più lontano possiate immaginare da me. È un’amicizia, la nostra, che non ha mai avuto bisogno di troppa presenza per essere tenuta viva. Possiamo stare anche tre settimane senza sentirci e poi telefonarci perché abbiamo scoperto uno sgrassatore universale eccezionale, o perché al Tigotà ci sono, scontati, gli assorbenti che solitamente compriamo.
È quanto di più lontano possiate immaginare da me, dicevo; non solo esteticamente – molto alta, molto bionda, molto tedesca -; anche da tutti gli altri punti di vista.
Tanto per farvi un esempio: un giorno mi chiama mentre ero da h&m e stavo decidendo se una cuffia con le orecchie da gatto fosse un po’ troppo per la mia età e dignità, e se una maglietta di Beverly Hills 902010 fosse un po’ troppo per tutto ed ecco che lei mi chiede che sto facendo. Mah – rispondo – sto cercando di capire se questa maglietta sia simpatica o ridicola, e tu?
Io – risponde lei – sono al vivaio a prenotare i fiori. Voglio cambiare tutti i fiori dei terrazzi di casa.
Mentre decidevo se comprare una maglietta da 5,99 euro che mia madre mi aveva negato nel 1994, lei stava decidendo con il vivaista che fiori erano più adatti alla tonalità dell’intonaco esterno di casa sua.
Lei ha sempre la manicure perfetta, io non riesco a tenere un’unghia intera per più di 10 ore. Anche in fatto di letture siamo agli antipodi. Lei dice che leggo quasi solo libri pesanti (e non è vero), io dico che lei legge quasi solo libri leggeri (e non è vero. Solo una volta, effettivamente, mi sono opposta alle sue letture e non era per Sophie Kinsella, bensì per il libro di Selvaggia Lucarelli. “Tutto ma la Lucarelli no, non l’accetto”).
A volte, per capirmi davvero, ho bisogno di specchiarmi in lei. A volte, lei, per capirsi davvero, ha bisogno di farlo con me.

Allora, ho scritto tutto questo momò perché leggendo Longbourne House, di Jo Baker (Einaudi) ho pensato a una cosa molto simile. Questo libro parla della vita dei domestici di Longbourne House, appunto, la casa della Famiglia Bennet (QUELLA famiglia Bennet). Parla della loro vita quotidiana, dall’alba al tramonto, tra bucato, cucina, pulizie. Una sorta di famiglia (non di sangue) che lavora per una famiglia (di sangue). Leggendo la quarta di copertina, ho pensato al fatto che un libro su una casa e una famiglia inglesi dell’800, con un HOUSE nel titolo, faceva pensare in tutto e per tutto alla storia di una famiglia ricca, alla parte della carreggiata della comodità. Invece no, Jo Baker mette la tenuta di Longbourne in bella vista e poi parla di quella parte di carreggiata che si sveglia all’alba, lavora sudando fino all’ultima goccia presente nel corpo e poi torna a dormire, per iniziare tutto daccapo il mattino dopo. La parte, cioè, solitamente invisibile, quella che sta dietro le quinte, da cui però quasi tutto dipende.

Il punto è questo: cosa sarebbe la famiglia Bennett senza il lavoro di Sarah, Mr. e Mrs. Hill, il nuovo valletto James? E cosa ne sarebbe di Sarah, Mr. e Mrs. Hill e del nuovo valletto James se non esistessero la famiglia Bennett e la loro casa? Sono due mondi opposti che si alimentano a vicenda, necessitano dell’altro per esserci e per vedersi; per affermarsi, in qualche modo, in quello che sono. E prendere un pezzo delle vite della servitù di una famiglia di inizio 800, significa dare spazio a una parte di storia che era stata lasciata ai margini; significa spostare un faretto dove tutti credono ci sia meno da raccontare, e riflettere su qualcosa a cui non avevamo dato abbastanza attenzione. Questa parte di storia fa capire meglio la storia che conoscevamo in precedenza e ce ne mostra una nuova, necessariamente legata alla prima, seppur con una vitalità propria, una parabola tutta sua. Io, lo devo ammettere, non sono una grande fan di pizzi, merletti, struggimenti per uno sguardo e ansia per l’attesa di un invito, e non starò certo qui a raccontarvi quel che succede nel libro, rovinandovi la sorpresa. Ma riconosco a questo libro il grande pregio di avermi fatto riflettere su quello che non si vede, sul motore delle cose visibili, sugli ingranaggi che si incastrano bene.

Jo Baker, Longbourne House, Einaudi, 2014.

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po’ ufficio stampa, un po’ co-direttore editoriale.

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