Joan Didion | Diglielo da parte mia

Non è facile parlare di un libro che ferisce. Non è facile parlare di qualcosa che affonda dove le barriere non esistono. Non è facile perché non ci sono abbastanza parole o forse non le conosco io o forse, perché, da quando l'ho letto sono successi un sacco di avvenimenti che hanno deviato la mia vita. Forse perché semplicemente certi posti non esistono e, anche se vorresti ci fossero, è meglio così.

Diglielo da parte mia è un romanzo grande e ambizioso. Ed è un romanzo spiazzante.
Nonostante in originale si chiami A book of common prayer, nessuno dei suoi personaggi prega. Ma non bisogna stupirsi, questa non è una caratteristica rara nei personaggi dei romanzi di Joan Didion. È solo Joan che si comporta da Joan Didion. Cinica e ironica, e per questo mi ha avuta fin dal titolo.
Rende buie le speranze. Cala il sipario sui sogni. Incarna i deliri.
Ma non è lei a vivere tutto questo. Lei si limita a raccontare di chi, con le proprie scelte, è rimasto fedele alle proprie illusioni. Questa è una distinzione importante, che ho bisogno di fare per non cadere nello stesso errore di Charlotte Douglas, che come ci racconta Grace Strasser-Mendana non si è preoccupata di fare abbastanza distinzioni nella sua vita.

Sappiamo che Charlotte è morta già dalla prima pagina.
Sappiamo che Grace è morta poche pagine dopo.
Sappiamo, come ho già detto – anche se vale la pena ripeterlo – che nessuno recita una preghiera in un libro di preghiere. Perdonate la mia sovrabbondanza, ma anche Joan Didion dice le stesse parole e frasi due, tre, quattro volte. A volte, Joan Didion dice le stesse parole e frasi due, tre, quattro volte in corsivo. Quando Joan Didion dice le stesse parole e le frasi due, tre, quattro volte in corsivo, non è solo per dare enfasi, ma per caratterizzare il desiderio o la perdita ancorate nella memoria di una persona. O per una critica sociale o politica. O per creare uno stato d'animo cupo.
(In molti hanno provato a emulare lo stile Joan Didion. Potremmo chiederlo a Bret Easton Ellis, ad esempio. O anche no. Potrebbe non piacergli ricordare che lo stile che lo ha reso famoso non è una sua invenzione).

Sappiamo anche che coloro che non muoiono, comunque, non sopravvivono. Mi piace questo paradosso, perfettamente rappresentativo della prosa di Joan Didion, in grado di rendere i suoi romanzi pesanti come il ferro.
Sappiamo, infine, che Joan Didion di solito ci racconta di come le cose cadano a pezzi nel mondo, ci informa dello stato disperato della vita contemporanea, dei disperati tentativi di coloro che cercano di vivere decentemente sul bordo del vuoto. E di solito il suo mondo è quello di Los Angeles, di Las Vegas, di New Orleans. Ma non qui. Con Diglielo da parte mia siamo a Boca Grande, sull'equatore, con le sue giornate umide e le notti che passano in una monotona, dimenticabile, immobile successione. I batteri prosperano, si riproducono e muoiono. I cicli degli insetti continuano. La ruggine distrugge le automobili e i tetti di lamiera. Molto è cresciuto ma molto di più sta marcendo, dalla vegetazione alle vetture, al popolo e le loro istituzioni. La storia del Paese, come il suo paesaggio, sono assolutamente dimenticabili. I governi sono rovesciati così frequentemente e con così poco senso che solo i ruderi dei monumenti delle amministrazioni precedenti e le memorie di alcune persone attestano la loro esistenza.
Ed è qui che arriva Charlotte Douglas, in cerca di asilo e pace, in cerca di un rifugio dalla sua storia. Quale migliore rifugio di un mondo che sembra non cambiare? Quale migliore rifugio da un passato di un paese che sembra non averne uno?

Ecco quando accadde: lasciò un uomo, ne lasciò un secondo, tornò a viaggiare col primo; lo lasciò morire solo come un cane. Perse una figlia a beneficio della “storia” e un’altra in seguito a certe complicazioni (in entrambi i casi riferisco l’opinione di altri), si credette di sbarazzarsi di un simile fardello e venne a Boca Grande, in qualità di turista. Una turista. Così diceva lei. In realtà venne qui più come ospite di passaggio che come turista, ma lei non faceva tale distinzione.
Non faceva abbastanza distinzioni. Sognava la propria vita. Morì, piena di speranze. Questo, in sintesi.

Ed è qui che muore Charlotte Douglas.
Ed è qui che muore Grace Strasser-Mendana dopo che ha imparato a conoscere se stessa.
Piangiamo anche se conoscevamo il destino di Grace fin dalla prima pagina. E siamo tristi.
Pensando che Grace è stata condannata.
Pensando che Charlotte è stata condannata.
Sapendo che Leonard, il secondo marito di Charlotte, era un buono a nulla.
Sapendo che Warren, il primo marito di Charlotte – anche lui – era un buono a nulla.
Sapendo che a nessuno è dedicata una preghiera.

Nonostante si parta con una terribile notizia e si chiuda con una terribile notizia, nonostante nel mezzo ci siano solo cattive notizie, non si può smettere di leggere e pensare, di leggere e piangere davanti alle parole di questo libro, profonde come il mistero di una preghiera comune. Quella che, probabilmente, sussurriamo quando abbiamo paura.

 

Diglielo da parte mia, Joan Didion, Edizioni E/O 2013

Mareva Zoli

Pretende di essere sopra la media delle persone ma, in realtà, è una cialtrona.
Parla poco. Scrive molto. Legge ovunque. Fa cose e non vede gente.

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