John Lennon | Skywriting

Ho appena chiuso Skywriting, il libro di John Lennon pubblicato da poco per la prima volta in Italia dai tipi de Il Saggiatore, e la prima cosa che mi viene da dire è: la droga fa male.
Questa è una frase buttata lì, con molta superficialità, ma che ho pensato davvero. Dietro c’è ovviamente molto di più, ed è bene partire dall’inizio, e spiegare cosa sia, questo libro, e da cosa nasca.

SkywritingSkywriting è il terzo libro scritto da Lennon, il conclusivo di quella trilogia che la Penguin avrebbe chiamato The Penguin John Lennon. Il primo, In His Own Write, fu pubblicato nel 1964, mentre il secondo, A Spaniard in the Works, nel 1965. Entrambi furono acclamati da critica e pubblico. Il primo, in particolar modo, divenne immediatamente un best-seller, con diverse ristampe in breve tempo. Il London Times Literary Supplement, si legge nella prefazione di Antonio Taormina, scriveva, al momento dell’uscita: “Merita l’attenzione di chiunque tema l’impoverimento della lingua inglese o dell’immaginazione britannica”. Tanto per chiarire.

Skywriting è una raccolta di racconti, poesie e disegni, riflessioni e pensieri del Beatle più amato, scritta tra il 1976 e il 1980, l’anno della sua morte.

La cosa che sorprende è la capacità di Lennon di sperimentare e sperimentarsi in ambiti narrativi diversi. I nostri sensi sono abituati a vederlo come cantautore e musicista, l’abbiamo apprezzato anche in alcuni film sui Beatles, qui ci sorprende con i suoi disegni e le sue parole.
I racconti sono pieni di giri di parole, immagini grottesche, sono racconti strani e a volte incomprensibili, figli dell’uso dell’LSD (per stessa ammissione di Lennon) e dell’influenza degli autori che amava particolarmente: Carrol e Joyce su tutti. 

Quando nella prefazione mi anticipavano gli echi della sua scrittura, i maestri dai quali aveva ricevuto “consigli” io ho pensato e forse anche detto a voce alta: “ma perché devi dirmi una cosa così?”. Mi sembrava prematuro e un’affermazione troppo forte, difficilmente condivisibile. Invece tra uno schizzo a matita di Yoko, un autoritratto e il disegno di alcune foche, quello che emerge è l’incredibile fantasia di Lennon, le sue visioni (chimiche, o meno) sognanti e parodiche, la sua capacità narrativa, il suo stile asciutto e diretto; sembra di essere nel mondo di Alice, ma con molti più acidi in corpo.

Vale il libro anche solo la prima parte, venti pagine di “confessioni”, La ballata di Yoko e John, pagine di pensieri, quasi un memoriale sulla sua vita e sul suo allontanamento dalle scene («Se non “produrrò” nient’altro da offrire al consumo del pubblico se non il “silenzio” così sia. Amen»), sui Beatles («A posteriori, i Beatles furono una parte della mia vita non più importante di qualunque altra – e meno di alcune»), su come si sentiva gli ultimi tempi del gruppo («La mia vita con i Beatles era diventata una trappola. Un nastro che girava a vuoto. […] Devo dire che mi sentii in colpa per averglielo comunicato con un preavviso così breve. Dopotutto, io avevo Yoko, mentre loro avevano solo gli uni gli altri»), la loro lotta per il pacifismo, la battaglia contro l’amministrazione Nixon. Venti pagine fitte, a tratti arroganti, sicuramente di una verità palpabile con gli occhi, dilagante, affatto banale anche dopo 35 anni.  

Lennon scrive questo libro negli ultimi anni della sua vita. Scrive infatti La ballata di John e Yoko a 38 anni, un’età matura per fare un bilancio, per tirare la riga prima di fare il conto. Lo fa in tempo, non sapendo quello che lo aspetta l’8 dicembre 1980 e forse per questo, col senno di poi, acquistano ancora più valore. 

Passatemi il pessimo paragone, John Lennon sembra essere una ricetta di un piatto regionale. Ognuno prende da lui quello che vuole, ne vede dei lati particolari, li esalta. Poi ecco che salta fuori un altro ingrediente, una variante semi-sconosciuta, la ricetta è da rivedere, ma non si rovina. Si arricchisce senza perdere la sua originalità. 

Ecco, a me sembra sia successo così, scoprendo John Lennon scrittore e disegnatore. Ora ci sono dei post-it sull’immagine che avevo di lui, che lo rendono più specifico, senza cambiarne l’autentica sostanza.

John Lennon, Skywriting, Il Saggiatore, 2013.

Silvia Cardinale Pelizzari

Vorrebbe saper scrivere come Rulfo, avere la fantasia di Cortázar e andare a cena con Franzen. Di Finzioni è un po' ufficio stampa, un po' co-direttore editoriale.

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